La storia della “Grande Guerra” sul fronte italiano con una analisi approfondita dell’ “annus horribilis” 1917 con la undicesima offensiva italiana sull’Isonzo e la successiva disfatta di Caporetto.
L’autore cerca sempre di attenersi ai fatti per raccontare lo svolgersi degli eventi in maniera il più possibile imparziale, con lo stile della storiografia anglosassone. Superata infatti la retorica fascista, Silvestri delinea in maniera precisa e spietata le figure dei generali Cadorna, Capello e Badoglio mettendo l’accento sulle loro gravi responsabilità nel disastro dell’ottobre 1917. Molto belli anche gli scorci relativi alla vita della nazione durante gli anni di guerra che fanno comprendere il clima in cui si sviluppavano le vicende belliche e l’atteggiamento del popolo italiano.

Mario Silvestri, Isonzo 1917, edizoni BUR, 2001

Con quest’opera coraggiosa e a tratti paradossale, Gore Vidal vuole portare il lettore ad aprire gli occhi su una delle tendenze più inquietanti del governo degli Stati Uniti: quella di limitare e calpestare, con sempre maggior frequenza e intensità, i diritti e le libertà civili dei suoi cittadini.

Un percorso, quello dell’autore, che si snoda con i suoi articoli tra alcune vicende connesse al nuovo trend governativo. Tra queste, il massacro da parte degli agenti dell’FBI di 82 persone (tra cui 25 bambini) appartenenti alla setta dei Davidiani a Waco. Questo misfatto spinse poi Timothy McVeigh a far esplodere un camion-bomba contro l’edificio federale di Oklahoma City, provocando la morte di 168 persone.

In nome della lotta al terrorismo e alla droga, i Dieci Emendamenti stilati dai padri della nazione (poi confluiti in un documento che diverrà noto come Bill of Rights) si sono assottigliati sempre di più, facendo perdere agli americani la “copertura costituzionale” che li dovrebbe proteggere dal potere dello Stato. Le conseguenze sono difficili da immaginare. Avverte infatti Vidal: «Una volta alienato, un “diritto inalienabile” può essere perso per sempre, nel qual caso noi non saremmo più, nemmeno lontanamente, l’ultima e migliore speranza della terra ma solo uno squallido stato imperiale la cui maggiore preoccupazione è tenere a bada i suoi cittadini e il cui stile di morte, non di vita, viene imitato da tutti».

L’autore ha qui fornito spunti interessanti e particolari che non sono di dominio pubblico, seppure apparentemente perda, a volte, il fil rouge del suo tema. Rimane comunque esempio di uno stile che si può riscontrare ormai solo in giornalisti di vecchio stampo, contraddistinto da provocazioni e amare ironie.

Gore Vidal è nato a West Point nel 1925. E’ autore di numerosi saggi e romanzi, nonché giornalista di nota fama.

E’ un libro che colpisce molto, nel senso che se lo tiri ad una persona con media forza gli puoi rifilare un bel bernoccolo in testa, infatti è composto da 600 pagine.

Nonostante le dimensioni si legge bene se si entra nel ritmo del romanzo, se si va a dormire quando Kurt va a dormire e si riprende la lettura quando si sveglia, magari il giorno dopo, dopo aver appoggiato il libro sul comodino o nello zaino.

Numero di stelle (da 0 a 6): ****

Delitto di mezza estate di Henning Mankell

Le premesse di una guerra e le conseguenze per coloro che ne sono coinvolti sono descritte in modo coinvolgente e preciso.
Un libro che si legge velocemente ma che aiuta a riflettere su quali possano essere i pericoli nel nostro futuro descrivendo gli errori ed orrori del passato prossimo.

Possiamo fidarci di Chris Hedges. È stato nei posti peggiori e ha visto le cose peggiori. Così dobbiamo ascoltarlo quando sostiene che la guerra è una droga che uccide, che il nazionalismo è sempre pericoloso e che dobbiamo svegliarci e renderci conto di quanto il mondo attuale sia terrificante. Michael Ignatieff
Facile dire che la guerra è sinonimo d’inferno. Ma per molti di coloro – sia civili che militari – che la provano, la guerra è un’esperienza intensa, emozionante e persino gioiosa. La guerra inebria, dà un obiettivo, una motivazione, una soluzione: Chris Hedges la conosce bene. Per il “New York Times” è stato nei Balcani, in Medio Oriente, in America Centrale e ciò che ha visto lo ha sconvolto: amici, nemici, colleghi intossicati e quasi drogati dallo scontro. Partendo dai classici, da Omero a oggi, in questo libro Hedges affronta una triste verità e un mito antico: il legame d’amore fra gli uomini e la guerra, l’attrazione fatale tra il rischio e la gloria, la seduzione della battaglia e la perversione del conflitto.

Quali sono le pulsioni dell’animo umano che spingono alla guerra? Come si è evoluto il concetto di guerra e la sua realizzazione pratica?

John Keegan risponde a queste domande partendo dalle prime battaglie rituali dei popoli preistorici sino al concetto di annientamento totale dell’avversario. Keegan parte appunto dai combattimenti dell’età della pietra, spesso incruenti e puramente rituali, per poi legare lo sviluppo dell’arte bellica allo sviluppo della società stessa.

Con la nascita dell’agricoltura cominciano infatti i primi conflitti tra popoli nomadi e popoli sedentari nelle pianure dell’Asia minore. Questo periodo vede l’avvento dei popoli a cavallo (animale domesticato già nel IV millennio a.C.), prima tramite il carro da combattimento, che porta gli Assiri al dominio di tutta la mezzaluna fertile.

In seguito il carro da combattimento (utile solo in pianura) viene soppiantato dall’uso del cavallo montato. A prendere il sopravvento sono dunque i popoli della “steppa”, eccellenti cavalcatori, tra cui i più noti sono gli Unni, i Turchi e i Mongoli, che riusciranno a conquistare il più grande impero della storia.

Parallelamente i Greci cambieranno radicalmente il modo di combattere, introducendo la “falange”, la prima forma di esercito organizzato in maniera “moderna” con un armamento standardizzato (la panoplia) e uno schieramento disciplinato. I romani modificheranno poco questo schema, rendendolo solo più flessibile, nella conquista del loro grande impero.

E’ solo nel XV secolo che avviene un’altra svolta epocale: l’avvento della polvere da sparo e del cannone che permette ai turchi di abbattere le poderose mura di Costantinopoli.

Il cambiamento introdotto dal cannone non è solo tattico ma anche psicologico: dallo scontro “corpo a corpo” si passa “all’uccisione a distanza” che finisce per togliere ogni remora ai guerreggianti. Si giunge così alla teoria “dell’annientamento totale dell’avversario” ottenibile ai nostri giorni con le “armi di ditruzione di massa”.

Siamo giunti quindi alla fine della guerra? La paura dell’annichilimento totale porrà fine all’innato istinto che porta gli uomini a sfogare la propria aggressività contro i propri simili? Keegan conclude la sua analisi asserendo che la guerra è diventata ormai una abitudine per l’uomo, ma che non sopravviveremo se non ci disferemo delle nuove abitudini che abbiamo imparato!

John Keegan
La grande storia della guerra
Dalla preistoria ai giorni nostri

(Mondadori, 1996)

Chi non conosce il mitico generale Robert E. Lee comandante dell’armata della Virginia durante la guerra civile americana? Ebbene la sue fama ha valicato i confini degli Stati Uniti ed è giunta in tutto il mondo. Molti conoscono il nome del generale Lee pur essendo completamente all’oscuro delle vicende e dell’esistenza stessa di questo conflitto.Ma come ha potuto la figura di Lee, uno degli sconfitti, divenire così famosa?

Ce lo spiega Thomas Connelly, professore di storia dell’università della Carolina del Sud, in questo interessante saggio. In realtà alla fine della guerra civile la fama del generale Lee era pari, se non inferiore, a quella di altri generali confederati tra cui “il vecchio Joe” Johnston, “Stonewall” Jackson ed altri. Certo il ruolo di Lee durante la guerra fu di primo piano e fu l’unico generale sudista che provò a invadere il territorio dell’Unione, ma la sua fama e la sua grandezza crebbero solamente al termine della guerra e dopo la sua morte.

Le varie generazioni che gli succedettero crearono e modificarono l’immagine del generale a seconda dei loro scopi politici, facendolo diventare prima un idolo dei popoli del Sud, vinti ma sempre combattivi e pronti al riscatto, poi un vero e proprio simbolo nazionale, venerato anche al Nord da coloro che lo avevano sconfitto, ed infine un eroe della middle-class, il prototipo dell’uomo libero che combatte per la sua terra contro le ingiustizie. Insomma la figura di Lee viene plasmata ogni volta in maniera diversa a seconda dei fini politici dei suoi apologi.

Una visione della storiografia alquanto orwelliana che ci invita a riflettere sui personaggi storici, su come le loro figure siano state rappresentate attraverso i secoli e su come siano giunte a noi. Un monito a essere sempre critici di fronte alla storia ricordando che questa, come noi la conosciamo, non è la pura verità, ma solo una rappresentazione fatta da uomini con i loro fini politici e propagandistici.

The Marble Man
di Thomas L.Connelly (libro in inglese)

La storia di due famiglie che giungono nel moderno Eden rappresentato dalla valle del fiume Salinas dopo la fine della “Guerra Civile”.
Gli Hamilton e i Trask incominceranno lì la loro saga che, attraverso varie generazioni, si intreccia con quella dell’America stessa. Opera moralistico-filosofica che ci pone innanzi alle più forti pulsioni dell’animo umano che, a volte, la società contemporanea tende a nascondere od a negare.

La valle dell’Eden di John Steinbeck

La guerra, una grande guerra, fu sin dall’inizio il punto centrale del programma di Mussolini. La sua realizzazione ultima, il conflitto 1940-43, portò alla sua totale umiliazione e alla dissoluzione del regime fascista“. Una analisi approfondita e spietata della preparazione e della conduzione della guerra da parte di Mussolini. Cosa avrebbe potuto e dovuto fare l’Italia per non essere umiliata nella II Guerra Mondiale e come invece il Duce e i suoi leccapiedi l’hanno portata alla catastrofe. Impietoso.

Alleati di Hitler
di MacGregor

La disponibilità d’acqua vincola da sempre le sorti dell’umanità, generando fortune e catastrofi, prosperità e guerre: eppure la più antica e la più usata delle bevande non è l’unica ad aver condizionato la nostra storia. Fotografando cinquemila anni di eventi, Tom Standage getta una nuova luce sulle vicende dell’uomo, leggendole attraverso le bevande che ne hanno accompagnato le sorti, concorrendo, nelle maniere più sorprendenti, addirittura a crearle.

Perché la spugna passata sulle labbra del Cristo era intrisa d’aceto? Come mai i marinai della flotta inglese erano più in salute di quelli francesi? Cos’ha costretto l’Impero cinese a cedere Hong Kong ai britannici? Se gli archeologi distinguono le epoche in base all’uso di diversi materiali, Standage le ripartisce riferendosi a birra, vino, liquori, caffè, tè e Coca-Cola. Originale e ironico, “Una storia del mondo in sei bicchieri” alterna cronache e aneddoti alla verità dei documenti, creando un avvincente cortocircuito tra realtà e leggenda in grado di soddisfare esperti e curiosi, ma soprattutto capace di offrire una visione “altra” della storia, che alle rivelazioni epocali preferisce i piccoli, grandi segreti racchiusi in un bicchiere.
“Le sei bevande illustrate in questo libro dimostrano la complessa interazione delle diverse civiltà e l’interconnessione delle culture mondiali. Esse sopravvivono nelle nostre case, oggi, come ricordi pulsanti di epoche passate, testamenti liquidi delle forze che hanno forgiato il mondo moderno.

La prossima volta che vi porterete alle labbra una birra, del vino, un liquore, un caffè, un tè o della Coca-Cola, pensate a come sono giunti fino a voi attraversando lo spazio e il tempo, e ricordate che contengono molto più di semplice alcol o caffeina. C’è anche la storia, nel turbine delle loro profondità.” (Tom Standage, www.tomstandage.com)

ISBN: 8875780226
Prezzo di copertina: Euro 22,00

Il più grave attentato terroristico nella Capitale del Mondo. Protagonisti eccezionali. Accadimenti fin troppo realistici. Eroi ed eroine, tanto coraggio e un pò di culo.

È la sceneggiatura perfetta per un classico e modesto thriller hollywoodiano, uno di quelli, però, che abbiamo tutti già visto. Voto 3.

New York brucia?
di Dominique Lapierre, Larry Collins