E’ uscito da poche settimane il quarto libro di Jared Diamond, antropologo ed eccellente divulgatore, autore di “Armi, acciao e malattie” (1997), “Evoluzione della sessualità‘” (1998) e “Il terzo scimpanze‘” (1991).

Collapse: How Societies Choose to Fail or Survive“, questo e’ il titolo dell’opera, verra’ tradotta da Einaudi in autunno.
Ecco alcuni link utili per saperne di piu’ su questo libro:

La sera, quando mi corico, sento ancora il bisogno di assicurarmi che le mie gambe siano sotto le coperte, una volta spenta la luce. Non sono più un bambino ma non mi va di dormire con una gamba che sporge dal letto. Perchè se una mano gelida mi afferrasse la caviglia, potrei anche urlare… Sono cose che non succedono, naturalmente, e lo sappiamo tutti. L’essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto alle coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia.

Ecco l’horror di King: la paura irrazionale che ci fa venire i brividi alla schiena quando siamo in una stanza buia, in una serata ventosa che fa sbattere i rami degli alberi contro la nostra finestra, quando sentiamo il miagolio acuto di un gatto in calore.

A volte ritornano, come i nostri incubi, mostri immaginari che la nostra fantasia rende più reali della stessa realtà. Per questo i libri di King ci affascinano e ci terrorizzano, perchè ci mette dinnanzi alle nostre paure recondite ed è proprio nei racconti brevi che il maestro dell’horror da il meglio di sè.

A volte ritornano
di Stephen King (1978)

Philippe Noiret nel film “Il deserto dei Tartari” (1977)

Di questo celebre romanzo di Dino Buzzati possiamo amare lo stile onirico, l’ambientazione fuori dal tempo, il modo in cui trasmette il mistero e il fascino della montagna. Piu’ di tutto, pero’, racconta di ideali e di sentimenti antichi e universali quanto l’uomo.
E’ un libro che puo’ colpire nel profondo, e costringerci a (ri)pensare la nostra vita.

Medici, paganti e mutuati nell’Italia degli anni ’60

Nel 1964 Giuseppe D’Agata scrisse “Il Medico della Mutua” reso famoso al grande pubblico dal film omonimo interpretato da Alberto Sordi (1968).
Non mi stancherò mai di ricordare che Alberto Sordi sia stato un attore di grande spessore e dotato di una duttilità fuori dal comune, capace cioè di interpretare una rosa di ruoli e personaggi che vanno dal carbonaro al marchese al buffone al medio borghese, di un’Italia che la mia generazione non ha vissuto ma che ha respirato durante l’infanzia e che, suo malgrado, si porta ancora dietro in una frase o in qualche gesto della vita quotidiana.
Come spesso accade, tuttavia, il libro riesce a dipingere meglio la figura del Dott. Guido Melli (Tersilli nella versione cinematografica) e dell’Italia degli anni sessanta e settanta.

Il Dott. Guido Melli muove i primi passi in un mondo più vasto che si apre con mille possibilità. Appena laureato – dopo anni di sacrifici e rinunce e con l’aiuto della madre e di Teresa, la sua fidanza fedele, gentile, ma basso borghese – frequenta la clinica ed ha appena ricevuto la nomina come medico mutualista. Non che sia un merito perché, come precisa il funzionario, basta farne richiesta! Il problema ora sono i mutuati, una preda che, a quanto pare, non è facile da catturare quando si parte da zero. Ma il giovane Guido ha due armi dalla sua, un’ambizione sfrenata e una madre, a cui è legatissimo, che lo spinge e lo incita a farsi strada con ogni mezzo.

Al bar della clinica Il Sanitario passa di rado solo per avere chiara in testa l’immagine di ciò che non vuole diventare: un medico che in attesa che i mutuati gli piovano dal cielo perde tempo tra la clinica e il biliardo coi colleghi. No, lui troverà un modo. Per prima cosa lascia la clinica, inutile perdita di tempo, e si presenta come assistente volontario all’Ospedale Valsalva, che fa parte di un Ospizio per vecchi indigenti. Qui conosce numerosi medici e impara molto più che in sei anni di medicina e di clinica; impara a comportarsi da medico e ad ostentare sicurezza, che sembra essere più importante di una diagnosi e di una prescrizione corretta.

L’occasione che cercava per riempire il suo studio ambulatoriale di “mutuati” e fare il grande salto verso il successo gli si presenta con la malattia di un collega più anziano, il Dott. Bui. Questi possiede più di duemila mutuati “docili e fedeli” che dovrebbero essere alla sua morte spartiti tra i mutualisti del Valsalva, ma la moglie Amelia, trascurata e confusa a causa della malattia del marito, ingenuamente si presta alle lusinghe e false promesse di matrimonio di Guido. Gli eventi si susseguono veloci nelle ultime pagine: con la morte del Dott. Bui Guido si impossessa dei suoi mutuati, abbandona Teresa perché non è più all’altezza della sua posizione e chiude i conti anche con Amelia che viene consolata dall’amante di sempre, Simeone. Ora egli pensa solo a sposare una donna ricca e…bella, certamente, visto che ormai è un medico affermato e con un’ottima posizione e reputazione, e a farsi un’amante e una nuova automobile.

Le tinte del Dott. Melli sono più grigie rispetto a quelle a colori vivi del film. Qui senza la colonna sonora allegra e l’interpretazione briosa di Alberto Sordi, Guido ci appare nudo e, come un Dott. Tersilli in chiave privata, esprime tutto il suo cinismo, la sua ambizione e la sua voglia di arrivare, di farsi una posizione come medico. Dopo anni di rinunce vissuti a guardare in alto e a considerare la sua vita mediocre ora pensa che sia arrivato il suo turno ed è disposto a tutto pur di emergere, rinunciando anche all’unica cosa vera che ha, Teresa, la cui unica colpa è di essere se stessa, un’impiegata, una “mutuata”. Anche Amelia è solo una pedina da sacrificare verso la strada del successo e Guido non esita a scendere in basso fino a toccare il fondo e a soffiare i mutuati del marito promessi ai suoi colleghi; sordo e insensibile ai loro insulti, riceve però la segreta stima di alcuni che gli invidiano i mutuati e il coraggio. La madre è l’unica persona che Guido veramente rispetta; anch’ella ansiosa di uscire dalla mediocrità di una vita borghese, punta tutto sul figlio e lo appoggia in tutte le sue bassezze.

Il Dott. Melli rimane un personaggio negativo, un antieroe, che vive in un mondo in cui esistono solo tre categorie di persone: i medici, una casta che deve proteggere i propri privilegi ad ogni costo in nome della libera professione, una “laurea in Medicina”, del resto, “non è una laurea come le altre”; i paganti, cioè la classe abbiente costituita dai non medici, che non usufruisce della mutua e che perciò merita una visita accurata e una prescrizione fatta di molte più ricette e da medicinali dai nomi strani e incomprensibili, per differenziarla dalla normale prestazione mutualistica e giustificare l’ingente somma di danaro richiesta; ed infine i mutuati, disprezzati per la loro bassa posizione sociale, ma anche agognati perché unica fonte di ricchezza per il medico mutualista.

Guido si aggira nelle periferie romane a piedi, o in tram e quel che vede non sono persone, ma mutuati, di buona o cattiva qualità, disciplinati e fedeli o disposti a voltare le spalle al proprio medico curante perché qualcuno ha aperto un ambulatorio sotto casa loro, e naturalmente vecchi o giovani; mutuati che si possono vendere o acquistare pagandoli a seconda della loro qualità. Proprio così, il medico, libero professionista, è assoggettato alle leggi del mercato e il mutuato è la sua fonte di guadagno. La realtà vista dai suoi occhi ha toni grotteschi, una realtà fatta di mutuati con il libretto in mano che bisogna convincere a venire spesso nel proprio ambulatorio (la mutua all’epoca pagava il medico a seconda del numero di prestazioni mutualistiche effettuate) e alla quale bisogna diagnosticare le malattie anche se sono sani, che’ altrimenti uno il dottore cosa ce l’ha a fare?

Leggo sulla stampa senigalliese che gli studenti del Liceo Classico “Perticari” di Senigallia da qualche tempo sono impegnati in un progetto di autogestione scolastica. Il progetto comprende scioperi e assemblee ma anche svariati corsi, tra i quali c’è una rassegna cinematografica su Kubrick, una mostra d’arte, un corso di hip-hop, dibatti sulla società moderna, un’informazione scientifica sull’AIDS, un’informazione critica sulla Riforma Moratti, un corso di fotografia, un corso di Yoga, il racconto dell’esperienza “Il Giardino degli Angeli” in Brasile, corsi di musica e di graffiti e molto altro ancora. Argomenti, hanno sottolineato organizzatori e partecipanti, «di solito sorvolati nelle ore curricolari». Continua a leggere…

Il Codice Da Vinci

Perché Dan Brown ha venduto milioni di copie in tutto il mondo? Semplice, ha usato una ricetta vincente mettendo insieme i più grandi misteri della storia (il Santo Graal, i quadri di Leonardo, i dogmi religiosi, i codici numerici) condendo il tutto con una narrazione intensa e coinvolgente con un ritmo da film di azione.
Il risultato è un libro leggibile tutto d’un fiato che farà storcere il naso a molti (soprattutto ai cattolici credenti), ma che va preso per quello che è: un “romanzo”. Continua a leggere…

“Per punirla di una gravidanza illecita il cognato l´ha cosparsa di benzina e ha dato fuoco. La donna si è salvata ma ancora oggi non mostra il suo volto e si nasconde dietro l´anonimato. Il suo libro ha venduto in Francia oltre trecentomila copie ed è stato tradotto in diciotto paesi”.

Ho letto il libro. Lo aspettavo da tempo, avevo letto delle recensioni…e per farmi ancora + del male, in alcuni giorni di vacanza me lo sono letto.

Agghiacciante, ma da leggere, quindi ve lo segnalo per il vostro club.

Le guerre, si sa, non sono tutte uguali. Capita che i morti dell’Iraq si possano contare uno ad uno sui TG, mentre in Cecenia, nel silenzio, si muore “per un si o per un no”, oppure, piu’ semplicemente, per essere ceceno.
Per l’esattezza un ceceno su cinque e’ morto negli ultimi dieci anni a causa di due guerre, ripetutesi su un territorio grande come la Campania e una capitale, Grozny, ormai rasa al suolo. Perche’?

Il libro cerca di rispondere fin dall’introduzione, in cui il francese Andre’ Glucksmann ci riporta alla realta’ della storia, e ci spiega che i perche’ non vanno cercati in Cecenia ma nel resto della Russia, e siano di natura politica, di antica data.

Anna Politkovskaia, quarantenne giornalista russa, premio OSCE 2003 per il giornalismo e la democrazia, ci racconta soprattutto i come: come si vive, come (non) si mangia o (non) ci si lava e invece troppo spesso si muore in massacri gratuiti.
La giornalista disegna personaggi reali e conosciuti personalmente, soldati e alti ufficiali russi, gente comune e capi ceceni, e racconta avvenimenti visti e uditi, o raccolti in testimonianze dal valore storico, oltre che giornalistico.

Anna Politkovskaia parla anche da protagonista, avendo vissuto spesso in Cecenia negli ultimi dieci anni ed essendo stata la mediatrice durante il tragico sequestro nel teatro Nord-Ost a Mosca nell’ottobre 2002 costato la vita a piu’ di 140 persone: quel gesto terroristico, “frutto della disperazione”, e’ ripreso da vicino, in una cronaca chiara e appassionante.

Il libro spiega cosa ci sia dietro la parola Zaciska, e chiarisce come a compiere i misfatti piu’ efferati sia il banditismo, spietato quanto ben organizzato, costituito da russi e ceceni, alleati in nome del redditizio contrabbando di petrolio; a tutto cio’ assiste l’esercito russo, nutrito dai disordini che esso stesso alimenta. La corruzione nell’esercito e’ giunta al punto in cui gli ufficiali negano ai soldati meta’ della ricca ricompensa di guerra se questi chiedono di tornare a casa.

Ma l’esercito in Russia, e in modo particolare le unita’ speciali di stanza in Cecenia, sono un governo nel governo, una autorita’ autonoma e molto potente, che nemmeno i tribunali hanno il coraggio di toccare. Il caso del colonnello Budanov ne e’ la dimostrazione: dopo aver rapito, violentato e strangolato una diciottenne cecena, Budanov e’ stato assolto perche’ “temporaneamente irresponsabile” nel momento dell’omicidio.

Al Governo russo la Politkovskaia riserva un intero capitolo: l’amministrazione Putin vuole apparire all’esterno come garante dell’ordine e della sicurezza, ma in realta’ getta benzina sul fuoco e i suoi servizi segreti (FSB, ex KGB) sono particolarmente attivi in questo. In Russia il ceceno e’ “diverso”, malvisto e vessato dalla polizia. In TV gli sceneggiati in prima serata lo descrivono crudele e spietato mentre i russi sono raffigurati come eroi esemplari: in Russia il razzismo e’ di Stato.

Ma tutti i russi, eccetto forse i caucasici, vivono tradizionalmente da subalterni verso lo Stato, “non c’e’ popolazione meno sicura di se dei cittadini russi”, dice l’autrice, che spiega come verso l’autorita’ essi non alzino mai la testa, a meno di essere persone particolarmente importanti, per fama, soldi o meriti militari, motivi di molto superiori rispetto ai semplici diritti umani o civili. Questo atteggiamento e’ piu’ antico del comunismo ed si e’ ben conservato fino ad oggi.

In sintesi quello di Anna Politkovskaia, edito da Fandango, e’ un libro di estrema attualita’, per non dimenticare che dietro la “lotta al terrorismo” ci sia di tutto, anche un genocidio.

Più degli altri quattro libri di Harry Potter, quest’ultimo presenta il protagonista nel suo travaglio di crescita in fase adolescenziale. È in questa transizione verso l’età adulta che Harry incomincia a sperimentare che anche gli eroi falliscono e che la verità non è sempre così semplice come sembra o come la si vorrebbe. Un libro decisamente orientato all’introspezione sul protagonista e meno (rispetto ai precedenti) agli eventi fantastici del mondo dei maghi.

In parte devo dire che mi ha deluso. Il tono dei primi quattro libri era abbastanza fanciullesco, qualche volta gioioso. In questo libro Harry si presenta invece come un adolscente piuttosto irascible e dai sentimenti abbastanza cupi. Benchè la storia finisca, com è ovvio, con la vittoria del bene e la sconfitta del male, il finale lascia un po’ “l’amaro in bocca” e l’atmosfera alla fine dell’anno scolastico ad Hogwarts è tutt’altro che di sollievo. Infine la lunghezza del libro è decisamente eccessiva (più di 700 pag.).

Direi che è un libro che vale la pena leggere se si sono letti i primi quattro, ma che certamente non tiene il passo dei precedenti.

La vera storia del “West” raccontata finalmente da uno storico senza i pregiudizi e gli stereotipi cinematografici ed analizzata senza dare giudizi etici, ma solamente basandosi sulla realtà dei fatti. Dee Brown ci presenta l’epopea della conquista delle terre dell’Ovest tramite dei racconti brevi sulle figure più rappresentative di quell’epoca.
Troviamo quindi i primi pionieri che attraversano la valle dell’Ohio fino al Mississippi, gli esploratori, i cacciatori di pellicce, i fuorilegge, i cowboys, i Pony Express, i cercatori d’oro ed i grandi militari che hanno creato la grande nazione americana.

Di grande rilievo ed interesse è anche la parte relativa agli indiani d’america, i quali vengono descritti dalle origini fino al genocidio perpetrato ai loro danni dall’ uomo bianco.
Se nomi del calibro di Buffalo Bill, Butch Cassidy, Geronimo, Toro Seduto, Cavallo Pazzo ecc… vi hanno in qualche modo affascinato, non potete perdervi questa lettura!