Dalla Prima Lettera di Ingegnere Apostolo ai Referendinzi

Carissimi cittadini,
al prossimo referendum voterete da 1 a 4 sì, non entro per ora nel merito dei singoli punti del referendum ma mi limiterò ad esporvi i miei dubbi in proposito terminando qui il tono cabarettistico.
Al prossimo referendum l’astensione è legittima, la legge lo prevede, altrimenti la condizione imposta dal quorum non avrebbe senso. Il perchè all’astensione cambia da cittadino a cittadino, nel mio caso è dovuto alle seguenti considerazioni.

Lo strumento del referendum, così come è stato formulato nella nostra costituzione, credo sia tendenzialmente impreciso e contraddittorio. Impreciso perchè non fornisce indicazioni alternative alla legge che si vuole abrogare, se il quesito proponesse insieme al sì anche una proposta alternativa sarebbe uno strumento migliore. La proposta collegata al sì eviterebbe che il risultato possa essere annullato da leggi ad hoc per aggirare l’ostacolo, così come è successo con il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. 

Cinicamente penso che se dovesse rimanere la legge attuale la lobby delle case di cura, orfanotrofi, centro di aiuto per bambini down, e alcune multinazionali farmaceutiche potrebbero giovarne molto. Penso che la maggior parte di queste strutture orbitano attorno al vaticano e quindi sarebbe chiaro il motivo dell’invito all’astensione. Questo per quanto riguarda l’astensione, ma per il sì, mi domando, chi ci guadagna?

La risposta a questa domanda mi dice che ci guadagnerebbero solo le persone malate di fibrosi cistica , malattie genetiche, coppie desideriose di mettere su famiglia.

Ma così come sono cinico nel fare dietrologia per il no provo ad esserlo anche per il sì, a differenza del no dalla parte del sì, però, non ho trovato nulla, ed è questo che mi fa riflettere. Sono perplesso. Quali sono le lobby che stanno dietro il sì? Sono così potenti da rimanere fuori dalla mischia? Potrei azzardare i centri di ricerca, i laboratori, altre multinazionali farmaceutiche, qualcuno mi può dare qualche indizio a proposito? 

La logica mi ha spinto alle due precedenti considerazioni, e chissà dove mi porterà da qui a domenica, lascio ora la parola a due osservazioni dettate dalla mia coscienza di cristiano cattolico di sesto livello modello Oratorio 2000 XP.

La prima trae spunto da una citazione, Veronesi rispondendo a Oriana Fallaci sul Corriere della Sera di Lunedì 6/06/05, parlando dei motivi per votare sì dice ci guadagnerebbero le persone che vorrebbero vedere realizzato il “proprio progetto di vita”.

La vita non la vedo come un “progetto”, un progetto è freddo, un progetto è fisso e una volta approvato deve partire con la fase esecutiva. Hai quarant’anni e vuoi avere un figlio? No problem il nostro “progetto di vita” le garantisce anche un figlio è il completino prenatal è incluso nel prezzo!

La seconda mi spinge a rispondere a Marco che ha riportato, ovviamente su Popinga, un bel articolo di Massimo Gramellini che terminava citando il Vangelo; dunque citiamo.

Ai sostenitori del “sì” che mi dicono: ”se credi veramente nel no vai a votare ed esprimi il tuo voto”, rispondo citando “siate dunque prudenti come serpenti e semplici come le colombe” (Mt10,16-17).

In continua ricerca e vostro devotissimo,

Matteo Massacesi

Bell’intervento, quello di Fabrizio Chiappetti su Vivere Senigallia del 28 giugno, a proposito della tragica scomparsa di Maria Nilde Cerri. Ho trovato però del tutto fuori luogo l’accenno alla politica, seppur con lo stile usato.

Dire che «se la politica ha un senso, esso è dato dal farsi carico della fragilità umana, […] questo bisogno di accoglienza e di tenerezza, invece di prendere sul serio solo se stessa» significa tutto e niente. Soprattutto oggi. Le vicende civili e politiche di queste ultime settimane dovrebbero far riflettere proprio sulla capacità della politica di accogliere e dar risposte ai problemi della vita, dell’amore, della malattia e della sofferenza. Se la politica (cioè l’amministrazione della polis) deve dare risposte ai problemi della vita, non riesco a concepire altro modo per farlo che quello di far entrare questi problemi nell’agorà, nella discussione pubblica, e in ultima analisi affidarli alla responsabilità e alla decisione di ciascuno. E, se la responsabilità si manifesta col voto, sulla vita e sulla fragilità umana è massimamente importante votare: su cosa varrebbe la pena farlo, se non sulla vita? Nelle ultime settimane, che a Chiappetti piaccia o no, questo Paese ha dimostrato di non saper cogliere l’immensa opportunità che gli è stata offerta.

Manifesto sull’altare

Avevamo visto un po’ dappertutto nelle parrocchie e negli oratori, nelle sacrestie e nei circoli d’area o cattolici la ricca messe dei manifesti e degli opuscoli di Carlo Casini.
Che qualche buon prete fosse preso dall’entusiasmo fino al punto di esporli però su un altare, anzi su due altari nella medesima chiesa, questo a me sembrava davvero impossibile. Non lo avrei nemmeno immaginato!

Poi ieri, alla Messa domenicale ho fatto la sconcertante scoperta. Il primo impulso è stato quello di scrivere al Vescovo, poi di divulgare, senza alcun commento, questa fotografia.
Si l’ho scattata io, in una chiesa della Diocesi di Senigallia: è vera e non c’è alcun trucco.

Che su un altare di una chiesa cattolica oggi vi sia scritto, a carattere cubitali, ”SCEGLI DI NON ANDARE A VOTARE” confesso mi sembra davvero incredibile.

«Sulla vita non si vota» sostengono i comitati per l’astensione ai prossimi referendum, tra cui Scienza & Vita.
Ma la regola – pare di capire – vale da poco tempo e soprattutto ad intermittenza: ai tempi del referendum sull’aborto (promosso da loro), sulla vita si poté votare eccome!

Evidentemente, all’epoca non esistevano i gravi pericoli di oggi:
– la materia è difficile (chi decide il livello di difficoltà di un quesito dello Stato italiano? Loro? Il cardinale Ruini?);
– la gente non capisce (spesso si vuole che la gente non capisca);
– il tema coinvolge una ristretta minoranza (è poi così vero?);
– su certe questioni non si può decidere con un sì e con un no (e perché no?);
– i referendum sono troppi, in Italia si abusa dell’istituto referendario (in Svizzera e negli Stati Uniti si votano decine di referendum ogni anno, apparentemente senza rischi per la democrazia);
– si spacca il Paese (dove sta scritto che il Paese non possa discutere e magari dividersi su temi importanti?).

Il pericolo, per loro, è un altro. La campagna astensionista si basa su un solo pilastro: la consapevolezza che i SI sono largamente maggioritari nel Paese. L’unico modo per non toccare la legge, dunque, è impedire la conta dei voti. Il resto sono bizantinismi ed esercizi da azzeccagarbugli. Come ha detto il costituzionalista cattolico Stefano Ceccanti, «chi ha approvato la legge sia in Parlamento che fuori, dovrebbe difenderla votando NO: se è stato fatto un buon lavoro, il consenso sociale è assicurato. Se si astiene, significa che sa di essere in minoranza. È un’ammissione di colpa».
Non so se si tratti di colpa, ma di sicuro è in mala fede chi cerca di ammantare la scelta astensionista di nobili significati, giustificazioni filosofiche e teologiche.
Personalità di spicco, da Pera e Casini per finire a Rutelli, hanno dichiarato che non andranno a votare e difeso la scelta dell’astensione definendola “legittima”. E chi ha mai sostenuto il contrario? Anche se nessuno nega la legittimità dell’astensione, vale la pena fare alcune osservazioni sulla credibilità di chi la predica.

1. Astensione ad intermittenza. Come mai non ci sono appelli per l’astensione alle elezioni politiche? Perché, quando si tratta di poltrone e rimborsi elettorali, bisogna fare una scelta di campo e andare compatti alle urne? E si sarebbe ugualmente caldeggiata l’astensione se i referendum si fossero tenuti insieme alle elezioni regionali?

2. Tutti abili e arruolati. Qual è la quota di astensione “fisiologica” in Italia negli ultimi anni? Una stima può venire dai referendum dell’11 giugno 1995 (privatizzazione della RAI, trattenute sindacali, pubblicità televisiva, ecc.): quella infatti fu l’ultima volta che non scattò il meccanismo del non-voto = voto, i NO alle modifiche delle leggi si esplicitarono nelle urne e non finirono mascherati dietro le astensioni. Ebbene, gli astenuti furono circa il 43%, poco meno della metà degli elettori.
C’è da aspettarsi anche ora una percentuale di votanti attorno al 50%, per cui chi invita a disertare le urne parte con un vantaggio “involontario” di almeno 2/5 degli elettori. Visto che la legge prevede il quorum, il vantaggio è sacrosanto, ma possiamo ritenerlo rappresentativo dell’opinione pubblica? Con che diritto si arruola tra i sostenitori della legge quel 40% di indifferenti, a qualunque titolo disinteressati ai quesiti? Se il quorum dovesse saltare, credo che sarebbe indecente e furbesco appropriarsi della “vittoria” a nome della “maggioranza” degli italiani.

3. Qual è il quorum? Secondo il ministro dell’Interno Pisanu gli elettori italiani residenti all’estero sono circa 3 milioni e 800 mila (iscritti all’A.I.R.E.) ma le anagrafi consolari ne contano un 40% in meno. C’è quindi più di un milione di elettori morti o dispersi che saranno conteggiati nel quorum. Nei giorni scorsi s’è venuto anche a sapere che i militari italiani in missione all’estero non potranno votare per presunti motivi logistici. Non risulta che il ministro Tremaglia, che a suo tempo si commosse quando fu approvata la legge per il voto agli italiani all’estero, abbia le lacrime agli occhi per ciò che sta succedendo oggi.

4. Astensione in nomine patris. Plateale, di stampo quasi militare, è lo schieramento delle gerarchie ecclesiastiche. Lungi da me negare ai vescovi la libera manifestazione del pensiero, o la facoltà di svolgere la missione pastorale, educativa e di evangelizzazione: sarebbe da pazzi solo pensare cose del genere. Dico solo che non spetta alla Chiesa né alla CEI entrare nei meccanismi politici e legislativi dello Stato italiano, e mettere il naso nei dettagli tecnici del voto referendario, prescrivendo agli elettori il comportamento da tenere: se votare, come votare, o se andare al mare.
Illuminanti le parole di Guido Ceronetti su “La Stampa” del 29 maggio: «Predicare l’astensione […] tende a modificare subdolamente il gene della democrazia, alla quale se togli il voto e la libertà di andare al seggio hai tolto quasi tutto, ne hai rinnegato l’essenza. […] Ci avviciniamo alla repubblica islamica iraniana: il potere civile stabilisce una regola, però se l’ayatollah vuole contrastarla la regola va in fumo.»

Non bastava il sacrosanto diritto: sono arrivati a teorizzare il dovere all’astensione per evitare una barbarie di stampo nazista, e definiscono l’andare a votare una «colpa gravissima». Su radio Maria c’è chi suggerisce ai fedeli, nel giorno del referendum, di recarsi «in chiese e santuari a pregare perché la Madonna interceda presso suo Figlio affinché il referendum fallisca».
Il 31 maggio monsignor Giuseppe Betori, segretario generale della CEI, ha avvertito che «i credenti che si recheranno a votare il 12 e 13 giugno disattendono le parole del Papa». Come ha fatto però notare su “Il Riformista” del 1 giugno Oscar Giannino (uno non sospettabile di sparare “cretinerie radicaleggianti”), mons. Betori ha dovuto riconoscere che nei confronti dei “disobbedienti” non verrà adottata alcuna sanzione canonica. E ci mancherebbe altro, visto che «l’immedesimazione tra embrione e persona che la CEI difende nella legge 40 non è materia di fede codificata da encicliche o dalla dottrina della Chiesa. Risale solo ad un “principio di precauzione”, per via del quale la Chiesa italiana identifica la nozione di persona in base a criteri fondati proprio su quel biologismo sino a ieri respinto come relativista in materia morale».
Monsignor Betori ha dovuto poi toccare un altro nervo scoperto: la linea astensionista non è mai stata sottoposta ad un libero dibattito nell’assemblea generale dei vescovi italiani. È stata teorizzata dal presidente Ruini nel Consiglio Episcopale del 17 gennaio scorso e poi suggellata da un semplice applauso l’altro giorno a Bari, alla presenza del Papa.
Resta da capire se, pur in assenza di sanzioni canoniche, i cattolici saranno davvero liberi di votare. Ad esempio, quale sarà la segretezza del voto di quegli ecclesiastici che vorranno recarsi alle urne, magari per votare no? E che libertà avranno gli insegnanti di religione e i cappellani militari (tutti revocabili dalla CEI, proprio per ragioni etiche), che potrebbero pagare la loro “disobbedienza” col posto di lavoro?

5. Indurre all’astensione è reato? Come mai nessun “dottore della legge” parla dell’esistenza di un paio di leggi che regolamentano l’esercizio dei diritti politici del cittadino?

  • Art. 98 del Testo Unico delle leggi elettorali, Titolo VII:
    «Il pubblico ufficiale, l’incaricato di un pubblico servizio, l’esercente di un servizio di pubblica necessità, il ministro di qualsiasi culto, chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile o militare, abusando delle proprie attribuzioni e nell’esercizio di esse, si adopera
    – a costringere gli elettori a firmare una dichiarazione di presentazione di candidati o
    – a vincolare i suffragi degli elettori a favore od in pregiudizio di determinate liste o di determinati candidati o
    ad indurli all’astensione,
    è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire 600.000 a lire 4.000.000».
  • Art. 51 della legge 352/1970 (norme sui referendum):
    «Le disposizioni penali, contenute nel titolo VII del testo unico delle leggi per la elezione della Camera dei Deputati, si applicano anche con riferimento alle disposizioni della presente legge. Le sanzioni previste dagli articoli 96, 97 e 98 del suddetto testo unico si applicano anche quando i fatti negli articoli stessi contemplati riguardino le firme per richiesta di referendum o per proposte di leggi, o voti o astensioni di voto relativamente ai referendum disciplinati nei titoli I, II e III della presente legge.»

Non è che se ne parla poco perché, all’italica maniera, con gli avversari le leggi si applicano e con gli amici si interpretano?
Forse aveva ragione Flaiano. L’Italia è la patria del diritto. E del rovescio.
Il 12 e 13 giugno abbiamo un’ottima occasione per smentirlo.

Da La Stampa.it del 25 maggio 2005, di Massimo Gramellini.

« La fanno facile i francesi che domenica si esprimeranno sulla Costituzione Europea con una scelta secca fra «sì» e «no». Nel Paese dei furbi si è invece affermata la consuetudine che chi è favorevole alla norma oggetto di un referendum abrogativo non deve mettere la croce sul «no», ma restarsene a casa per farlo fallire. Succederà anche il 12 giugno, con i quesiti sulla fecondazione. Gli azzeccagarbugli replicano, offesi, che la loro è una scelta legittima. Vero, ma con tre ma.

Il primo, etico: sfuggire lo scontro diretto per aggregare al proprio carro quel 20% di astenuti cronici che latitano a ogni consultazione sarà una mossa scaltra, ma è un pessimo esempio di virtù civiche, oltre che un inno al machiavellismo più amorale.

Il secondo «ma» riguarda lo stravolgimento del pensiero dei Costituenti, che avevano richiesto la soglia minima del 50% dei votanti per neutralizzare quesiti di scarso interesse popolare, non per consegnare un’arma a chi vuol far fallire la consultazione proprio perché interessatissimo alle questioni in esame.

Il terzo «ma», il più grave, investe la segretezza del voto. Poichè i contrari vengono invitati a disertare le urne, chi si presenterà al seggio sarà di fatto identificato come un fautore del «sì», dal momento che anche nel caso in cui votasse «no», il suo gesto avrebbe l’effetto pratico di far salire il «quorum» e favorire così la vittoria dei referendari.

Nel Vangelo sta scritto: «Sia il vostro parlare sì sì, no no». A differenza della Cei, Gesù non contemplava l’astensione. »

«La libertà non è la mia libertà, ma è la libertà di chi non la pensa come me. Un clericale non capirà mai questo punto né in Italia, né in nessun altro paese del mondo. Il clericale non arriverà mai a capire la distinzione fra peccato (quello che lui crede peccato) e delitto (quello che la legge secolare ha il compito di condannare come delitto). Punisce il peccato come se fosse delitto, e perdona il delitto come se fosse peccato. Non è mai uscito dall’atmosfera dei dieci comandamenti, nei quali il rubare e l’uccidere (delitto) sono messi sullo stesso livello del desiderare la donna altrui (peccato)…».

Era il 1947, quando Gaetano Salvemini scriveva queste righe a Mario Vinciguerra. Sembrano ovvietà, ma evidentemente non lo sono, se 60 anni dopo c’è ancora bisogno di parlarne.

Anche le lucide, laiche, tolleranti argomentazioni di Mariangela Paradisi su Vivere Senigallia del 19 maggio paiono ovvie. Eppure vanno ancora ribadite, se possibile con maggiore forza, proprio in questi giorni. Gli ultimi prima dei 4 referendum sulla procreazione assistita.
Prima le bordate terroristiche di chi invita all’astensione per scongiurare il pericolo della clonazione umana (che nulla ha a che vedere con i quesiti in discussione); adesso scendono in campo gli intellettuali del Comitato Liberali per l’Astensione: quelli bravi, seri, preparati, che parlano di filosofia, citano Locke, Kant e il diritto romano. Sono laureati e soprattutto liberali. D’altra parte, chi non è liberale al giorno d’oggi?

I nostri “liberali” ci avvertono, restando seri, che «un pensiero autenticamente liberale deve salvaguardare sempre e comunque [le scelte individuali] fino al limite estremo della lesione degli altrui diritti». Con questo metro di giudizio, che ci farebbe ritenere liberali personaggi del calibro di Hitler, Mussolini, Stalin o Fidel Castro, i nostri “liberali” ritengono che le scelte individuali vadano salvaguardate a tal punto che è meglio convincere gli elettori a non votare.
Mariangela Paradisi fa giustamente notare che i referendum riguardano aspetti ben circoscritti e contraddittori della legge 40/2004, come la diagnosi pre-impianto e la tutela della salute della donna. Si impedisce la diagnosi dell’ovulo fecondato e poi si consente alla donna di abortire se con l’amniocentesi scopre che l’embrione è portatore di una patologia mortale. Oppure, se tra il momento della stimolazione ormonale e il momento dell’impianto la donna scopre – magari proprio a causa della stimolazione – di avere un tumore all’utero o al seno, non può più rifiutarsi di farsi impiantare gli ovuli fecondati. E in che modo avverrà l’impianto coatto? Con i carabinieri? Ci possiamo già immaginare la scena: “appuntato, lei la prenda per i piedi che io le tengo ferme le braccia…”
È una legge da stato liberale quella che fa entrare la forza pubblica nelle camere da letto, nella vita di milioni di persone? Assolutamente sì, assicurano i nostri “liberali”.

Poi, però, guardandoli in faccia, ci accorgiamo che i nostri “liberali” assomigliano molto ad altri “liberali”: quelli che trent’anni fa, ai tempi della legge Fortuna sul nuovo diritto di famiglia, sostenevano che concedere per legge la possibilità di divorziare avrebbe portato allo sfascio delle famiglie, che i mariti sarebbero scappati di casa con la governante, che si sarebbe istituzionalizzato il libertinaggio. Ma ci ricordano anche quegli altri “liberali” che si schierarono contro la legge 194, ovvero contro la legge che 25 anni fa – pur tra dubbi e contraddizioni – cercò di contenere il fenomeno enorme e vergognoso dell’aborto di massa, clandestino, irresponsabile.
A distanza di anni, nessuna delle tragedie prospettate si è avverata, anzi è successo il contrario: le famiglie non si sono sfasciate e forse è stato un bene non finire più in galera per adulterio; le interruzioni volontarie di gravidanza si sono più che dimezzate, e forse nei giovani s’è creata più consapevolezza intorno ai problemi del sesso, della contraccezione e della gravidanza.
Eppure, i “liberali” sono tornati alla carica. Una volta almeno c’erano Fanfani e Almirante, i quali peraltro non hanno mai avuto la faccia tosta di proclamarsi liberali. Adesso bisogna accontentarsi.
Alla credibilità, alla filosofia, al latinorum di questi “liberali” mi piace opporre le semplici parole che seguono.

La campana de la chiesa, di C. A. Salustri (“Trilussa”)

Che sôno a fa’? – diceva una Campana. –
Da un po’ de tempo in qua, c’è tanta gente
che invece d’entrà drento s’allontana.
Anticamente, appena davo un tocco
la Chiesa era già piena;
ma adesso ho voja a fa’ la canoffiena
pe’ chiamà li cristiani còr patocco!
Se l’omo che me sente nun me crede
che diavolo dirà Dommineddio?
Dirà ch’er sôno mio
nun è più bono a risvejà la fede.
– No, la raggione te la spiego io:
– je disse un angeletto
che stava in pizzo ar tetto –    
nun dipenne da te che nun sei bona,
ma dipenne dall’anima cristiana
che nun se fida più de la Campana
perché conosce quello che la sona…

L’8 marzo ho letto su Vivere Senigallia un intervento del prof. Gianfederico Tinti (responsabile cultura del coordinamento comunale Forza Italia) sulla libertà dei cattolici. Tinti sposa le posizioni della Curia senigalliese e del vescovo Mons. Orlandoni: bisogna rifiutare un «coinvolgimento diretto o indiretto del clero nelle questioni politiche, perché la missione della Chiesa riguarda la dimensione sociale, la concretezza delle situazioni di disagio, la vicinanza agli “ultimi”, l’aspetto caritativo dell’esistenza».

La Chiesa, continua Tinti, deve prendere «distanza dagli schieramenti in campo, perché al giorno d’oggi nulla sarebbe più disdicevole e controproducente di certo clero sindacalizzato e politicizzato, […] che tessa la trama del do ut des nel buio di qualche canonica; no, la scelta politica e amministrativa spetta al laicato, che, alla luce dei valori fondamentali cristiani […] opera le sue scelte in libertà di coscienza».

Vorrei fare alcune osservazioni semplici semplici.
Innanzitutto una curiosità: quelle frasi valgono solo per Senigallia oppure sono vere in generale? Perché delle due l’una: se ciò che vale per Senigallia non vale per l’Italia, si spieghi il perché; altrimenti ne deduco che il prof. Tinti non la pensa come le gerarchie vaticane e c’è da aspettarsi qualche sua dura critica verso di loro. Mi sembra, infatti, che nel nostro Paese l’andazzo non sia esattamente quello che il prof. Tinti dipinge nel suo articolo.

Un esempio recente.
Lo scorso 17 gennaio, a Bari, la Conferenza Episcopale Italiana, per bocca del suo presidente cardinale Camillo Ruini, ha ribadito la legittima e sacrosanta contrarietà alla modifica della legge 40/2004 sulla procreazione assistita; per i prossimi referendum la CEI ha invitato i cattolici ad «avvalersi di tutte le possibilità previste». A cosa si riferiva il cardinale? A chiarire il concetto, per chi ancora non lo avesse capito, ci ha pensato lo stesso Ruini il 7 marzo, con un’esplicita «indicazione di non partecipare al voto». «Non si tratta in alcun modo», spiega il prelato, «di una scelta di disimpegno, ma di opporsi nella maniera più forte ed efficace ai contenuti dei referendum e alla stessa applicazione dello strumento referendario in materie di tale complessità».

Passi pure la solita tiritera sul fatto che la materia è troppo complicata per i referendum, il Paese si spacca, la gente non capisce. La storia dimostra (ad esempio col divorzio) che quando la gente è stata messa in condizione di decidere non solo ha capito ma ha votato con libertà di coscienza, laicamente. Il Paese non si è spaccato, e soprattutto i cattolici hanno saputo distinguere tra le proprie convinzioni religiose e le leggi dello Stato. Per inciso, la complessità o la semplicità di una materia la decide Ruini?
Non m’interessa neppure discutere se sia giusto o sbagliato non andare a votare. Il discorso ci porterebbe lontano: bisognerebbe capire come mai l’astensione ai referendum è legittima – e lo deve essere, ovviamente – però poi alle elezioni, quando si tratta di poltrone e rimborsi elettorali, bisogna fare una “scelta di campo” e correre tutti alle urne. Ma lasciamo stare.
Rinuncio anche ad entrare nel merito dei 4 referendum sulla procreazione assistita, che voteremo in primavera. Si tratta di questioni di coscienza che afferiscono alla Vita e alle vite concrete di milioni di persone. Sperando che l’informazione sia adeguata, ognuno farà la propria riflessione e sceglierà.

Per il momento, mi interessa “solo” una questione di forma. D’altra parte, cosa sono la legge e la legalità, se non anche e innanzitutto forma?
L’articolo 2 del Concordato Lateranense dice che «la Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione». Queste e non altre sono le materie di intervento riconosciute alla Chiesa e ai suoi organi.
Con ciò non si sta togliendo alla Chiesa il diritto di diffondere i precetti della morale cattolica; non la si vuole privare della facoltà di sostenere che l’embrione è una persona e in quanto tale portatore di diritti; tanto meno si nega ai cattolici la libera manifestazione del pensiero. Sarebbe da pazzi solo pensare cose del genere. Qui si sta dicendo che non spetta alla Chiesa né alla CEI entrare nei meccanismi politici e legislativi dello Stato italiano, e mettere il naso nei dettagli tecnici del voto referendario, prescrivendo agli elettori il comportamento da tenere: se votare, come votare, o se andare al mare.
Prof. Tinti, tutto ciò non le pare un «coinvolgimento diretto o indiretto del clero nelle questioni politiche»? Quella che Lei chiamerebbe «distanza dagli schieramenti in campo» a me sembra piuttosto una militanza esplicita e faziosa.
In un altro paese, un paese con un minimo di coscienza laica, non ci avrebbero nemmeno provato. Si sarebbero perlomeno alzate delle voci, l’opinione pubblica se ne sarebbe accorta e indignata, molti avrebbero fatto notare l’indebita ingerenza. Il Governo avrebbe inviato una nota formale di protesta al segretario di Stato Vaticano.
Invece niente, tranne qualche voce isolata sui quotidiani. Evidentemente oltre Tevere sanno di potersi permettere queste uscite, sanno che gli andrà bene, che nessuno gli chiederà conto di nulla. Ma se lo fanno è anche perché hanno paura: tanta è la loro fiducia nell’unità dell’elettorato cattolico che temono persino di farlo esprimere.

Nota: Quest’articolo è stato anche pubblicato il 10/03/2005 su Vivere Senigallia.