Ora sono saliti all’altare! Non vi sembra troppo?

Manifesto sull’altare

Avevamo visto un po’ dappertutto nelle parrocchie e negli oratori, nelle sacrestie e nei circoli d’area o cattolici la ricca messe dei manifesti e degli opuscoli di Carlo Casini.
Che qualche buon prete fosse preso dall’entusiasmo fino al punto di esporli però su un altare, anzi su due altari nella medesima chiesa, questo a me sembrava davvero impossibile. Non lo avrei nemmeno immaginato!

Poi ieri, alla Messa domenicale ho fatto la sconcertante scoperta. Il primo impulso è stato quello di scrivere al Vescovo, poi di divulgare, senza alcun commento, questa fotografia.
Si l’ho scattata io, in una chiesa della Diocesi di Senigallia: è vera e non c’è alcun trucco.

Che su un altare di una chiesa cattolica oggi vi sia scritto, a carattere cubitali, ”SCEGLI DI NON ANDARE A VOTARE” confesso mi sembra davvero incredibile.

Diritto di astensione o coda di paglia?

«Sulla vita non si vota» sostengono i comitati per l’astensione ai prossimi referendum, tra cui Scienza & Vita.
Ma la regola – pare di capire – vale da poco tempo e soprattutto ad intermittenza: ai tempi del referendum sull’aborto (promosso da loro), sulla vita si poté votare eccome!

Evidentemente, all’epoca non esistevano i gravi pericoli di oggi:
– la materia è difficile (chi decide il livello di difficoltà di un quesito dello Stato italiano? Loro? Il cardinale Ruini?);
– la gente non capisce (spesso si vuole che la gente non capisca);
– il tema coinvolge una ristretta minoranza (è poi così vero?);
– su certe questioni non si può decidere con un sì e con un no (e perché no?);
– i referendum sono troppi, in Italia si abusa dell’istituto referendario (in Svizzera e negli Stati Uniti si votano decine di referendum ogni anno, apparentemente senza rischi per la democrazia);
– si spacca il Paese (dove sta scritto che il Paese non possa discutere e magari dividersi su temi importanti?).

Il pericolo, per loro, è un altro. La campagna astensionista si basa su un solo pilastro: la consapevolezza che i SI sono largamente maggioritari nel Paese. L’unico modo per non toccare la legge, dunque, è impedire la conta dei voti. Il resto sono bizantinismi ed esercizi da azzeccagarbugli. Come ha detto il costituzionalista cattolico Stefano Ceccanti, «chi ha approvato la legge sia in Parlamento che fuori, dovrebbe difenderla votando NO: se è stato fatto un buon lavoro, il consenso sociale è assicurato. Se si astiene, significa che sa di essere in minoranza. È un’ammissione di colpa».
Non so se si tratti di colpa, ma di sicuro è in mala fede chi cerca di ammantare la scelta astensionista di nobili significati, giustificazioni filosofiche e teologiche.
Personalità di spicco, da Pera e Casini per finire a Rutelli, hanno dichiarato che non andranno a votare e difeso la scelta dell’astensione definendola “legittima”. E chi ha mai sostenuto il contrario? Anche se nessuno nega la legittimità dell’astensione, vale la pena fare alcune osservazioni sulla credibilità di chi la predica.

1. Astensione ad intermittenza. Come mai non ci sono appelli per l’astensione alle elezioni politiche? Perché, quando si tratta di poltrone e rimborsi elettorali, bisogna fare una scelta di campo e andare compatti alle urne? E si sarebbe ugualmente caldeggiata l’astensione se i referendum si fossero tenuti insieme alle elezioni regionali?

2. Tutti abili e arruolati. Qual è la quota di astensione “fisiologica” in Italia negli ultimi anni? Una stima può venire dai referendum dell’11 giugno 1995 (privatizzazione della RAI, trattenute sindacali, pubblicità televisiva, ecc.): quella infatti fu l’ultima volta che non scattò il meccanismo del non-voto = voto, i NO alle modifiche delle leggi si esplicitarono nelle urne e non finirono mascherati dietro le astensioni. Ebbene, gli astenuti furono circa il 43%, poco meno della metà degli elettori.
C’è da aspettarsi anche ora una percentuale di votanti attorno al 50%, per cui chi invita a disertare le urne parte con un vantaggio “involontario” di almeno 2/5 degli elettori. Visto che la legge prevede il quorum, il vantaggio è sacrosanto, ma possiamo ritenerlo rappresentativo dell’opinione pubblica? Con che diritto si arruola tra i sostenitori della legge quel 40% di indifferenti, a qualunque titolo disinteressati ai quesiti? Se il quorum dovesse saltare, credo che sarebbe indecente e furbesco appropriarsi della “vittoria” a nome della “maggioranza” degli italiani.

3. Qual è il quorum? Secondo il ministro dell’Interno Pisanu gli elettori italiani residenti all’estero sono circa 3 milioni e 800 mila (iscritti all’A.I.R.E.) ma le anagrafi consolari ne contano un 40% in meno. C’è quindi più di un milione di elettori morti o dispersi che saranno conteggiati nel quorum. Nei giorni scorsi s’è venuto anche a sapere che i militari italiani in missione all’estero non potranno votare per presunti motivi logistici. Non risulta che il ministro Tremaglia, che a suo tempo si commosse quando fu approvata la legge per il voto agli italiani all’estero, abbia le lacrime agli occhi per ciò che sta succedendo oggi.

4. Astensione in nomine patris. Plateale, di stampo quasi militare, è lo schieramento delle gerarchie ecclesiastiche. Lungi da me negare ai vescovi la libera manifestazione del pensiero, o la facoltà di svolgere la missione pastorale, educativa e di evangelizzazione: sarebbe da pazzi solo pensare cose del genere. Dico solo che non spetta alla Chiesa né alla CEI entrare nei meccanismi politici e legislativi dello Stato italiano, e mettere il naso nei dettagli tecnici del voto referendario, prescrivendo agli elettori il comportamento da tenere: se votare, come votare, o se andare al mare.
Illuminanti le parole di Guido Ceronetti su “La Stampa” del 29 maggio: «Predicare l’astensione […] tende a modificare subdolamente il gene della democrazia, alla quale se togli il voto e la libertà di andare al seggio hai tolto quasi tutto, ne hai rinnegato l’essenza. […] Ci avviciniamo alla repubblica islamica iraniana: il potere civile stabilisce una regola, però se l’ayatollah vuole contrastarla la regola va in fumo.»

Non bastava il sacrosanto diritto: sono arrivati a teorizzare il dovere all’astensione per evitare una barbarie di stampo nazista, e definiscono l’andare a votare una «colpa gravissima». Su radio Maria c’è chi suggerisce ai fedeli, nel giorno del referendum, di recarsi «in chiese e santuari a pregare perché la Madonna interceda presso suo Figlio affinché il referendum fallisca».
Il 31 maggio monsignor Giuseppe Betori, segretario generale della CEI, ha avvertito che «i credenti che si recheranno a votare il 12 e 13 giugno disattendono le parole del Papa». Come ha fatto però notare su “Il Riformista” del 1 giugno Oscar Giannino (uno non sospettabile di sparare “cretinerie radicaleggianti”), mons. Betori ha dovuto riconoscere che nei confronti dei “disobbedienti” non verrà adottata alcuna sanzione canonica. E ci mancherebbe altro, visto che «l’immedesimazione tra embrione e persona che la CEI difende nella legge 40 non è materia di fede codificata da encicliche o dalla dottrina della Chiesa. Risale solo ad un “principio di precauzione”, per via del quale la Chiesa italiana identifica la nozione di persona in base a criteri fondati proprio su quel biologismo sino a ieri respinto come relativista in materia morale».
Monsignor Betori ha dovuto poi toccare un altro nervo scoperto: la linea astensionista non è mai stata sottoposta ad un libero dibattito nell’assemblea generale dei vescovi italiani. È stata teorizzata dal presidente Ruini nel Consiglio Episcopale del 17 gennaio scorso e poi suggellata da un semplice applauso l’altro giorno a Bari, alla presenza del Papa.
Resta da capire se, pur in assenza di sanzioni canoniche, i cattolici saranno davvero liberi di votare. Ad esempio, quale sarà la segretezza del voto di quegli ecclesiastici che vorranno recarsi alle urne, magari per votare no? E che libertà avranno gli insegnanti di religione e i cappellani militari (tutti revocabili dalla CEI, proprio per ragioni etiche), che potrebbero pagare la loro “disobbedienza” col posto di lavoro?

5. Indurre all’astensione è reato? Come mai nessun “dottore della legge” parla dell’esistenza di un paio di leggi che regolamentano l’esercizio dei diritti politici del cittadino?

  • Art. 98 del Testo Unico delle leggi elettorali, Titolo VII:
    «Il pubblico ufficiale, l’incaricato di un pubblico servizio, l’esercente di un servizio di pubblica necessità, il ministro di qualsiasi culto, chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile o militare, abusando delle proprie attribuzioni e nell’esercizio di esse, si adopera
    – a costringere gli elettori a firmare una dichiarazione di presentazione di candidati o
    – a vincolare i suffragi degli elettori a favore od in pregiudizio di determinate liste o di determinati candidati o
    ad indurli all’astensione,
    è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire 600.000 a lire 4.000.000».
  • Art. 51 della legge 352/1970 (norme sui referendum):
    «Le disposizioni penali, contenute nel titolo VII del testo unico delle leggi per la elezione della Camera dei Deputati, si applicano anche con riferimento alle disposizioni della presente legge. Le sanzioni previste dagli articoli 96, 97 e 98 del suddetto testo unico si applicano anche quando i fatti negli articoli stessi contemplati riguardino le firme per richiesta di referendum o per proposte di leggi, o voti o astensioni di voto relativamente ai referendum disciplinati nei titoli I, II e III della presente legge.»

Non è che se ne parla poco perché, all’italica maniera, con gli avversari le leggi si applicano e con gli amici si interpretano?
Forse aveva ragione Flaiano. L’Italia è la patria del diritto. E del rovescio.
Il 12 e 13 giugno abbiamo un’ottima occasione per smentirlo.

New York brucia?

Il più grave attentato terroristico nella Capitale del Mondo. Protagonisti eccezionali. Accadimenti fin troppo realistici. Eroi ed eroine, tanto coraggio e un pò di culo.

È la sceneggiatura perfetta per un classico e modesto thriller hollywoodiano, uno di quelli, però, che abbiamo tutti già visto. Voto 3.

New York brucia?
di Dominique Lapierre, Larry Collins

Referendum senza segreto

Da La Stampa.it del 25 maggio 2005, di Massimo Gramellini.

« La fanno facile i francesi che domenica si esprimeranno sulla Costituzione Europea con una scelta secca fra «sì» e «no». Nel Paese dei furbi si è invece affermata la consuetudine che chi è favorevole alla norma oggetto di un referendum abrogativo non deve mettere la croce sul «no», ma restarsene a casa per farlo fallire. Succederà anche il 12 giugno, con i quesiti sulla fecondazione. Gli azzeccagarbugli replicano, offesi, che la loro è una scelta legittima. Vero, ma con tre ma.

Il primo, etico: sfuggire lo scontro diretto per aggregare al proprio carro quel 20% di astenuti cronici che latitano a ogni consultazione sarà una mossa scaltra, ma è un pessimo esempio di virtù civiche, oltre che un inno al machiavellismo più amorale.

Il secondo «ma» riguarda lo stravolgimento del pensiero dei Costituenti, che avevano richiesto la soglia minima del 50% dei votanti per neutralizzare quesiti di scarso interesse popolare, non per consegnare un’arma a chi vuol far fallire la consultazione proprio perché interessatissimo alle questioni in esame.

Il terzo «ma», il più grave, investe la segretezza del voto. Poichè i contrari vengono invitati a disertare le urne, chi si presenterà al seggio sarà di fatto identificato come un fautore del «sì», dal momento che anche nel caso in cui votasse «no», il suo gesto avrebbe l’effetto pratico di far salire il «quorum» e favorire così la vittoria dei referendari.

Nel Vangelo sta scritto: «Sia il vostro parlare sì sì, no no». A differenza della Cei, Gesù non contemplava l’astensione. »

Il nuovo libro di Jared Diamond

E’ uscito da poche settimane il quarto libro di Jared Diamond, antropologo ed eccellente divulgatore, autore di “Armi, acciao e malattie” (1997), “Evoluzione della sessualità‘” (1998) e “Il terzo scimpanze‘” (1991).

Collapse: How Societies Choose to Fail or Survive“, questo e’ il titolo dell’opera, verra’ tradotta da Einaudi in autunno.
Ecco alcuni link utili per saperne di piu’ su questo libro:

A volte ritornano

La sera, quando mi corico, sento ancora il bisogno di assicurarmi che le mie gambe siano sotto le coperte, una volta spenta la luce. Non sono più un bambino ma non mi va di dormire con una gamba che sporge dal letto. Perchè se una mano gelida mi afferrasse la caviglia, potrei anche urlare… Sono cose che non succedono, naturalmente, e lo sappiamo tutti. L’essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto alle coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia.

Ecco l’horror di King: la paura irrazionale che ci fa venire i brividi alla schiena quando siamo in una stanza buia, in una serata ventosa che fa sbattere i rami degli alberi contro la nostra finestra, quando sentiamo il miagolio acuto di un gatto in calore.

A volte ritornano, come i nostri incubi, mostri immaginari che la nostra fantasia rende più reali della stessa realtà. Per questo i libri di King ci affascinano e ci terrorizzano, perchè ci mette dinnanzi alle nostre paure recondite ed è proprio nei racconti brevi che il maestro dell’horror da il meglio di sè.

A volte ritornano
di Stephen King (1978)

Il deserto dei Tartari

Philippe Noiret nel film “Il deserto dei Tartari” (1977)

Di questo celebre romanzo di Dino Buzzati possiamo amare lo stile onirico, l’ambientazione fuori dal tempo, il modo in cui trasmette il mistero e il fascino della montagna. Piu’ di tutto, pero’, racconta di ideali e di sentimenti antichi e universali quanto l’uomo.
E’ un libro che puo’ colpire nel profondo, e costringerci a (ri)pensare la nostra vita.

I 4 referendum e i nostri “liberali”

«La libertà non è la mia libertà, ma è la libertà di chi non la pensa come me. Un clericale non capirà mai questo punto né in Italia, né in nessun altro paese del mondo. Il clericale non arriverà mai a capire la distinzione fra peccato (quello che lui crede peccato) e delitto (quello che la legge secolare ha il compito di condannare come delitto). Punisce il peccato come se fosse delitto, e perdona il delitto come se fosse peccato. Non è mai uscito dall’atmosfera dei dieci comandamenti, nei quali il rubare e l’uccidere (delitto) sono messi sullo stesso livello del desiderare la donna altrui (peccato)…».

Era il 1947, quando Gaetano Salvemini scriveva queste righe a Mario Vinciguerra. Sembrano ovvietà, ma evidentemente non lo sono, se 60 anni dopo c’è ancora bisogno di parlarne.

Anche le lucide, laiche, tolleranti argomentazioni di Mariangela Paradisi su Vivere Senigallia del 19 maggio paiono ovvie. Eppure vanno ancora ribadite, se possibile con maggiore forza, proprio in questi giorni. Gli ultimi prima dei 4 referendum sulla procreazione assistita.
Prima le bordate terroristiche di chi invita all’astensione per scongiurare il pericolo della clonazione umana (che nulla ha a che vedere con i quesiti in discussione); adesso scendono in campo gli intellettuali del Comitato Liberali per l’Astensione: quelli bravi, seri, preparati, che parlano di filosofia, citano Locke, Kant e il diritto romano. Sono laureati e soprattutto liberali. D’altra parte, chi non è liberale al giorno d’oggi?

I nostri “liberali” ci avvertono, restando seri, che «un pensiero autenticamente liberale deve salvaguardare sempre e comunque [le scelte individuali] fino al limite estremo della lesione degli altrui diritti». Con questo metro di giudizio, che ci farebbe ritenere liberali personaggi del calibro di Hitler, Mussolini, Stalin o Fidel Castro, i nostri “liberali” ritengono che le scelte individuali vadano salvaguardate a tal punto che è meglio convincere gli elettori a non votare.
Mariangela Paradisi fa giustamente notare che i referendum riguardano aspetti ben circoscritti e contraddittori della legge 40/2004, come la diagnosi pre-impianto e la tutela della salute della donna. Si impedisce la diagnosi dell’ovulo fecondato e poi si consente alla donna di abortire se con l’amniocentesi scopre che l’embrione è portatore di una patologia mortale. Oppure, se tra il momento della stimolazione ormonale e il momento dell’impianto la donna scopre – magari proprio a causa della stimolazione – di avere un tumore all’utero o al seno, non può più rifiutarsi di farsi impiantare gli ovuli fecondati. E in che modo avverrà l’impianto coatto? Con i carabinieri? Ci possiamo già immaginare la scena: “appuntato, lei la prenda per i piedi che io le tengo ferme le braccia…”
È una legge da stato liberale quella che fa entrare la forza pubblica nelle camere da letto, nella vita di milioni di persone? Assolutamente sì, assicurano i nostri “liberali”.

Poi, però, guardandoli in faccia, ci accorgiamo che i nostri “liberali” assomigliano molto ad altri “liberali”: quelli che trent’anni fa, ai tempi della legge Fortuna sul nuovo diritto di famiglia, sostenevano che concedere per legge la possibilità di divorziare avrebbe portato allo sfascio delle famiglie, che i mariti sarebbero scappati di casa con la governante, che si sarebbe istituzionalizzato il libertinaggio. Ma ci ricordano anche quegli altri “liberali” che si schierarono contro la legge 194, ovvero contro la legge che 25 anni fa – pur tra dubbi e contraddizioni – cercò di contenere il fenomeno enorme e vergognoso dell’aborto di massa, clandestino, irresponsabile.
A distanza di anni, nessuna delle tragedie prospettate si è avverata, anzi è successo il contrario: le famiglie non si sono sfasciate e forse è stato un bene non finire più in galera per adulterio; le interruzioni volontarie di gravidanza si sono più che dimezzate, e forse nei giovani s’è creata più consapevolezza intorno ai problemi del sesso, della contraccezione e della gravidanza.
Eppure, i “liberali” sono tornati alla carica. Una volta almeno c’erano Fanfani e Almirante, i quali peraltro non hanno mai avuto la faccia tosta di proclamarsi liberali. Adesso bisogna accontentarsi.
Alla credibilità, alla filosofia, al latinorum di questi “liberali” mi piace opporre le semplici parole che seguono.

La campana de la chiesa, di C. A. Salustri (“Trilussa”)

Che sôno a fa’? – diceva una Campana. –
Da un po’ de tempo in qua, c’è tanta gente
che invece d’entrà drento s’allontana.
Anticamente, appena davo un tocco
la Chiesa era già piena;
ma adesso ho voja a fa’ la canoffiena
pe’ chiamà li cristiani còr patocco!
Se l’omo che me sente nun me crede
che diavolo dirà Dommineddio?
Dirà ch’er sôno mio
nun è più bono a risvejà la fede.
– No, la raggione te la spiego io:
– je disse un angeletto
che stava in pizzo ar tetto –    
nun dipenne da te che nun sei bona,
ma dipenne dall’anima cristiana
che nun se fida più de la Campana
perché conosce quello che la sona…

Giorgiana Masi: la verità di Cossiga

Non è la prima volta che l’ex presidente della Repubblica torna sugli avvenimenti del 12 maggio ’77, che visse da ministro degli Interni. Lo aveva già fatto un paio d’anni fa, nell’aprile 2003, in un’intervista alla trasmissione Report di RAI3, dicendo:

«Non l’ho mai detto all’autorità giudiziaria e non lo dirò mai, è un dubbio che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono. Se avessi preso per buono ciò che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragica. Ecco, io credo che questo non lo dirò mai se mi dovessero chiamare davanti all’autorità giudiziaria, perché sarebbe una cosa molto dolorosa».

Stavolta è stato meno criptico, ma lo stile è inconfondibile. Dopo 28 anni, pare che il dubbio di cui parla Cossiga sia questo: a uccidere Giorgiana Masi sarebbe stato un «colpo vagante sparato da dimostranti, forse suoi compagni ed amici con i quali si trovava, contro le forze dell’ordine». Fuoco “amico”, dunque.
Dopo tanto tempo, un’affermazione del genere vale quanto il suo contrario, anche perché la fonte citata da Cossiga è a prova di smentita: il prefetto Fernando Masone, all’epoca capo della squadra mobile di Roma, è morto qualche anno fa.
Numerosi, concordanti e gravissimi sono invece gli elementi che fanno propendere per una ricostruzione un po’ diversa.

In ogni caso, ciò che dice Cossiga, se anche fosse vero, sposterebbe di pochissimo i termini della questione.
Giorgiana Masi fu colpita a morte alle 8 di sera, dopo un intero pomeriggio in cui nel centro di Roma le forze dell’ordine cercarono pervicacemente, rabbiosamente, scientificamente una strage. Chi le autorizzò? E qual era lo scopo? La verità sull’episodio isolato (oserei dire marginale) di ponte Garibaldi non può prescindere dalla verità su tutto ciò che accadde quel 12 maggio.
La dichiarazione di Cossiga – questa come tante altre – resta sospesa a mezz’aria: dà un contributo nullo alla ricerca della verità, non coinvolge responsabilità, non inguaia nessuno. Fa solo intendere che lui sa più di quanto dice.
Ma stiano pure tutti tranquilli: lui non lo dirà mai, perché sarebbe una cosa molto dolorosa. Appunto.

Il medico della Mutua

Medici, paganti e mutuati nell’Italia degli anni ’60

Nel 1964 Giuseppe D’Agata scrisse “Il Medico della Mutua” reso famoso al grande pubblico dal film omonimo interpretato da Alberto Sordi (1968).
Non mi stancherò mai di ricordare che Alberto Sordi sia stato un attore di grande spessore e dotato di una duttilità fuori dal comune, capace cioè di interpretare una rosa di ruoli e personaggi che vanno dal carbonaro al marchese al buffone al medio borghese, di un’Italia che la mia generazione non ha vissuto ma che ha respirato durante l’infanzia e che, suo malgrado, si porta ancora dietro in una frase o in qualche gesto della vita quotidiana.
Come spesso accade, tuttavia, il libro riesce a dipingere meglio la figura del Dott. Guido Melli (Tersilli nella versione cinematografica) e dell’Italia degli anni sessanta e settanta.

Il Dott. Guido Melli muove i primi passi in un mondo più vasto che si apre con mille possibilità. Appena laureato – dopo anni di sacrifici e rinunce e con l’aiuto della madre e di Teresa, la sua fidanza fedele, gentile, ma basso borghese – frequenta la clinica ed ha appena ricevuto la nomina come medico mutualista. Non che sia un merito perché, come precisa il funzionario, basta farne richiesta! Il problema ora sono i mutuati, una preda che, a quanto pare, non è facile da catturare quando si parte da zero. Ma il giovane Guido ha due armi dalla sua, un’ambizione sfrenata e una madre, a cui è legatissimo, che lo spinge e lo incita a farsi strada con ogni mezzo.

Al bar della clinica Il Sanitario passa di rado solo per avere chiara in testa l’immagine di ciò che non vuole diventare: un medico che in attesa che i mutuati gli piovano dal cielo perde tempo tra la clinica e il biliardo coi colleghi. No, lui troverà un modo. Per prima cosa lascia la clinica, inutile perdita di tempo, e si presenta come assistente volontario all’Ospedale Valsalva, che fa parte di un Ospizio per vecchi indigenti. Qui conosce numerosi medici e impara molto più che in sei anni di medicina e di clinica; impara a comportarsi da medico e ad ostentare sicurezza, che sembra essere più importante di una diagnosi e di una prescrizione corretta.

L’occasione che cercava per riempire il suo studio ambulatoriale di “mutuati” e fare il grande salto verso il successo gli si presenta con la malattia di un collega più anziano, il Dott. Bui. Questi possiede più di duemila mutuati “docili e fedeli” che dovrebbero essere alla sua morte spartiti tra i mutualisti del Valsalva, ma la moglie Amelia, trascurata e confusa a causa della malattia del marito, ingenuamente si presta alle lusinghe e false promesse di matrimonio di Guido. Gli eventi si susseguono veloci nelle ultime pagine: con la morte del Dott. Bui Guido si impossessa dei suoi mutuati, abbandona Teresa perché non è più all’altezza della sua posizione e chiude i conti anche con Amelia che viene consolata dall’amante di sempre, Simeone. Ora egli pensa solo a sposare una donna ricca e…bella, certamente, visto che ormai è un medico affermato e con un’ottima posizione e reputazione, e a farsi un’amante e una nuova automobile.

Le tinte del Dott. Melli sono più grigie rispetto a quelle a colori vivi del film. Qui senza la colonna sonora allegra e l’interpretazione briosa di Alberto Sordi, Guido ci appare nudo e, come un Dott. Tersilli in chiave privata, esprime tutto il suo cinismo, la sua ambizione e la sua voglia di arrivare, di farsi una posizione come medico. Dopo anni di rinunce vissuti a guardare in alto e a considerare la sua vita mediocre ora pensa che sia arrivato il suo turno ed è disposto a tutto pur di emergere, rinunciando anche all’unica cosa vera che ha, Teresa, la cui unica colpa è di essere se stessa, un’impiegata, una “mutuata”. Anche Amelia è solo una pedina da sacrificare verso la strada del successo e Guido non esita a scendere in basso fino a toccare il fondo e a soffiare i mutuati del marito promessi ai suoi colleghi; sordo e insensibile ai loro insulti, riceve però la segreta stima di alcuni che gli invidiano i mutuati e il coraggio. La madre è l’unica persona che Guido veramente rispetta; anch’ella ansiosa di uscire dalla mediocrità di una vita borghese, punta tutto sul figlio e lo appoggia in tutte le sue bassezze.

Il Dott. Melli rimane un personaggio negativo, un antieroe, che vive in un mondo in cui esistono solo tre categorie di persone: i medici, una casta che deve proteggere i propri privilegi ad ogni costo in nome della libera professione, una “laurea in Medicina”, del resto, “non è una laurea come le altre”; i paganti, cioè la classe abbiente costituita dai non medici, che non usufruisce della mutua e che perciò merita una visita accurata e una prescrizione fatta di molte più ricette e da medicinali dai nomi strani e incomprensibili, per differenziarla dalla normale prestazione mutualistica e giustificare l’ingente somma di danaro richiesta; ed infine i mutuati, disprezzati per la loro bassa posizione sociale, ma anche agognati perché unica fonte di ricchezza per il medico mutualista.

Guido si aggira nelle periferie romane a piedi, o in tram e quel che vede non sono persone, ma mutuati, di buona o cattiva qualità, disciplinati e fedeli o disposti a voltare le spalle al proprio medico curante perché qualcuno ha aperto un ambulatorio sotto casa loro, e naturalmente vecchi o giovani; mutuati che si possono vendere o acquistare pagandoli a seconda della loro qualità. Proprio così, il medico, libero professionista, è assoggettato alle leggi del mercato e il mutuato è la sua fonte di guadagno. La realtà vista dai suoi occhi ha toni grotteschi, una realtà fatta di mutuati con il libretto in mano che bisogna convincere a venire spesso nel proprio ambulatorio (la mutua all’epoca pagava il medico a seconda del numero di prestazioni mutualistiche effettuate) e alla quale bisogna diagnosticare le malattie anche se sono sani, che’ altrimenti uno il dottore cosa ce l’ha a fare?