Referendum senza segreto

Da La Stampa.it del 25 maggio 2005, di Massimo Gramellini.

« La fanno facile i francesi che domenica si esprimeranno sulla Costituzione Europea con una scelta secca fra «sì» e «no». Nel Paese dei furbi si è invece affermata la consuetudine che chi è favorevole alla norma oggetto di un referendum abrogativo non deve mettere la croce sul «no», ma restarsene a casa per farlo fallire. Succederà anche il 12 giugno, con i quesiti sulla fecondazione. Gli azzeccagarbugli replicano, offesi, che la loro è una scelta legittima. Vero, ma con tre ma.

Il primo, etico: sfuggire lo scontro diretto per aggregare al proprio carro quel 20% di astenuti cronici che latitano a ogni consultazione sarà una mossa scaltra, ma è un pessimo esempio di virtù civiche, oltre che un inno al machiavellismo più amorale.

Il secondo «ma» riguarda lo stravolgimento del pensiero dei Costituenti, che avevano richiesto la soglia minima del 50% dei votanti per neutralizzare quesiti di scarso interesse popolare, non per consegnare un’arma a chi vuol far fallire la consultazione proprio perché interessatissimo alle questioni in esame.

Il terzo «ma», il più grave, investe la segretezza del voto. Poichè i contrari vengono invitati a disertare le urne, chi si presenterà al seggio sarà di fatto identificato come un fautore del «sì», dal momento che anche nel caso in cui votasse «no», il suo gesto avrebbe l’effetto pratico di far salire il «quorum» e favorire così la vittoria dei referendari.

Nel Vangelo sta scritto: «Sia il vostro parlare sì sì, no no». A differenza della Cei, Gesù non contemplava l’astensione. »

Il nuovo libro di Jared Diamond

E’ uscito da poche settimane il quarto libro di Jared Diamond, antropologo ed eccellente divulgatore, autore di “Armi, acciao e malattie” (1997), “Evoluzione della sessualità‘” (1998) e “Il terzo scimpanze‘” (1991).

Collapse: How Societies Choose to Fail or Survive“, questo e’ il titolo dell’opera, verra’ tradotta da Einaudi in autunno.
Ecco alcuni link utili per saperne di piu’ su questo libro:

A volte ritornano

La sera, quando mi corico, sento ancora il bisogno di assicurarmi che le mie gambe siano sotto le coperte, una volta spenta la luce. Non sono più un bambino ma non mi va di dormire con una gamba che sporge dal letto. Perchè se una mano gelida mi afferrasse la caviglia, potrei anche urlare… Sono cose che non succedono, naturalmente, e lo sappiamo tutti. L’essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto alle coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia.

Ecco l’horror di King: la paura irrazionale che ci fa venire i brividi alla schiena quando siamo in una stanza buia, in una serata ventosa che fa sbattere i rami degli alberi contro la nostra finestra, quando sentiamo il miagolio acuto di un gatto in calore.

A volte ritornano, come i nostri incubi, mostri immaginari che la nostra fantasia rende più reali della stessa realtà. Per questo i libri di King ci affascinano e ci terrorizzano, perchè ci mette dinnanzi alle nostre paure recondite ed è proprio nei racconti brevi che il maestro dell’horror da il meglio di sè.

A volte ritornano
di Stephen King (1978)

Il deserto dei Tartari

Philippe Noiret nel film “Il deserto dei Tartari” (1977)

Di questo celebre romanzo di Dino Buzzati possiamo amare lo stile onirico, l’ambientazione fuori dal tempo, il modo in cui trasmette il mistero e il fascino della montagna. Piu’ di tutto, pero’, racconta di ideali e di sentimenti antichi e universali quanto l’uomo.
E’ un libro che puo’ colpire nel profondo, e costringerci a (ri)pensare la nostra vita.

I 4 referendum e i nostri “liberali”

«La libertà non è la mia libertà, ma è la libertà di chi non la pensa come me. Un clericale non capirà mai questo punto né in Italia, né in nessun altro paese del mondo. Il clericale non arriverà mai a capire la distinzione fra peccato (quello che lui crede peccato) e delitto (quello che la legge secolare ha il compito di condannare come delitto). Punisce il peccato come se fosse delitto, e perdona il delitto come se fosse peccato. Non è mai uscito dall’atmosfera dei dieci comandamenti, nei quali il rubare e l’uccidere (delitto) sono messi sullo stesso livello del desiderare la donna altrui (peccato)…».

Era il 1947, quando Gaetano Salvemini scriveva queste righe a Mario Vinciguerra. Sembrano ovvietà, ma evidentemente non lo sono, se 60 anni dopo c’è ancora bisogno di parlarne.

Anche le lucide, laiche, tolleranti argomentazioni di Mariangela Paradisi su Vivere Senigallia del 19 maggio paiono ovvie. Eppure vanno ancora ribadite, se possibile con maggiore forza, proprio in questi giorni. Gli ultimi prima dei 4 referendum sulla procreazione assistita.
Prima le bordate terroristiche di chi invita all’astensione per scongiurare il pericolo della clonazione umana (che nulla ha a che vedere con i quesiti in discussione); adesso scendono in campo gli intellettuali del Comitato Liberali per l’Astensione: quelli bravi, seri, preparati, che parlano di filosofia, citano Locke, Kant e il diritto romano. Sono laureati e soprattutto liberali. D’altra parte, chi non è liberale al giorno d’oggi?

I nostri “liberali” ci avvertono, restando seri, che «un pensiero autenticamente liberale deve salvaguardare sempre e comunque [le scelte individuali] fino al limite estremo della lesione degli altrui diritti». Con questo metro di giudizio, che ci farebbe ritenere liberali personaggi del calibro di Hitler, Mussolini, Stalin o Fidel Castro, i nostri “liberali” ritengono che le scelte individuali vadano salvaguardate a tal punto che è meglio convincere gli elettori a non votare.
Mariangela Paradisi fa giustamente notare che i referendum riguardano aspetti ben circoscritti e contraddittori della legge 40/2004, come la diagnosi pre-impianto e la tutela della salute della donna. Si impedisce la diagnosi dell’ovulo fecondato e poi si consente alla donna di abortire se con l’amniocentesi scopre che l’embrione è portatore di una patologia mortale. Oppure, se tra il momento della stimolazione ormonale e il momento dell’impianto la donna scopre – magari proprio a causa della stimolazione – di avere un tumore all’utero o al seno, non può più rifiutarsi di farsi impiantare gli ovuli fecondati. E in che modo avverrà l’impianto coatto? Con i carabinieri? Ci possiamo già immaginare la scena: “appuntato, lei la prenda per i piedi che io le tengo ferme le braccia…”
È una legge da stato liberale quella che fa entrare la forza pubblica nelle camere da letto, nella vita di milioni di persone? Assolutamente sì, assicurano i nostri “liberali”.

Poi, però, guardandoli in faccia, ci accorgiamo che i nostri “liberali” assomigliano molto ad altri “liberali”: quelli che trent’anni fa, ai tempi della legge Fortuna sul nuovo diritto di famiglia, sostenevano che concedere per legge la possibilità di divorziare avrebbe portato allo sfascio delle famiglie, che i mariti sarebbero scappati di casa con la governante, che si sarebbe istituzionalizzato il libertinaggio. Ma ci ricordano anche quegli altri “liberali” che si schierarono contro la legge 194, ovvero contro la legge che 25 anni fa – pur tra dubbi e contraddizioni – cercò di contenere il fenomeno enorme e vergognoso dell’aborto di massa, clandestino, irresponsabile.
A distanza di anni, nessuna delle tragedie prospettate si è avverata, anzi è successo il contrario: le famiglie non si sono sfasciate e forse è stato un bene non finire più in galera per adulterio; le interruzioni volontarie di gravidanza si sono più che dimezzate, e forse nei giovani s’è creata più consapevolezza intorno ai problemi del sesso, della contraccezione e della gravidanza.
Eppure, i “liberali” sono tornati alla carica. Una volta almeno c’erano Fanfani e Almirante, i quali peraltro non hanno mai avuto la faccia tosta di proclamarsi liberali. Adesso bisogna accontentarsi.
Alla credibilità, alla filosofia, al latinorum di questi “liberali” mi piace opporre le semplici parole che seguono.

La campana de la chiesa, di C. A. Salustri (“Trilussa”)

Che sôno a fa’? – diceva una Campana. –
Da un po’ de tempo in qua, c’è tanta gente
che invece d’entrà drento s’allontana.
Anticamente, appena davo un tocco
la Chiesa era già piena;
ma adesso ho voja a fa’ la canoffiena
pe’ chiamà li cristiani còr patocco!
Se l’omo che me sente nun me crede
che diavolo dirà Dommineddio?
Dirà ch’er sôno mio
nun è più bono a risvejà la fede.
– No, la raggione te la spiego io:
– je disse un angeletto
che stava in pizzo ar tetto –    
nun dipenne da te che nun sei bona,
ma dipenne dall’anima cristiana
che nun se fida più de la Campana
perché conosce quello che la sona…

Giorgiana Masi: la verità di Cossiga

Non è la prima volta che l’ex presidente della Repubblica torna sugli avvenimenti del 12 maggio ’77, che visse da ministro degli Interni. Lo aveva già fatto un paio d’anni fa, nell’aprile 2003, in un’intervista alla trasmissione Report di RAI3, dicendo:

«Non l’ho mai detto all’autorità giudiziaria e non lo dirò mai, è un dubbio che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono. Se avessi preso per buono ciò che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragica. Ecco, io credo che questo non lo dirò mai se mi dovessero chiamare davanti all’autorità giudiziaria, perché sarebbe una cosa molto dolorosa».

Stavolta è stato meno criptico, ma lo stile è inconfondibile. Dopo 28 anni, pare che il dubbio di cui parla Cossiga sia questo: a uccidere Giorgiana Masi sarebbe stato un «colpo vagante sparato da dimostranti, forse suoi compagni ed amici con i quali si trovava, contro le forze dell’ordine». Fuoco “amico”, dunque.
Dopo tanto tempo, un’affermazione del genere vale quanto il suo contrario, anche perché la fonte citata da Cossiga è a prova di smentita: il prefetto Fernando Masone, all’epoca capo della squadra mobile di Roma, è morto qualche anno fa.
Numerosi, concordanti e gravissimi sono invece gli elementi che fanno propendere per una ricostruzione un po’ diversa.

In ogni caso, ciò che dice Cossiga, se anche fosse vero, sposterebbe di pochissimo i termini della questione.
Giorgiana Masi fu colpita a morte alle 8 di sera, dopo un intero pomeriggio in cui nel centro di Roma le forze dell’ordine cercarono pervicacemente, rabbiosamente, scientificamente una strage. Chi le autorizzò? E qual era lo scopo? La verità sull’episodio isolato (oserei dire marginale) di ponte Garibaldi non può prescindere dalla verità su tutto ciò che accadde quel 12 maggio.
La dichiarazione di Cossiga – questa come tante altre – resta sospesa a mezz’aria: dà un contributo nullo alla ricerca della verità, non coinvolge responsabilità, non inguaia nessuno. Fa solo intendere che lui sa più di quanto dice.
Ma stiano pure tutti tranquilli: lui non lo dirà mai, perché sarebbe una cosa molto dolorosa. Appunto.

Il medico della Mutua

Medici, paganti e mutuati nell’Italia degli anni ’60

Nel 1964 Giuseppe D’Agata scrisse “Il Medico della Mutua” reso famoso al grande pubblico dal film omonimo interpretato da Alberto Sordi (1968).
Non mi stancherò mai di ricordare che Alberto Sordi sia stato un attore di grande spessore e dotato di una duttilità fuori dal comune, capace cioè di interpretare una rosa di ruoli e personaggi che vanno dal carbonaro al marchese al buffone al medio borghese, di un’Italia che la mia generazione non ha vissuto ma che ha respirato durante l’infanzia e che, suo malgrado, si porta ancora dietro in una frase o in qualche gesto della vita quotidiana.
Come spesso accade, tuttavia, il libro riesce a dipingere meglio la figura del Dott. Guido Melli (Tersilli nella versione cinematografica) e dell’Italia degli anni sessanta e settanta.

Il Dott. Guido Melli muove i primi passi in un mondo più vasto che si apre con mille possibilità. Appena laureato – dopo anni di sacrifici e rinunce e con l’aiuto della madre e di Teresa, la sua fidanza fedele, gentile, ma basso borghese – frequenta la clinica ed ha appena ricevuto la nomina come medico mutualista. Non che sia un merito perché, come precisa il funzionario, basta farne richiesta! Il problema ora sono i mutuati, una preda che, a quanto pare, non è facile da catturare quando si parte da zero. Ma il giovane Guido ha due armi dalla sua, un’ambizione sfrenata e una madre, a cui è legatissimo, che lo spinge e lo incita a farsi strada con ogni mezzo.

Al bar della clinica Il Sanitario passa di rado solo per avere chiara in testa l’immagine di ciò che non vuole diventare: un medico che in attesa che i mutuati gli piovano dal cielo perde tempo tra la clinica e il biliardo coi colleghi. No, lui troverà un modo. Per prima cosa lascia la clinica, inutile perdita di tempo, e si presenta come assistente volontario all’Ospedale Valsalva, che fa parte di un Ospizio per vecchi indigenti. Qui conosce numerosi medici e impara molto più che in sei anni di medicina e di clinica; impara a comportarsi da medico e ad ostentare sicurezza, che sembra essere più importante di una diagnosi e di una prescrizione corretta.

L’occasione che cercava per riempire il suo studio ambulatoriale di “mutuati” e fare il grande salto verso il successo gli si presenta con la malattia di un collega più anziano, il Dott. Bui. Questi possiede più di duemila mutuati “docili e fedeli” che dovrebbero essere alla sua morte spartiti tra i mutualisti del Valsalva, ma la moglie Amelia, trascurata e confusa a causa della malattia del marito, ingenuamente si presta alle lusinghe e false promesse di matrimonio di Guido. Gli eventi si susseguono veloci nelle ultime pagine: con la morte del Dott. Bui Guido si impossessa dei suoi mutuati, abbandona Teresa perché non è più all’altezza della sua posizione e chiude i conti anche con Amelia che viene consolata dall’amante di sempre, Simeone. Ora egli pensa solo a sposare una donna ricca e…bella, certamente, visto che ormai è un medico affermato e con un’ottima posizione e reputazione, e a farsi un’amante e una nuova automobile.

Le tinte del Dott. Melli sono più grigie rispetto a quelle a colori vivi del film. Qui senza la colonna sonora allegra e l’interpretazione briosa di Alberto Sordi, Guido ci appare nudo e, come un Dott. Tersilli in chiave privata, esprime tutto il suo cinismo, la sua ambizione e la sua voglia di arrivare, di farsi una posizione come medico. Dopo anni di rinunce vissuti a guardare in alto e a considerare la sua vita mediocre ora pensa che sia arrivato il suo turno ed è disposto a tutto pur di emergere, rinunciando anche all’unica cosa vera che ha, Teresa, la cui unica colpa è di essere se stessa, un’impiegata, una “mutuata”. Anche Amelia è solo una pedina da sacrificare verso la strada del successo e Guido non esita a scendere in basso fino a toccare il fondo e a soffiare i mutuati del marito promessi ai suoi colleghi; sordo e insensibile ai loro insulti, riceve però la segreta stima di alcuni che gli invidiano i mutuati e il coraggio. La madre è l’unica persona che Guido veramente rispetta; anch’ella ansiosa di uscire dalla mediocrità di una vita borghese, punta tutto sul figlio e lo appoggia in tutte le sue bassezze.

Il Dott. Melli rimane un personaggio negativo, un antieroe, che vive in un mondo in cui esistono solo tre categorie di persone: i medici, una casta che deve proteggere i propri privilegi ad ogni costo in nome della libera professione, una “laurea in Medicina”, del resto, “non è una laurea come le altre”; i paganti, cioè la classe abbiente costituita dai non medici, che non usufruisce della mutua e che perciò merita una visita accurata e una prescrizione fatta di molte più ricette e da medicinali dai nomi strani e incomprensibili, per differenziarla dalla normale prestazione mutualistica e giustificare l’ingente somma di danaro richiesta; ed infine i mutuati, disprezzati per la loro bassa posizione sociale, ma anche agognati perché unica fonte di ricchezza per il medico mutualista.

Guido si aggira nelle periferie romane a piedi, o in tram e quel che vede non sono persone, ma mutuati, di buona o cattiva qualità, disciplinati e fedeli o disposti a voltare le spalle al proprio medico curante perché qualcuno ha aperto un ambulatorio sotto casa loro, e naturalmente vecchi o giovani; mutuati che si possono vendere o acquistare pagandoli a seconda della loro qualità. Proprio così, il medico, libero professionista, è assoggettato alle leggi del mercato e il mutuato è la sua fonte di guadagno. La realtà vista dai suoi occhi ha toni grotteschi, una realtà fatta di mutuati con il libretto in mano che bisogna convincere a venire spesso nel proprio ambulatorio (la mutua all’epoca pagava il medico a seconda del numero di prestazioni mutualistiche effettuate) e alla quale bisogna diagnosticare le malattie anche se sono sani, che’ altrimenti uno il dottore cosa ce l’ha a fare?

Il cognome di Eva

Secondo le leggi di Volterra, se due o più popolazioni sono in concorrenza tra loro, inevitabilmente soltanto una di esse finirà per sopravvivere.
Facciamo un esperimento: prendiamo tutti gli abitanti di una città e raggruppiamoli per cognome, immaginando che ogni cognome contraddistingua una diversa "popolazione"; la città risulterà così divisa in tanti gruppi quanti sono i cognomi presenti.
Ciascuna di queste "popolazioni" si trova a competere con tutte le altre per la sopravvivenza. Non sappiamo chi vincerà ma la matematica di Volterra prevede che, in assenza di immigrazione, prima o poi tutti gli abitanti della città finiranno per avere lo stesso cognome.

Questo fenomeno accade realmente: in Occidente è poco visibile, visto che i cognomi hanno pochi secoli di vita, ma in Cina, dove alcuni di essi esistono da più di 4000 anni, ci sono interi paesi dove tutti hanno lo stesso cognome.

Lo stesso effetto, in generale noto ai biologi come "deriva genetica", può essere osservato guardando il passato e utilizzando caratteristiche ben piu’ antiche dei cognomi. A tal proposito ci chiediamo: puo’ l’intera popolazione mondiale di oggi essere la sola sopravvissuta alla competizione con diverse altre popolazioni in una lotta durata migliaia di anni di storia evolutiva umana? Se si, cosa contraddistingue questa popolazione vincente dalle altre ormai scomparse?

La maggior parte dei paleoantropologi sostiene che l’uomo moderno (homo sapiens sapiens) abbia avuto origine in Africa, e da li’ sia uscito circa 100 mila anni fa per colonizzare il resto del Mondo. E’ dunque corretto supporre che tutti noi discendiamo da un gruppo di progenitori vissuti in Africa in un istante qualsiasi della nostra storia anteriore a 100 mila anni fa.
Ogni donna di questo gruppo diede origine ad una propria distinta discendenza; possiamo dunque pensare che ciascuno di noi, oggi, appartenga ad una di queste progenie, insieme a quanti condividono con lui la stessa antica progenitrice.
E se andassimo indietro oltre i 100 mila anni, troveremmo la progenitrice comune a tutti gli attuali abitanti della Terra? In altre parole, noi tutti discendiamo da una sola donna?
L’esistenza di questa "Eva" primordiale, storica e non biblica, e’ verosimile e giustificata dalla logica e dalla matematica. Ma e’ la genetica a darci il sostegno definitivo.

I mitocondri sono piccoli organi interni alle nostre cellule; un tempo erano batteri liberi, e per questo conservano un proprio filamento di DNA. Il DNA mitocondriale (mtDNA) si eredita solamente dalla propria madre, per cui le persone imparentate per via materna hanno lo stesso mtDNA. Naturalmente due persone prese a caso hanno due mtDNA diversi, questo perche’ il mitocondrio e’ soggetto a mutazioni genetiche: ogni tanto una bambina presenta mitocondri leggermente diversi da quello della propria madre. E’ corretto ritenere che piu’ simili saranno gli mtDNA di due individui, piu’ recentemente sara’ vissuta l’ultima progenitrice comune ad entrambi. Dunque l’mtDNA è un orologio biologico e indica il grado di diversità dei nostri alberi genealogici.

Veniamo all’ipotesi su Eva: in effetti e’ corretto pensare ad una progenitrice comune in quanto, proprio grazie alle leggi di Volterra, possiamo ritenere che sia sopravvissuto solamente il DNA mitocondriale di una delle tante progenitrici esistite; questo mtDNA, sottoposto nel tempo a continue mutazioni genetiche, ha prodotto la diversita’ di mtDNA che vediamo oggi.
Come i cognomi, il DNA dei mitocondri si eredita da un genitore soltanto; e proprio come i cognomi cinesi, dopo millenni di lotta e competizione solamente un mtDNA e’ sopravvissuto, sebbene minato dalle inevitabili mutazioni genetiche.

Ammesso che questa "Eva" sia esistita, quando sarebbe vissuta? I calcoli sono sempre basati sull’mtDNA, che appunto funziona da orologio dell’evoluzione, e ci portano a circa 190 mila anni fa. Un dato che collima abbastanza fedelmente con le prove paleontologiche gia’ citate.

Per approfondire:
Chi siamo. La storia della diversità umana
di Luigi e Francesco Cavalli-Sforza
Mondadori (1993)

Prede, predatori… e raggi laser

Verso la metà degli anni Venti, all’Università di Padova, il biologo Umberto D’Ancona studiava le variazioni delle popolazioni di varie specie di pesce che interagiscono l’una con l’altra. Nel corso di queste ricerche, si imbatté nei dati sulle percentuali di pesca di varie specie in diversi porti dell’Adriatico nel corso della prima guerra mondiale.

I dati del porto di Fiume, negli anni 1914-1923, testimoniavano una crescita anomala dei selaci (pesci poco interessanti come cibo: piccoli squali, razze, ecc.), fino al 36% in più degli anni precedenti. Ciò era tanto più curioso in quanto, negli stessi anni, la proliferazione di altre specie di pesce (soprattutto commestibili) era stata molto meno vigorosa.

La prima spiegazione che D’Ancona tentò si appoggiava su un paio d’osservazioni. Innanzitutto, ciò che distingue i selaci dai pesci commestibili è che i selaci sono predatori mentre gli altri pesci sono le loro prede. In secondo luogo, la diminuzione dell’attività di pesca durante la guerra poteva aver fatto crescere le specie commestibili e quindi aumentare il cibo per i predatori. Il ragionamento, però, reggeva solo in parte: non dava conto, ad esempio, del perché la riduzione della pesca avesse giovato molto di più ai predatori che alle prede.
Dopo aver esaurito le possibili spiegazioni, D’Ancona – è il caso di dirlo – non sapeva più che pesci pigliare. Si rivolse allora al suocero, il matematico anconetano Vito Volterra, nella speranza che questi sarebbe riuscito ad inquadrare il problema entro un modello matematico.

A quell’epoca Volterra, quasi settantenne, preside della Facoltà di Scienze dell’Università di Roma e membro dell’Accademia dei Lincei, era una delle personalità di spicco – forse la più autorevole – del panorama scientifico italiano.
Iniziò a lavorare al problema del genero, suddividendo i pesci in due categorie: le prede e i predatori. Ipotizzò che le prede, a differenza dei predatori, non competono intensamente fra loro nella ricerca di cibo, poiché questo è abbondante rispetto alla loro popolazione. Allora, in che modo varia nel tempo il loro numero? Il tasso di crescita delle prede è proporzionale al loro numero, secondo una costante di proporzionalità che tiene conto anche della mortalità. Il tasso di decrescita dipende invece da tre fattori: la mortalità naturale, ad un tasso proporzionale al numero di prede; la presenza dei predatori, che provocano una diminuzione del numero delle prede ad un tasso proporzionale al numero di contatti per unità di tempo tra i primi e i secondi; la pesca, che diminuisce le prede ad un tasso ancora proporzionale al loro numero.
Un discorso speculare si può fare per i predatori, che però competono fra loro nella ricerca delle prede: essi hanno un tasso naturale di decrescita (mortalità) proporzionale al loro numero ed un tasso di crescita proporzionale al numero di incontri con le prede nell’unità di tempo.
Con queste assunzioni, Volterra mostrò che le popolazioni delle prede e dei predatori si sviluppano in maniera interdipendente, e la loro evoluzione presenta situazioni di equilibrio. Il risultato sorprendente era che un aumento moderato della pesca ha effetti benefici sulla popolazione delle prede mentre provoca una diminuzione dei predatori. Viceversa, la riduzione della pesca (com’era avvenuto durante la prima guerra mondiale) provoca una proliferazione dei predatori e una diminuzione del pesce commestibile. Questo risultato, non del tutto intuitivo, si accordava con i dati sperimentali e rispondeva ai quesiti di D’Ancona. (vedi paragrafo sottostante).

Le leggi di Volterra si sono dimostrate efficaci nel descrivere molte altre situazioni di competizione naturale tra prede e predatori. Si applicano, ad esempio, al trattamento con gli insetticidi, che distruggono sia gli insetti predatori che i predati: l’uso degli insetticidi determina una crescita di quegli insetti la cui popolazione è tenuta sotto controllo da insetti predatori. Una conferma viene da un insetto (Icerya purchasi) che, quando fu introdotto per caso in America dall’Australia nel 1868, minacciò di distruggere le coltivazioni di agrumi. Come rimedio, fu importato il suo naturale predatore australiano, una coccinella (Novius cardinalis) che causò una riduzione del numero di Iceryae. Quando si scoprì che il DDT poteva distruggere le Iceryae, gli agricoltori lo usarono subito, convinti di poterle sterminare definitivamente. Invece, in accordo con il principio di Volterra, l’effetto fu un aumento dei parassiti.
Continuando gli studi sulle dinamiche delle popolazioni biologiche e i rapporti tra prede e predatori, Volterra estese l’analisi alla competizione tra più specie di predatori quando essi condividono la stessa risorsa o preda. Il modello matematico che sviluppò lo portò ad enunciare il cosiddetto principio di esclusione competitiva: quando due specie competono nello stesso ambiente per la medesima risorsa, una delle due è destinata all’estinzione. In altre parole, non esistono stati di equilibrio stabile in cui entrambe le popolazioni di predatori convivano nutrendosi della stessa preda (vedi paragrafo sottostante).
Nati in un ambito assai circoscritto e in risposta ad un problema puntuale, i modelli matematici di Volterra hanno validità del tutto generale, ben al di là dei confini della biologia. La loro potenza e versatilità rappresentano un esempio di ciò che Eugene Wigner, premio Nobel per la fisica nel 1963, ha definito la irragionevole efficacia della matematica nelle applicazioni scientifiche. Solo una minima parte dei fenomeni naturali, infatti, si lascia descrivere matematicamente, e solo in condizioni molto speciali; è dunque incredibile che, quando una descrizione è comunque possibile, lo sia non in maniera soltanto approssimata, bensì con un grado d’accuratezza ed una profondità spropositati.
Ma forse neppure Volterra avrebbe immaginato quale spettacolare applicazione le sue leggi avrebbero avuto pochi decenni più tardi, in un contesto lontanissimo e inaspettato.

Guarda chi si rivede…!

Alla fine degli anni Quaranta il fisico statunitense Charles Townes cercava di utilizzare le onde elettromagnetiche per studiare la struttura delle molecole. Viste le dimensioni microscopiche degli oggetti da indagare, la radiazione doveva avere una piccolissima lunghezza d’onda (ossia una frequenza altissima) ed essere molto “pulita”. Aiutato dal suo allievo Gordon Gould, Townes si ricordò di vecchi lavori di Albert Einstein del 1917 sull’emissione stimolata di radiazione, per cui è possibile indurre un atomo ad emettere radiazione investendolo con una radiazione identica. Se si fosse riusciti a costruire un dispositivo in grado di imbrigliare e contenere la radiazione così prodotta – pensava Townes – il gioco era fatto: la radiazione si sarebbe autorigenerata e amplificata, con un effetto a catena. Nasceva così l’idea del LASER (Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation, se la radiazione è luminosa) ovvero MASER (Microwave ASER, nella versione a microonde). Nel frattempo, oltrecortina, i fisici sovietici Nicolaij Basov e Aleksandr Prokhorov stavano ottenendo risultati simili. Townes, Basov e Prokhorov vinsero nel ’67 il premio Nobel per l’elaborazione teorica del laser, quando già se ne cominciavano a vedere i vastissimi campi d’applicazione. Oggi il laser è utilizzato un po’ ovunque: dall’ottica alla medicina, dall’astronomia alle telecomunicazioni, dalla biologia all’archeologia; con la diffusione di lettori CD e DVD, è entrato persino negli elettrodomestici di uso quotidiano.
Come suggerisce il nome, il dispositivo (in sostanza un “wafer” di materiali semiconduttori, con due specchietti semiriflettenti alle estremità) è capace di creare, amplificare ed emettere un fascio luminoso quando gli viene iniettata una corrente elettrica che può essere vista come l’alimentazione.
La luce del laser, però, non è luce qualsiasi. Le comuni sorgenti, come il Sole o una lampadina, generano luce estremamente incoerente e “disordinata”, con una banda di frequenza larghissima, una fase e una polarizzazione casuali. Il laser invece è in grado di produrre un segnale luminoso coerente e “ordinato”: cioè con una banda di frequenza strettissima, una stessa polarizzazione e una stessa fase. Come ci riesce? Vediamo.
In estrema sintesi, la luce è composta da pacchetti o quanti di energia, chiamati fotoni. La sua intensità dipende dal numero di fotoni trasmessi in un certo tempo; la sua fase e polarizzazione variano con la fase e la polarizzazione di ciascun fotone trasmesso. Per quanto detto, il laser è capace di sfruttare una corrente elettrica (leggasi: popolazione di elettroni) per generare una luce (leggasi: popolazione di fotoni) avente speciali caratteristiche (la medesima frequenza, polarizzazione e fase). Una torcia elettrica, invece, sfrutta la stessa corrente elettrica ma genera luce incoerente e caotica, ossia popolazioni di fotoni completamente diverse l’una dall’altra per frequenza, polarizzazione e fase.
Sembra che nel laser una certa popolazione di predatori (fotoni), riuscendo a sfruttare il cibo disponibile (gli elettroni) meglio di qualunque altra, alla fine risulti vincente e abbia il sopravvento.
In che modo, dunque, il laser riesce a produrre e selezionare fotoni di un certo tipo? Semplice: obbedendo alle leggi di Volterra. Ciò che descriveva le dinamiche delle popolazioni di pesci continua incredibilmente ad essere valido in un contesto completamente diverso. Formalmente nulla cambia, salvo che ora sono gli elettroni a svolgere il ruolo di prede, e i fotoni quello di predatori. Il tempo di vita dei fotoni è inferiore (circa 1/1000) al tempo di vita degli elettroni: le leggi di Volterra prevedono allora che la popolazione dei fotoni (predatori) deve aumentare a scapito di quella degli elettroni (prede).
Il principio di esclusione competitiva ci dice dell’altro. Tra tutte le possibili popolazioni di predatori (fotoni) che competono per la stessa risorsa (elettroni), una sola ha successo: quella che meglio si adatta all’ambiente (la struttura del dispositivo laser) e riesce a sfruttarne le risorse per proliferare. Basta un piccolo vantaggio iniziale, e poi la selezione naturale farà il resto. Alla fine, la popolazione vincente sarà composta da individui (fotoni) della stessa “specie”, cioè aventi la stessa frequenza, polarizzazione e fase. Dunque, il fascio luminoso prodotto sarà preciso, “coerente” e pulito.

Un semplice modello di interazione preda-predatore

Detto x il numero di prede e y quello dei predatori, i tassi di variazione temporale delle rispettive popolazioni si possono esprimere come:
dx/dt = Ax – Bxy
dy/dt = –Cy + Dxy
dove
A è il fattore netto di crescita delle prede, che tiene conto della proliferazione naturale e della decrescita dovuta a fattori esterni come la pesca; nel caso del laser, A esprime l’aumento della popolazione di elettroni (x) dovuta alla corrente iniettata nel dispositivo, e tiene conto del tempo medio di vita degli elettroni;
B è il fattore di decrescita delle prede per la presenza dei predatori; nel caso del laser, esprime l’efficienza di produzione dell’emissione stimolata di fotoni (y).  
C è il fattore netto di decrescita (naturale e dovuta alla pesca) dei predatori; nel caso del laser esprime la vita media dei fotoni (y).
D è il fattore di crescita dei predatori dovuta all’interazione con le prede, ed esprime l’efficienza di caccia dei predatori; nel caso del laser rappresenta l’efficienza di produzione dell’emissione stimolata di fotoni y (sostanzialmente D = B).
Si può dimostrare che il sistema di equazioni presenta due situazioni di equilibrio. Oltre a quella banale (x = y = 0), c’è la:
x = C/D
y = A/B
Un aumento moderato della pesca (A cresce e C decresce) ha dunque benefici effetti sulla popolazione delle prede. Nel caso del laser, siccome la vita media dei fotoni è molto minore della vita media degli elettroni (C << A), i predatori y (fotoni) hanno il sopravvento sulle prede x (elettroni disponibili all’emissione stimolata): l’intensità luminosa ne risulta amplificata. 

Il modello di esclusione competitiva

In questo caso si prendono in considerazione due popolazioni di predatori y1 e y2 che competono per la stessa risorsa o preda x.
La popolazione delle prede (risorse) condivise x dipende ovviamente dal numero di predatori y1 e y2. Il tasso di variazione si può scrivere come:
dx/dt = Ax – B1xy1 – B2xy2   
Le popolazioni dei predatori variano invece come:
dy1/dt = –C1y1 + D1xy1
dy2/dt = –C2y2 + D2xy2
Sia x(0) la concentrazione iniziale della risorsa; y1(0) e y2(0) le concentrazioni iniziali dei predatori.  
I parametri A, B e C hanno significato analogo a quelli definiti per la relazione preda-predatore.
Oltre a quella banale (y1 = y2 = 0), esistono 2 situazioni di equilibrio:
y1 = K1, y2 = 0       con K1 = K1(C1, D1, x(0))
y1 = 0, y2 = K2       con K2 = K2(C2, D2, x(0))
In entrambi i casi, una sola popolazione di predatori sopravvive, l’altra soccombe.

Vito Volterra

Nato ad Ancona il 3 maggio 1860, passò i primi anni a Torino e Firenze, mostrando già una spiccata propensione agli studi scientifici. Nel 1878, grazie all’aiuto del suo professore di fisica Antonio Roiti e di uno zio, l’ingegnere Edoardo Almagià, si iscrisse alla facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali dell’Università di Pisa. L’anno dopo entrò come allievo alla Scuola Normale, dove studiò fisica e matematica. Era laureato solo da pochi mesi quando partecipò ad un concorso per la cattedra di Meccanica Razionale dell’Università di Pisa. Lo vinse e diventò docente: aveva 23 anni. Nell’87 fu promosso ordinario, cinque anni dopo gli venne assegnato l’insegnamento di Fisica Matematica e diventò preside della facoltà di Scienze. Nel ’93 decise di lasciare Pisa per Torino, a coprire la cattedra di Meccanica Superiore. Risalgono a quegli anni alcuni dei suoi lavori più famosi sull’analisi funzionale applicata allo studio di equazioni integrali e differenziali alle derivate parziali. Nel ’99, dopo una serie di prestigiosi riconoscimenti accademici, ottenne la nomina più ambita, quella a socio nazionale dell’Accademia dei Lincei. Nel 1900 fu chiamato presso la Facoltà di Scienze dell’Università di Roma e nel 1907 ne divenne preside.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, Volterra appoggiò l’intervento italiano e arrivò ad arruolarsi col grado di tenente, mettendo a disposizione dell’esercito le sue capacità tecniche e organizzative.
Contrastò invece apertamente il Fascismo, sin dagli albori. Nel ‘25 fu tra i firmatari del “Manifesto Croce” degli intellettuali antifascisti, e aderì all’Unione nazionale delle forze liberali e democratiche promossa da Giovanni Amendola, schierandosi col gruppo dei senatori di opposizione. Il regime non glielo perdonò. Dal ‘26 cominciarono ad arrivargli pressioni e avvertimenti affinché si dimettesse da presidente dell’Accademia dei Lincei, ma i soci lo convinsero a restare. Nel ‘31, però, il governo estese ai professori universitari l’obbligo del giuramento di fedeltà al regime: Volterra e una decina d’altri (cittadini ebrei ma non solo) si rifiutarono di giurare, perdendo così la loro posizione accademica e anche il posto nei Lincei. Egli provò a ribellarsi, ma invano: schedato come oppositore, divenne un sorvegliato dalla polizia politica e la sua libertà d’espressione e di movimento sottoposta a restrizioni.
Attorno a Volterra si creò una situazione paradossale, quasi grottesca. Da una parte, l’ordine ufficiale di ignorare l’uomo, la sua figura e la sua attività; dall’altra, la solidarietà di amici, colleghi ed estimatori che ancora lo consideravano un riferimento – non più formale ma di fatto – per il mondo scientifico e accademico.
Emarginato ma non dimenticato, Vito Volterra morì a Roma l’11 ottobre 1940. Nessuna delle istituzioni scientifiche italiane a cui tanto aveva dato poté commemorarlo: l’unica celebrazione ufficiale cui la famiglia poté assistere fu quella di Carlo Somiglianza nell’accademia pontificia. E mentre la figura del grande matematico veniva ricordata nel resto del mondo, l’Italia avrebbe dovuto attendere la fine della guerra. La commossa rievocazione di Guido Castelnuovo apriva l’adunanza generale del 17 ottobre 1946, ed inaugurava l’attività della ricostituita Accademia dei Lincei.
Ancona, la sua città natale, ha intitolato a Vito Volterra il Dipartimento di Matematica della facoltà di Ingegneria e l’Istituto Tecnico Industriale di Torrette.