È un paio di giorni che va in onda, a reti unificate, il grande gesto di generosità del Cardinal Bagnasco, presidente della CEI.
Novello Robin Hood, il Cardinale s’è messo una mano sulla coscienza, l’altra mano al portafoglio ed ha annunciato ai terremotati un regalo di 5 milioni di euro presi dall’Otto per Mille della Chiesa.
Mentre il Vaticano S.p.A. si dà da fare, dall’altra parte del Tevere fanno a gara a chi le spara più grosse: Giuliano Amato propone un’addizionale IRPEF una tantum (che poi diverrà una semper), il ministro La Russa escogita una lotteria straordinaria pro-terremotati. Ancora non è stata resa nota l’idea innovativa di quel genio di Gasparri, ma se ne parlerà nella prossima puntata di Zelig. Continua a leggere…

Non è tempo di dichiarazione dei redditi, ma stavolta voglio parlarvi dell’Otto Per Mille. M’è tornato in mente l’altro giorno, dopo aver letto su La Voce Misena nº 36 un trafiletto intitolato “Cavoli a merenda” (mai titolo fu più azzeccato).
Sono d’accordo col commentatore: chiediamoci che fine fanno i soldi dell’Otto Per Mille.
Ecco la risposta, direttamente dal Ministero delle Finanze.

Di seguito trovate le ripartizioni dell’Otto Per Mille ai vari soggetti coinvolti, e il dettaglio di come lo Stato e la Chiesa cattolica spendono i soldi.

Distribuzione totale 8 per mille (2004)

Totale distribuzione 8 per mille nel 2004

Distribuzione 8 per mille - chiese minori (2004)

Totale distribuzione 8 per mille nel 2004 (chiese minori)

Distribuzione 8 per mille alla Chiesa (2004) Distribuzione 8 per mille allo Stato (2004)

Distribuzione 8 per mille della Chiesa (sinistra) e dello Stato (destra)

Innanzitutto, sgombriamo il campo da un equivoco. Molti pensano che, non firmando il modulo nella dichiarazione dei redditi, la quota dell’OPM rimanga allo Stato. Falso: quei soldi sono distribuiti in proporzione alle scelte espresse da coloro che firmano.
Facciamo un esempio. Se su 100 contribuenti solo 10 firmano il modulo dell’OPM e, di questi, 9 danno il proprio OPM ad un certo soggetto, a quest’ultimo va il 90% delle scelte espresse ma anche il 90% delle scelte non espresse. Insomma, essendo stato scelto da appena il 9% dei contribuenti, quel soggetto si becca il 90% dei soldi.
Così, nel 2000 meno del 40% dei contribuenti ha firmato il modulo, dichiarando esplicitamente di voler destinare quei soldi ad uno tra i sette soggetti in lizza. Di questi contribuenti, l’87% ha scelto la Chiesa cattolica. Risultato: essendo stata preferita esplicitamente da neppure il 35% dei contribuenti, alla Chiesa è andato l’87% della torta dell’OPM.

Dovete anche sapere che con la Finanziaria 2004 lo Stato si è decurtato la sua quota OPM di 80 milioni di € all’anno. I soldi sono stati usati in parte per il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, in parte per finanziare le missioni militari all’estero (Albania, Iraq). Dei circa 20 milioni di € rimasti dopo il taglio, lo Stato destina il 45% alla conservazione di beni culturali legati al culto cattolico.

Va da sé che Chiesa cattolica e Stato fanno la parte del leone nella spartizione, e agli altri lasciano le briciole: le comunità ebraiche e le quattro confessioni cristiane minori, messe insieme, non arrivano al 2%. Tra esse, le Assemblee di Dio in Italia e la Chiesa valdese (fino al 2004) non accettano le quote inespresse e si limitano a prendere quelle esplicitamente assegnate loro dai contribuenti.

A questo punto, alcune osservazioni.

  1. L’OPM, per com’è stato concepito dopo il Concordato del 1984, altro non è che un sistema di finanziamento pubblico della Chiesa cattolica da parte dello Stato italiano (non a caso la legge in origine non contemplava le altre confessioni religiose), ipocritamente spacciato per autofinanziamento basato sulla scelta volontaria o esempio di democrazia fiscale.
    Nessuno destina davvero i propri soldi: partecipiamo tutti ad un gigantesco sondaggio d’opinione, al termine del quale si “contano” le scelte, si calcolano le percentuali ottenute da ogni soggetto e, in base a queste percentuali, vengono ripartiti i fondi. Non volete rispondere al sondaggio? Volete “astenervi”? Non v’interessa dar soldi ad alcuna confessione religiosa? Avete il braccio ingessato e non potete firmare il modulo? La penna non funziona? Chissenefrega, tanto anche il vostro OPM va nel calderone e viene ripartito. Alla faccia vostra. Bell’esempio di rispetto delle scelte individuali. Quando fa comodo a lorsignori, astenersi è giusto e nobile; quando non fa comodo, allora vale il principio che le minoranze che si esprimono decidono per tutti.
    E badate bene: questo gioco delle tre carte è scritto in una legge, una delle tante leggi ammazza-diritto a cui siamo abituati in Italia.
  2. Contrariamente a quanto scritto da La Voce Misena, nessuno – sui giornali, in televisione, su internet, a livello locale o nazionale – ha mai sostenuto che «l’otto per mille alla Chiesa cattolica serve per finanziare le spedizioni militari all’estero». Alle missioni militari all’estero, semmai, è destinata una parte di quegli 80 milioni di € che lo Stato taglia dal proprio OPM.
  3. Il giornale si chiede «dove finiscano i soldi dell’OPM destinati allo Stato». È presto detto: 80 milioni di € vengono dirottati verso altri scopi, in barba alla legge. In questo modo uno dei soggetti in gioco (lo Stato) boicotta lo stesso meccanismo che ha contribuito a mettere in piedi, prendendo per i fondelli tutti i contribuenti. Di quel che rimane, destina quasi la metà alla conservazione dei beni culturali legati al culto cattolico. Scelta legittima, per carità (i nostri beni culturali hanno perlopiù carattere religioso), ma assai discutibile, visto che quei soldi arrivano da contribuenti che deliberatamente hanno preferito lo Stato alle confessioni religiose. Magari si poteva trovare un’altra voce di spesa per questo finanziamento…
  4. Il giornale si chiede anche «dove finiscano i soldi che allo Stato vengono fatti amministrare dalle due più piccole comunità protestanti che, non avendo in Italia le strutture adeguate, gli fanno amministrare quanto viene loro assegnato dai rispettivi fedeli».
    E qui mi par di vedere quel pugile che era convinto di darle e invece le buscò. Sì, perché è riuscito ad infilare tre fesserie nella stessa frase.
    Prima fesseria: nessuno fa amministrare i soldi allo Stato. Le comunità ricevono le quote dell’OPM, le amministrano in proprio e pubblicano i rendiconti delle spese. Ci sono – questo sì – due piccole comunità (le Assemblee di Dio in Italia e i Valdesi) che rinunciano alle quote non espresse nelle dichiarazioni dei redditi. Ma non perché non hanno le strutture adeguate: semplicemente perché, anche se la legge lo consente, non ritengono moralmente corretto intascarsi i quattrini dei contribuenti che non hanno espressamente firmato per loro.
    Seconda fesseria: per com’è concepito l’OPM, nessuna comunità riceve i soldi dai rispettivi fedeli. Tranne per ADI e Valdesi, il finanziamento non ha nulla a che vedere con la volontarietà della scelta.
    La terza fesseria è la domanda in sé. La metà di ciò che resta allo Stato dopo il taglio di 80 milioni (inclusi i soldi rifiutati da ADI e Valdesi) va alla conservazione dei beni culturali della Chiesa cattolica. È possibile che La Voce Misena, organo della Curia, non lo sappia?
  5. Invece di far la morale agli altri e scrivere falsità sui quattro soldi che vanno alle comunità protestanti, bisognerebbe chiedersi un paio di cose.
    Primo: perché la Chiesa cattolica non segue l’esempio dei protestanti limitandosi ad accettare solo i 300 milioni di € delle quote espresse?
    Secondo: come spende la Chiesa cattolica il miliardo di € del proprio OPM? Finora la CEI ha presentato il rendiconto delle spese per “opere di carità”, che sono la parte più reclamizzata ma costituiscono appena il 19% del suo OPM. E il restante 81% che fine fa? Ad esempio, dietro i 92 milioni di € di non meglio precisate “iniziative di rilievo nazionale” si nasconde per caso qualche soldino per finanziare la campagna astensionista agli scorsi referendum? Domanda nient’affatto peregrina, che è anche materia di interrogazioni parlamentari.

«Limitiamoci a rendere a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio», dice qualcuno. Sono d’accordo, ma il problema è che ormai Cesare s’è messo a fare l’esattore per conto di Dio, e quelli che dicono di rappresentare Dio in terra s’intascano anche i soldi di Cesare.