Cosa sono gli OGM?

Con questo termine si intendono organismi in cui sono state introdotte molecole di DNA utilizzando le tecniche dell’ingegneria genetica. Queste tecniche consentono di tagliare e cucire le molecole di DNA e di integrarle nei cromosomi di un organismo, che diventa così “geneticamente modificato”.
I microrganismi sono stati i primi ad essere stati modificati geneticamente e sono alla base della produzione di molti farmaci, vaccini e altre molecole utili.
Comunemente, però, quando si parla di OGM ci si riferisce alle piante geneticamente modificate (PGM). Queste sono state ottenute per la prima volta nel 1983 e sono coltivate dal 1996 (USA). Nel 2007 la loro coltivazione ha interessato circa 120 milioni di ettari e più di un milione di agricoltori in decine di Paesi nel mondo: una diffusione rapidissima.

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Piantine di tabacco che crescono in vitro. Le piantine verdi sono geneticamente modificate e resistono ad una sostanza tossica presente nel terreno di coltura.

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Ampelio Bucci

Anche l’appuntamento del 25 agosto è stata una serata d’eccellenza per il Museo di Storia della Mezzadria a Senigallia. Continua a leggere…

Distruggeremo in dieci anni ciò che è stato costruito in dieci secoli?

A proposito di suoli e di paesaggio agrario

Processo avanzato di degradazione del suolo agrario nella collina marchigiana (Proposte e Ricerche, 1978) Demolizione di una «folignata», forma caratteristica e antica della viticultura nell’Umbria e nelle Marche (Proposte e Ricerche, 1978) Estesi vigneti industriali, di recente impianto, accanto ad un oliveto tradizionale (a sinistra) ed a seminativi nudi (a destra) (Proposte e Ricerche, 1978) Inizio di smottamenti su una collina argillosa completamente disalberata (Proposte e Ricerche, 1978)

La trama sottile e geometricamente ordinata dei filari di viti, la distribuzione solo apparentemente casuale delle grandi querce isolate, o allineate lungo i sen­tieri, o disposte a piccoli gruppi, l’equilibrata disseminazione delle case coloniche conseguente all’appoderamento frazionato quanto intenso, e la marginalità delle aree a bosco ed a prato rispetto alla dilagante presenza dei coltivi sono state fino a ieri, nell’agricoltura marchigiana — per usare l’espressione di un agronomo mace­ratese di età napoleonica — il frutto di « un sistema che riuniva l’utilità all’avve­nenza », maturato in dieci secoli di sapiente lavoro contadino e di concordi sforzi collettivi, per riappropriarsi di un territorio inselvatichito e degradato dal crollo della compagine demografica e politica dell’Impero romano.

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