Dario Paccino, “L’imbroglio ecologico” (copertina)Dario Paccino

La prima volta che sentii parlare sistematicamente di ecologia nel suo rapporto con la politica fu leggendo il libro di Dario PaccinoL’imbroglio ecologico”, nel 1972. Non è raro che un giovane venga per la prima volta a contatto con un’idea o un sistema di conoscenze attraverso la loro confutazione.

Ingaggiato com’ero nei movimenti postsessantotteschi, in una fase in cui andavamo alla ricerca di un pensiero sistematico e di una stabilizzazione del nostro impegno sociale, mi ricordo che avevo due cuori: un amore gioioso e segreto per tutte le novità naturistiche e hippeggianti che venivano dall’America e un superego che mi imponeva di sottoporre ogni fenomeno alla critica della filosofia della prassi di tipo marxiano.

Il libro di Paccino si impegnava appunto in questo: smascherare il nascente movimento ecologista, del quale le sue antenne avevano registrato l’insorgenza molto prima di noi ragazzacci di strada, accusandolo di falso ideologismo neutralista; nello stesso tempo però non trascurava di rimproverare quella sinistra per la quale la natura era tenuta in conto di semplice riserva di materie prime, e l’ecologia poco interessante dal momento che non interessava direttamente i metalmeccanici.

Anzi, devo a lui il senso di una conversione: quella stessa che non era riuscita al precedente Club di Roma o alla stessa campagna contro l’urbanizzazione inscenata dall’Associazione per la natura e del Paesaggio. A lui e a Renzo Paci, il quale, così poco marxista, scrisse sul numero due del nostro giornaletto “In Piazza” un articolo intitolato: “Il paesaggio si mangia e come!”

Nel tempo mi è parso che la critica alla dialettica della natura potesse sostenersi anche con ragioni e radicalità proprie; ossia in termini di patto per la sopravvivenza e per il necessario cambio di civiltà; ma non è chi non comprenda come questa partita sia tuttora in corso e la disputa piena di incidenti. Tuttavia non mi sono mai scordato di quel titolo così icastico, di un’efficacia rara quanto lo era la qualità personale del suo autore. Dario Paccino è morto l’anno scorso; ed è forse per colmare con la memoria il vuoto della sua assenza che mi viene a volte di usare questo titolo come un principio esplicativo, seppure di contesti più evoluti. Abbiamo anche oggi la necessità di leggere la storia, e non solo il bollettino dell’aumento della produzione di CiOdue.

Sarà stato appunto un effetto speciale di questo suo carattere spontaneamente eterodosso, ma Dario mantenne affinità e collaborazioni nient’affatto schierate; e lo fece malgrado le sue idee non inclinassero a nessuna contaminazione, e nonostante avesse personalmente sofferto delle offese di una guerra di piazza, feroce in quegli anni. Era tale la sua libertà di pensiero che nessun conformismo poteva adombrarla; e tale la sua sincerità intellettuale da permettergli di eleggere affinità dove altri non le avrebbero nemmeno cercate, sotto il comune denominatore del bisogno di verità. Io credo che chiunque abbia avuto la fortuna di parlare con lui, e di ascoltarlo, abbia visto alla prova la tenacia di una intelligenza che si sforza di prevalere su quella balbuzie che cercava di frenarlo. La sua mente non solo non era balbettante; ma ci ha insegnato a pensare e nel più bello e fecondo dei modi possibili: una navigazione accorta tra incanto e disincanto.

Ringrazio Gianluigi Mazzufferi per questa memoria, lui che fu più di me amico e collaboratore di un simile uomo.

1 Commento

  • 1. Gianluigi Mazzufferi (25 luglio 2007, 10:44 pm) :

    Grazie Leo! Inaspettata quanto gradita è stata la tua nota su “L’imbroglio ecologico” o meglio e soprattutto su Dario Paccino.
    Certo mi fa velo l’amicizia e quanto a lui debbo come maestro su tantissimi argomenti. Proprio a lui che in ogni incontro, in ogni occasione mi subissava di domande e di interrogativi per quel po’ di storia naturale che era il mio quotidiano professionale, debbo i primi barlumi di chiarore su quanto poi è stato per me l’imbroglio ecologico della politica.
    Nello stesso tempo ho il rammarico, come per altri illustri uomini che ho avuto la fortuna di incontrare, di aver trascurato una più intensa e continua frequentazione personale.
    Di Dario conservo gelosamente un ricchissimo epistolario che cercherò presto di rileggere certo come sono di trovarvi ottimi spunti e riflessioni anche di grande attualità. Magari chiederò ospitalità su questa tribuna e li condivideremo.

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