Dario Paccino a Senigallia nei giorni del convegno: Energia, economia, ecologia (1981)

Lo scrittore Dario Paccino, l’uomo che aveva compreso e denunciato “l’imbroglio ecologico”, agli albori del movimento ambientalista, ci ha lasciato all’età di ottantasei anni, il 4 giugno scorso.

Il primo incontro con Dario Paccino risale ai ricordi, oramai lontani, di quand’ero al termine dei miei studi universitari, a Bologna, molto impegnato con il movimento dei naturalisti dell’U.B.N. Si tratta di un ricordo preciso per alcuni particolari, quanto sfumato per differenti aspetti, che mi sovvengono a tratti successivi. L’incontro, in quel di Bologna, fu provocato da un altro grande protagonista delle prime battaglie ecologiche (si badi bene, quando questi temi non erano affatto di moda) il professor Francesco Corbetta, insigne botanico e conservazionista della primissima ora.

Dario Paccino, un vulcano di idee, uomo di vastissima cultura, mi volle subito coinvolgere nelle sue attività e fui “convocato” a Roma. Ci ritrovammo nei luminosi seminterrati dell’Istituto Botanico dell’Università, dove l’indimenticabile professor Valerio Giacomini, antesignano del movimento naturalistico in Italia, offriva ospitalità alla segreteria della Federazione Nazionale Pro Natura ed alla redazione della rivista.

Nella capitale giungevo di buon mattino per seguire le pratiche in materia di fauna. Trovavo sempre un mucchio di problemi da affrontare, soprattutto in quanto allora non erano poche le responsabilità della Federazione. La legge faceva si che avessimo rappresentanti nei “Comitati della Caccia” di ogni provincia. Nei particolari ricordo che il biglietto ferroviario mi veniva rimborsato personalmente da Lia, l’inseparabile moglie di Dario, donna di grandi capacità, sempre molto attiva che ispirava fiducia e serenità a tutti.

Restavo per ore tra le carte della segreteria e della redazione, sempre più stupito dalle capacità di Dario. Spessissimo ero da lui coinvolto nell’affrontare i più disparati argomenti, in quanto Paccino aveva una acuta curiosità per tutto quanto potesse essere in relazione con la storia e le scienze della natura. Restare con Dario qualche ora significava essere sollecitati, interrogati su tutto lo scibile della Natura, dalla geologia alla botanica, dalla chimica all’ecologia. Per di più ogni tanto avvenivano per me “drammatiche” incursioni nella filosofia, materia assai lontana dalla mia formazione.

In quegli anni Paccino era stato cooptato, con grande lungimiranza, nella Pro Natura Italica, divenuta poi FEDERNATURA (Federazione Nazionale Pro Natura). Chi aveva avuto tanto fiuto era il presidente dell’epoca, l’indimenticabile professor Valerio Giacomini. Costui, insigne botanico, era anche uomo di profonda cultura e di grandi attenzioni sociali. Aveva perfettamente compreso l’importanza di “traghettare” la storica federazione di associazioni dal puro impegno di “nicchia”, esclusivamente naturalistico, alla più ampia testimonianza sociale.

L’Autore durante una delle lunghe conversazioni con Dario Paccino (valle del fiume Cesano)

Chi incontrava Dario capiva subito che l’attuale giornalista, lo scrittore aveva avuto una storia di vita importante. Una storia affatto dimenticata, ma anzi affermata e resa viva dalla costanza di un impegno civile che in quel momento si traduceva nel grande sforzo sul campo dell’ecologia. In particolare c’era l’impegno per pubblicare quel giornale che ancora oggi porta il nome di Natura e Società. All’inizio sulla testata non c’era la “e” della congiunzione: questo la diceva lunga sulle convinzioni del deus ex machina. Sempre lui e tutto lui.

Uomo eclettico in grado di scrivere di getto cinque articoli in mezza giornata, anche su argomenti assai differenti tra loro, ma tutti inappuntabili. Per di più, a guadarci bene, anche vergati con uno stile che avrebbe potuto far supporre la mano di autori tra loro assai differenti. Una capacità questa di Dario che appariva, specie a noi giovani di “primo pelo”, una dote mostruosa, sovrannaturale. Così come fu decisiva la sua analisi in un momento di crisi, quando una multinazionale petrolifera ci propose un accordo per un certo documentario. Grida disperate all’interno degli organi direttivi, poi superate con una decisione molto laica, voluta da Dario che pur era in sintonia con idee dei movimenti di sinistra, i più rivoluzionari. Accettammo valutando i contenuti e fu una scelta ineccepibile.

Per meglio descrivere e ricordare il professionista vorrei rievocare un altro ricordo tra i tanti che mi sovvengono: Dario lavorò diversi anni alla redazione di RAI Tre. Era lui che curava la rubrica “Oggi nel mondo”, la parte più significativa di approfondimento del giornale radio che spaziava sui fatti di attualità della politica internazionale. Questa rubrica andava in onda alle 20,45 e richiedeva, da parte dell’autore, una ricognizione completa di quanto era accaduto fino a quel momento, nelle 24 ore precedenti, fosse anche nell’angolo più sperduto della terra. Dario mi raccontava che talvolta, un’ora prima del radiogiornale non aveva scritto una sola parola. Poi, in “zona Cesarini”, si metteva alla tastiera e giù, senza alzare mai gli occhi, sfornava tre cartelle, di getto. Il prodotto era un panorama completo dei fatti del mondo, non solo ineccepibile nei contenuti, ma che non aveva nemmeno bisogno di essere rivisitato per gli aspetti formali. Procedimento che d’altronde sarebbe stato impossibile in un’epoca in cui non esisteva il computer.

A proposito dell’innovazione portata dall’informatica voglio narrare del primo contatto di Dario con la nuova tecnologia: il computer. Fu stupefacente per me, per gli amici presenti in quel momento, farlo sedere di fronte al monitor, dove lui si posizionava senza disagi. Questo “primo incontro” avvenne nel mio ufficio, al tempo del primo computer in dotazione. Come sempre Dario chiedeva, voleva conoscere, appariva molto incuriosito dalla novità tanto magnificata. Assieme ad altri amici, dopo avergli spiegato quante potenzialità erano racchiuse in quel marchingegno, con calma sedette alla tastiera, quasi come se fosse la sua abituale Olivetti. Gli raccomandammo soltanto di scrivere, senza altre preoccupazioni: ”Dario, batti quanto vuoi, sempre di seguito, senza andare mai a capo!” Lo lasciammo tutto solo nella stanza, al lavoro per una mezz’oretta. Al rientro, salvato il file, stampammo il pezzo che era un testo frutto di riflessioni estemporanee, ma al contempo un articolo magistrale, di oltre tre cartelle. Come tutti i suoi scritti, non manifestava dubbi o incertezze. Quindi uno scritto da leggere e meditare, magari anche da rileggere poi con calma per approfondirne i contenuti.

Dario Paccino, giornalista professionista fin dagli anni ’40, aveva lavorato in diverse redazioni, cumulando molte esperienze. E’ stato dappertutto e sempre un “cervello pensante”, un filosofo sottile, uno storico attento. La sua scrittura è molto articolata, capace di affrontare anche le materie più controverse con profondità e rigore. Di lui posso ricordare che non è stato solo uomo di vastissima cultura, ma anche un amico dal carattere dolcissimo, capace di sognare e di farti sognare. Nello stesso tempo era una roccia, con quella sua voglia caparbia e pronta a testimoniare.

Anche se non lo raccontava, sapevamo che aveva vissuto a Torino l’esperienza decisiva della Resistenza, nelle Brigate Matteotti. In quegli anni aveva lavorato nella redazione clandestina dell’Avanti. Con le “Edizioni Avanti” pubblicò poi il suo primo, famosissimo (ed ora introvabile) libro “Arrivano i nostri”: la storia del genocidio degli indiani d’America. Un libro di cui torna a far cenno quarant’anni dopo, quando uscirà per i tipi dell’Editrice Datanews di Roma il volume “Gli Invendibili”. Questo è un dialogo a tre voci di racconti delle esperienze comuni di vita, ricco di interrogativi per i quali sembra non esistere la soluzione.

Dario, la cui immagine non può mai disgiungersi dalla moglie Lia, aveva una grande flessibilità ed una eccezionale capacità di immedesimarsi nei problemi più disparati. Ciò anche quando a lui lontani per tradizione e per cultura, e lo dimostrò riuscendo pienamente in un intento difficilissimo. Pubblicò infatti, nel 1969, per “L’editrice dell’Automobile”, un manuale per i campeggiatori dal titolo: “Come Campeggiare”. Si, lui che non era molto adatto nemmeno per farsi un caffè o per cuocere un uovo! Riuscì a scrivere, con competenza, un ottimo testo divulgativo su una materia, su un modo di vita che lui stesso non avrebbe mai praticato. Cento pagine utili e piacevoli, con una graziosa ed onesta premessa: ”l’autore di questo libro non è nato con la vocazione del campeggio ed ha trascorso gran parte della propria vita ignorando tutto del campeggio”.

1985: Dario e la moglie Lia ai piedi della grande quercia del Brugnetto, nella valle del Misa. A sinistra, l’Autore con la moglie ed il figlio.

Sono poi opera di Paccino tre libri di scienze per le scuole medie, scritti con uno straordinario collega, un pedagogo di grande fama, Mario Lodi, nel 1966, pubblicati da Calderini. Ancora debbo far cenno alla grande produzione sul fronte dei libri sull’ambiente: “Domani il diluvio” edito da Calderini, a Bologna, nel 1970. Poi il più noto di tutti, “L’imbroglio Ecologico” che fu pubblicato da Einaudi nel 1972. Questo volume ha avuto una significativa diffusione soprattutto quale denuncia del contenuto ideologico dell’ecologia. Venne pubblicato nella “Collana del Nuovo Politecnico”, e voglio ricordare la prima pagina, con una “avvertenza” divenuta poi famosissima e ripresa in tante occasioni. «Questo libro è dedicato a coloro che per guadagnarsi il pane devono vivere in habitat che nessun ecologo accetterebbe per gli orsi del Parco nazionale d’Abruzzo e gli stambecchi del Parco nazionale Gran Paradiso: gli operai di fabbriche e cantieri.»

Quattro anni dopo, nel 1976, sempre nella medesima prestigiosa collana venne dato alle stampe “L’ombra di Confucio”. Questo volume è molto complesso in quanto aiuta a calarsi nella realtà della Cina di quegli anni, realtà misconosciuta e quanto mai articolata. Sono certo che se l’autore dovesse riscrivere oggi, dopo un altro viaggio nella realtà di questo paese cosi tumultuosamente trasformatasi, troverebbe di certo parole e pensieri per una severa requisitoria contro quelli che allora erano un po’ i miti del tempo e le speranze dei giovani. Questo libro venne alla luce in un momento di grande dolore, come si apprende dalla pagina iniziale dove è citato suo figlio, “Sirio, ferito dai fascisti perché militante antifascista”. In un cenno si evidenzia, anche l’odissea per la lunga riabilitazione per cui Dario tanto si impegnò.

Venne il 1977: l’anno de “Il diario di un provocatore”. Tema collegato alla guerra atomica ed alla bomba ai neutroni, allora di grande attualità. Tra le idee eccezionali, appare già – si badi bene per quei tempi – lo stesso nome della collana: “I libri del no”, in quanto Dario diceva che di “libri del Si”, «ne è piena la terra». Da questo libro fu tratto poi un film, nel 1979, “L’uomo della guerra possibile”, opera di Romeo Costantini, pellicola che fu segnalata al Festival di Venezia. La produzione però lo tenne nel cassetto per oltre cinque anni, fino al 1986. Successivamente, dopo una breve e non remunerativa distribuzione regionale, scomparve dalla circolazione. Oggi è introvabile.

Sempre per “I libri del No” uscì a Roma, nel 1978, “La teppa all’assalto del cielo”, di cui Paccino aveva scritto il saggio introduttivo “Una storia per la liberazione” che espone le vicende più forti e significative della “comune di Parigi”. Mentre venne edito da “La Salamandra”, a Milano 1979, un nuovo lavoro “La trappola della scienza”. Un libro questo che assestò un duro colpo al mito della sicurezza delle centrali nucleari. Infatti vi troviamo una articolata riflessione a proposito di un incidente (Harrisburg) che, non avendo provocato “nessuna vittima immediata”, consente di segnalare, denunciare le ombre che si proiettano sul futuro dell’umanità. Dario scrive in sintonia con il pensiero di André Gorz, il filosofo francese cresciuto alla scuola di Sartre, che tanto fece presa sulla nostra generazione. Una citazione molto importante evidenzia come “una corretta gestione ambientale non è compatibile né con il capitalismo, né con il socialismo orientale”.

Paccino pubblicò poi con l’Editore Antonio Pellicani nel 1990 (Antonio, divenuto un grande amico, è purtroppo anche lui scomparso) un testo di grande attualità: “I colonnelli verdi e la fine della storia”. Sul risguardo di copertina di questo volume conservo un carissimo ricordo che voglio citare. In quegli anni, anche per me di durissimo scontro politico, Dario vergava una nota su fatti di cui aveva ottima conoscenza. «Con tanto affetto, caro Gianluigi, e con l’auspicio che questo libro possa giovarti per la tua difesa e nell’interesse di tutti noi». Infatti era stato testimone dei camaleontismi di tantissimi soggetti che all’epoca avevano cavalcato la tigre ecologista. Addirittura ne aveva bollati alcuni, all’inizio degli anni ’80, al Convegno “Energia, Economia. Ecologia” con due sole micidiali parole: «culi di pietra». Le sue però non erano idee dell’ultima ora; trovo traccia nella corrispondenza del tempo, ben due anni prima (novembre del 1988) e riporto soltanto queste durissime parole premonitrici, sempre indirizzate ai soliti voltagabbana: «quei miserandi esseri che conobbi a Senigallia, fieri come leoni nello scagliarsi contro i politicanti, ed ora più politicanti dell’ultimo politicante».

Dario negli anni ‘80 trascorre molti mesi dell’anno in Toscana, nel suo rifugio agreste di Montepulciano. Quanti ricordi anche per me nelle saltuarie visite a Montepulciano, di questo straordinario contatto con la natura con la quale Paccino aveva un rapporto di amore intenso e di sogno costante. La terra di Calamandrei, dove c’è quella indimenticabile lapide (“Lo avrai/ camerata Kesserlig/ il monumento che pretendi da noi italiani/…”) a soli due passi dalla bella casa, recuperata con buon gusto, scelta dopo aver soppesato, non immaginate con quanti approfonditi ragionamenti, anche una soluzione vicina a me, qui sulle dolci colline delle Marche. Pubblica poi, infaticabile, sempre con Pellicani nel 1992, “La guerra chiamata pace”. Come dice lui stesso “un libro dedicato al diavolo” per via di quel mondo capovolto che condanna i più all’inferno.

Dario Paccino durante una escursione naturalistica nelle Marche (1975)

Con la BIM (biblioteca per invendibili e malvenduti), microscopica editrice sorta con la preziosa collaborazione di un amico e compagno di Varese, Gianmarco Martignioni, escono tre volumi che hanno avuto un’ottima diffusione: “Manuale di autodifesa linguistica”, “Il libero schiavo di Maastricht”, “L’ultima volta”. Per il Centro di Documentazione di Pistoia: “Il padrone l’apocalisse”.

E dal 1979 al 1985 la pubblicazione di Rossovivo. Rossovivo era stata una rivista concepita da Dario Paccino nei primi anni settanta che però aveva conosciuto la sua notorietà con la “nuova serie” (edita tra il 1979 e il 1985) grazie all’apporto del Comitato Politico Enel. La nuova serie di Rossovivo, di cui Dario firmò tutti gli editoriali, dette un contributo fondamentale alle lotte antinucleari e contro “l’energia padrona” (così si intitolava il primo numero) fino all’esito vittorioso del referendum del 1987.

Posso solo aggiungere a questa lunga carrellata che Dario Paccino è stato il primo scrittore in Italia a comprendere come l’ambientalismo fosse davvero una ipotesi rivoluzionaria. Avendo speso tanti anni e tante energie per far conoscere queste idee, non ha mai perso però, nella seconda e lunga fase, la capacità di un’analisi severa. Ciò anche quando i movimenti originari sono stati praticamente assimilati dalle istituzioni, sono entrati nel “palazzo”, ed hanno indossato, praticamente tutti, la divisa dei “figli della lupa”. Costoro hanno purtroppo perso, molto in fretta, lo spirito originario di ricerca della giustizia e della verità, legandosi al carro degli opportunismi e del quieto vivere. Fatti questi che non sono mai stati assimilati, accettati, considerati come ineludibili dalla lucida e generosa intelligenza che noi tutti ricordiamo.

Gianluigi Mazzufferi

[Estratto da “Natura e Montagna“, anno VII, n.1 – gennaio/giugno 2006, Patron editore]

Dario Paccino a Senigallia nei giorni del convegno: Energia, economia, ecologia (1981)

2 Commenti

  • 1. Il Topolino Bufalino | Po&hellip (10 marzo 2011, 12:48 pm) :

    […] responsabili di aziendeinquinanti come l’ICMESA, erano state già fatte da Dario Paccino già nellontano 1972. Ma, le accuse che si credevano superate e digerite, devonoaver preso piede in maniera strisciante, […]

  • 2. TNEPD | Il Topolino Bufal&hellip (29 luglio 2011, 4:19 pm) :

    […] anche responsabili di aziendeinquinanti come l’ICMESA, erano state fatte da Dario Paccino già nellontano 1972. Ma, le accuse che si credevano superate e digerite, devonoaver preso piede in maniera strisciante, […]

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