«L’organizzazione di quest’azione era pronta per il 16 mattina come uno dei giorni probabili in cui sarebbe potuto o sarebbe anche potuto non passare l’onorevole Moro, perché non c’era certezza, perché avrebbe anche potuto fare un’altra strada. Era stato verificato che passava lì da alcuni giorni, ma non era stato verificato che passasse lì sempre».

Così, davanti alla Corte d’assise d’appello di Roma, Valerio Morucci, uno degli esecutori materiali del sequestro Moro, inizierà il racconto di quel 16 marzo 1978.
In effetti, come confermato dagli agenti di scorta in turno di riposo quel giorno, il percorso che passava per via Mario Fani era uno dei più frequenti, ma non l’unico: poteva anche essere cambiato sul momento per motivi di sicurezza ma anche in funzione del traffico o di impegni improvvisi. In Commissione d’inchiesta Eleonora Moro, vedova del presidente democristiano, dirà anzi che negli ultimi tempi Moro e la scorta «si angosciavano enormemente su queste cose e, quindi, cercavano nei limiti del possibile di cambiare i percorsi tutti i giorni o ogni due giorni, di vedere di sistemare in qualche modo cambiamenti degli orari se era possibile».
L’elementare, cruciale domanda che ne deriva è dunque: «come potevano essere le Brigate Rosse così sicure che quel giorno, a quell’ora in quel punto, l’onorevole Moro sarebbe passato?»
Eppure, l’agguato era stato pianificato con ragionevole certezza proprio il 16 marzo e proprio in via Fani:

  • Quella mattina, alla Camera dei Deputati, era previsto il dibattito sulla fiducia al IV governo Andreotti, detto di “solidarietà nazionale”, della cui nascita Aldo Moro era il massimo artefice. Per la prima volta dal 1947, il governo poteva contare sui voti determinanti del Partito Comunista.
    Tale concomitanza difficilmente può essere considerata un caso.
  • Nella notte tra il 15 e il 16, in tutt’altra zona di Roma, erano state tagliate le gomme del furgone con cui il fioraio Antonio Spiriticchio ogni mattina di recava a vendere fiori all’angolo tra via Fani e via Stresa, cioè proprio nel punto dell’attentato. I “vandali” volevano evidentemente evitare intralci all’azione prevista la mattina seguente.
  • Al processo d’appello la brigatista Adriana Faranda dirà di avere saputo della data fatidica due-tre giorni prima, e che i “regolari” del Nord, partecipanti all’azione di via Fani, giunsero a Roma il giorno precedente. Valerio Morucci, a sua volta, dichiarerà che furono rimproverati coloro che erano stati incaricati del furto delle auto, perché tre giorni prima del 16 marzo non era stata ancora procurata la Fiat 132 che doveva servire per il trasporto del sequestrato da via Fani. Il brigatista Antonio Savasta confermerà che il “commando” andò per la prima volta “operativo” in via Fani proprio il 16 marzo, il che dimostra che i preparativi furono affrettati per poter compiere l’azione criminosa quel giorno.

I fatti

Appena dopo le ore 9 del 16 marzo, all’incrocio tra via Fani e via Stresa nella zona di Monte Mario a Roma, una Fiat 128 bianca con targa diplomatica frena bruscamente all’altezza dello stop. Le due auto provenienti da dietro, una Fiat 130 blu con a bordo il presidente della DC Aldo Moro e un’Alfetta bianca di scorta, non riescono ad evitare il tamponamento a catena, anche perché le luci di stop della 128 non funzionano. L’autista della 130, appuntato Domenico Ricci intuisce la trappola e cerca ripetutamente di fare marcia-avanti e marcia-indietro per guadagnare un varco su via Stresa, ma è troppo tardi. Il capo brigatista Mario Moretti scende dalla 128 e comincia a far fuoco sulla 130; contemporaneamente, la 130 e l’Alfetta sono investite dal fuoco di fucili mitragliatori di almeno 4 uomini travestiti da piloti che sbucano dalle siepi del palazzo di fronte. L’agente Raffaele Iozzino, seduto sul sedile posteriore dell’Alfetta, riesce a scendere e a sparare un paio di colpi contro gli assalitori, ma viene subito freddato.
L’azione dura tre minuti: restano uccisi quattro uomini della scorta (Domenico Ricci e il maresciallo Oreste Leonardi, sulla 130; gli agenti Raffaele Iozzino e Giulio Rivera sull’Alfetta); Francesco Zizzi, anche lui sull’Alfetta, morirà poco dopo in ospedale. Poi, con una calma quasi surreale visto quello che è appena successo, Aldo Moro viene prelevato dalla 130 e fatto salire su una 132 che si allontana preceduta e seguita da due 128.

I punti aperti

La dinamica dell’agguato, insieme a ciò che avvenne nei minuti precedenti e successivi, è stata ricostruita in cinque processi sulla base delle prove, dei riscontri balistici e delle dichiarazioni rese dai brigatisti e dai testimoni.
Nonostante ciò, numerosi sono ancora i punti non chiariti. Vediamo i più significativi.

  • Il preannuncio. Diversi testimoni riferiranno d’aver ascoltato verso le 8:30 del 16 marzo, cioè prima del rapimento, su Radio Città Futura (emittente vicina all’Autonomia romana), la notizia di un imminente attentato a Moro. Renzo Rossellini, il direttore della radio ai microfoni quella mattina, smentirà e resterà sul vago, ammettendo di aver solo accennato ad un’ipotesi che «circolava negli ambienti dell’estrema sinistra»: che in occasione del nuovo governo le Brigate Rosse stessero «per tentare, molto prossimamente, forse lo stesso giorno, un’azione spettacolare», per esempio «un attentato contro Aldo Moro». Incredibilmente, mezz’ora dopo Moro venne rapito.
    Cosa davvero trasmise la radio rimarrà un mistero. La Commissione Moro accerterà che «né gli organi di polizia, né i servizi informativi provvedevano all’epoca alla registrazione sistematica delle radio libere, ma operavano semplicemente su campioni, percorrendo cioè le varie lunghezze d’onda e fermando l’attenzione sulle notizie interessanti sotto il profilo dell’ordine pubblico. Né la stessa radio effettuava registrazioni delle proprie trasmissioni». Guarda caso, però, il Centro di ascolto dell’UCIGOS (che ascoltava e registrava le radio private) interruppe la registrazione dalle 8:20 alle 9:33, cioè proprio a cavallo del rapimento.
  • Il commando. Quanti furono e chi furono i componenti del commando che attuò la strage di via Fani? Non sarà mai stabilito con certezza. La sentenza del processo di primo grado in Corte d’assise, sulla base di tutte le testimonianze, stabilirà la presenza di 14 terroristi tra via Fani e via Stresa; i brigatisti invece, tra ripensamenti, aggiunte e sottrazioni, hanno sempre dichiarato un numero non superiore a 10.
    Dei 91 bossoli recuperati sul posto, ben 49 appartengono ad una stessa arma, 22 ad un’altra ed il resto alle altre quattro armi usate nell’operazione: chi esplose da solo quei 49 colpi?
    Gli sparatori, che si suppone si conoscessero tra loro, indossavano divise da piloti civili. I brigatisti diranno di esser ricorsi al travestimento per non dare nell’occhio, in quanto nella zona di via Fani abitavano parecchi piloti dell’Alitalia. L’accorgimento però sembra quantomeno singolare: nel momento della fuga le divise sarebbero diventate pericolosi segni di riconoscimento. Allora perché rendersi così riconoscibili? Forse perché non tutti i brigatisti si conoscevano tra loro?
  • La moto Honda. Chi erano i due motociclisti a bordo della moto Honda blu di grossa cilindrata che fu vista transitare subito dopo l’agguato, e da cui partirono alcuni colpi di mitra verso un testimone? La presenza della moto, sempre ufficialmente negata dai brigatisti, è avvalorata da numerose testimonianze: che si trattasse di un intervento inatteso o indesiderato sulla scena dell’agguato, da parte di brigatisti non regolari o comunque di entità estranee?
  • La fuga. Eliminata la scorta e rapito Moro, il commando si dileguò nel traffico di Roma con tre automobili: una Fiat 132 con il sequestrato e due Fiat 128. Incoerente, a tratti del tutto inverosimile appare il racconto dei brigatisti sulla fuga da via Fani, il primo trasbordo del sequestrato in un furgone, il secondo trasbordo in un’altra auto e infine l’arrivo al covo-prigione di via Montalcini 8 alla Magliana, a trenta chilometri dal luogo della strage, dove Moro sarebbe stato tenuto per tutti i 55 giorni del sequestro.
    Ancor più incredibile è la beffarda modalità di ritrovamento delle tre macchine usate per la fuga. Furono trovate “a rate”, il 16, il 17 e il 19 marzo, in via Licinio Calvo, alla Balduina, non lontano da via Fani. Difficile pensare che chi le abbandonò fosse disposto ad avventurarsi per Roma con automobili segnalatissime e ricercatissime: forse poteva contare su una base logistica mai individuata nei dintorni?
  • Lo strano invitato. Quella mattina in via Stresa, a pochi passi dal teatro della strage, era presente il colonnello del SISMI Camillo Guglielmi, appartenente alla VII divisione (quella che controllava Gladio), alle dirette dipendenze del generale Musumeci. La presenza di Guglielmi, rivelata solo nel 1991 dall’ex agente del SISMI Pierluigi Ravasio, fu giustificata col fatto che egli si doveva recare a pranzo da un collega, il colonnello Armando D’Ambrosio. Interrogato, D’Ambrosio si disse sicuro di aver ricevuto Guglielmi verso le 9 di mattina, ma non ricordò di averlo invitato per pranzo. In tal caso, Guglielmi sarebbe arrivato con un anticipo davvero eccessivo…!
  • Il black out. Nella zona di via Fani, subito dopo il rapimento, un black out interruppe le comunicazioni telefoniche impedendo le prime fondamentali telefonate di allarme e coprendo di fatto la fuga dei terroristi. Per la SIP il black out fu dovuto al sovraccarico delle chiamate; per i brigatisti ad alcuni “compagni” che lavoravano nella compagnia telefonica. Nessuno ha però finora spiegato come mai il giorno prima (15 marzo, alle 16:45) la struttura della SIP collegata al SISMI fosse stata messa in stato di allarme come doveva accadere in situazioni d’emergenza quali crisi nazionali e internazionali, eventi bellici e atti di terrorismo.
  • Le foto. Quella mattina, verso le 9, il carrozziere Gherardo Nucci fece un salto a casa, in via Fani 109, a prendere la macchina fotografica: doveva mandare alle compagnie assicurative le foto di alcune automobili da riparare. Subito dopo la strage e prima ancora dell’arrivo di polizia e ambulanze, dal suo balcone Nucci riuscì a scattare alcune foto della scena della strage. L’indomani la moglie, una giornalista dell’agenzia ASCA, consegnò il rullino al magistrato inquirente Luciano Infelisi. Le foto sparirono: non se ne seppe più nulla, tranne forse per un improvviso interessamento da parte della ‘ndrangheta calabrese. Il 1º maggio, infatti, fu intercettata una telefonata tra Benito Cazora, parlamentare DC in contatto durante il sequestro con settori della ‘ndrangheta per aver notizie sulla prigione, e Sereno Freato, stretto collaboratore di Moro:

    Cazora: Un’altra questione, non so se posso dirtelo…
    Freato: Sì, sì, capiamo.
    Cazora: Mi servono le foto del 16, del 16 marzo.
    Freato: Quelle del posto, lì?
    Cazora: Sì, perché loro… [nastro parzialmente cancellato]… perché uno stia proprio lì, mi è stato comunicato da giù.                         
    Freato: È che non ci sono… ah, le foto di quelli, dei nove. 
    Cazora: No, no! Dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto presa sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio… noto a loro.
    Freato: Capito. È un po’ un problema adesso.
    Cazora: Per questo ieri sera ti avevo telefonato. Come si può fare?
    Freato: Bisogna richiedere un momento, sentire. 
    Cazora: Dire al ministro.
    Freato: Saran tante!

    Cazora, dunque, era preoccupato perché dalla Calabria gli avevano fatto sapere che in una fotografia scattata subito dopo la strage compariva un personaggio noto a loro.
    A quali foto si riferiva Cazora? Non lo sappiamo con certezza, ma in ogni caso l’episodio ci dice due cose: che un uomo della ‘ndrangheta era presente in via Fani dopo la strage, e la sua presenza non era casuale, visto che i calabresi si preoccupavano che il reperto venisse preso in considerazione. Se poi, com’è probabile, Cazora si riferiva alle foto di Nucci, si può dedurre che costoro avevano avuto accesso alle foto e addirittura trovato il modo di farle sparire.
    Chi era il personaggio ritratto nella foto?

Bibliografia

  1. Processo Moro I grado, sentenza della Corte d’assise di Roma (presidente S. Santiapichi), 24/01/1983.
  2. Processo Moro II grado, sentenza della Corte d’assise d’appello di Roma (presidente G. De Nictolis), 14/03/1985.
  3. Commissione Moro, Deposizione di Eleonora Moro, 11/08/1980.
  4. Commissione Moro, Relazione di maggioranza.
  5. Leonardo Sciascia, “L’affaire Moro”, Adelphi 1978.
  6. Giuseppe Zupo, Vincenzo Marini Recchia, “Operazione Moro. I fili ancora coperti di una trama politica criminale”, Franco Angeli 1984.
  7. Sergio Flamigni, “La tela del ragno. Il delitto Moro”, Kaos 1993.
  8. Sergio Flamigni, “Convergenze parallele. Le Brigate rosse, i servizi segreti e il delitto Moro”, Kaos 1998.
  9. Alfredo C. Moro, “Storia di un delitto annunciato. Le ombre del caso Moro”, Ed. Riuniti 1998.
  10. Francesco M. Biscione, “Il delitto Moro. Strategie di un assassinio politico”, Ed. Riuniti 1998.
  11. Giovanni Fasanella, Claudio Sestieri con Giovanni Pellegrino, “Segreto di Stato. La verità da Gladio al caso Moro”, Einaudi 2000.

Prendo spunto dalla discussione tra Andrea e Gianluigi per esporre qualche mia idea sul tema dello scontro tra religioni (o civiltà), molto attuale soprattutto dopo gli ultimi eventi di Londra.

[quote=andrea][…] perché da che mondo è mondo sono le civiltà più forti socialmente, economicamente e militarmente a tentare di sopraffare quelle deboli. Ora, dire che è in atto un tentativo di sopraffazione (leggi guerra di civiltà) ai danni della civiltà occidentale ha una parte di verità ma corrisponde ad una lettura unilaterale del fenomeno[/quote]

I conflitti tra nazioni sono stati, sono e saranno sempre causati, nella maggioranza delle occasioni, dalla religione (soprattutto dopo la fine delle altre ideologie). Chi conosce un pò di storia deve essere consapevole di questo fatto e non può sorprendersi ogni volta di ciò. Questo non toglie che l’evoluzione del genere umano sta portando a preferire la convivenza piuttosto che lo scontro frontale tra le religioni stesse.

Certo, le differenze religiose producono uno stato di "guerra fredda" che occasionalmente trova sfogo in determinati punti del globo dove la tensione è più forte per determinati motivi storici. I primi casi che mi vengono in mente sono:

• il conflitto israelo-palestinese, generato dall’immigrazione di milioni di Ebrei, in fuga dall’Europa, in un territorio superficialmente limitato e in un lasso di tempo brevissimo (diciamo dagli inizi del ‘900 fino al ’49, anno della prima guerra tra arabi ed ebrei, e che continua tuttora).

• Il conflitto tra protestanti e cattolici nell’Ulster.

• I conflitti tra cristiani e musulmani in vari paesi dell’Africa e dell’Asia.

• La guerra fredda (con escalation nucleare) tra India e Pakistan.

• Le guerre nel Caucaso (specie in Cecenia).

• il conflitto nella ex-Jugoslavia in cui si combatterono tra loro cattolici (croati), ortodossi (serbi) e musulmani (una parte dei bosniaci e molti albanesi) in una terra di confine da sempre teatro di conflitti etnico-religiosi.

Soffermandoci su questo caso: se consideriamo Bin Laden un super-terrorista (giustamente) per avere ucciso 3000 persone alle torri gemelle, che dovremmo dire di Milosevic, responsabile, direttamente o indirettamente, di eccidi come quello di Srebrenica o delle pulizie etniche verso gli albanesi (in gran parte musulmani) nel Kosovo? Ricordiamoci bene che gran parte di quelle vittime furono civili. Oppure cosa dovremmo pensare di Tudjman, che con l’avallo della Città del Vaticano (primo stato a riconoscere la sovranità della Croazia) compì anche lui i suoi bei massacri di musulmani nella zona di Mostar e fu in seguito autore di una bella pulizia etnica nei confronti dei serbi della Krajna e della Slavonia?

Possiamo affermare, quando un Tudjman stermina musulmani, che i cattolici hanno dichiarato guerra all’Islam?
Allo stesso modo, possiamo dire che cattolici e protestanti sono in guerra perchè nell’Irlanda del Nord i due gruppi si ammazzano da decenni?

In generale si può affermare, ma questa è una mia teoria, che all’aumentare dell’importanza della ragione cala l’imortanza della religione, fino a superare anche il vecchio concetto di "Darwinismo" (sociale o etnico o religioso). In fondo se gli americani usassero la legge del più forte potrebbero facilmente sterminare i musulmani o gli ortodossi o i confuciani. E questo anche senza nemmeno dover ricorrere alle armi atomiche. Pensiamo all’effetto di virus tipo Ebola, molto studiato dagli scienziati militari americani per il suo tasso di mortalità, se diffuso in città sottosviluppate e densamente abitate come Karachi o Teheran o Giacarta.

Insomma, ciò che io auspico è che la religione perda sempre più importanza a scapito della ragione nei rapporti tra gli stati.
In questo senso le dinamiche della storia sembrano darmi ragione:

• Se pensiamo alla situazione dopo la pubblicazione delle tesi di Lutero, che portarono gli stati europei a distruggersi reciprocamente per diversi secoli, possiamo notare che i rapporti tra cattolici e protestanti sono molto migliorati anche se esiste sempre l’Irlanda del Nord.
• Se pensiamo all’epoca delle crociate (XII secolo), alla battaglia di Lepanto (1571) o all’assedio turco di Vienna (1683), possiamo affermare che la situazione attuale tra cristiani e musulmani è quasi idilliaca (nonostante Bin Laden).
Lo stesso raffronto vale anche per i rapporti tra quasi tutte le altre religioni.

E’ altresì vero che se qualcuno ci attacca, "noi" abbiamo il diritto di difenderci, ma questo diritto è reciproco e vale anche contro l’Occidente.
E’ chiaro che se qualcuno invade l’Iraq (e parlo dell’Iraq, non dell’Afghanistan), gli iracheni e i loro amici avranno il diritto di difendersi nel modo che ritengono più opportuno. Essendo una guerra asimmetrica, non possiamo aspettarci che ci rispondano con le nostre stesse armi (visto che non le posseggono).

Anche il terrorismo non l’hanno inventato certo i musulmani. Mi viene in mente la figura di Guglielmo Oberdan, uno dei nostri eroi del risorgimento, che era solito piazzare ordigni esplosivi nei territori irredenti del Trentino, uccidendo magari degli ignari poliziotti croati o cechi che nulla avevano da spartire con la lotta di liberazione italiana dagli austriaci (non vi ricorda un pò Nassirya?). E non venite a parlarmi di dittatura, visto che americani ed europei (si, anche noi) hanno finanziato e sostenuto dittature altrettanto sanguinarie: mi vengono in mente Mobutu o Batista o 1000 altri, oltre agli stessi Saddam Hussein e Bin Laden.

In definitiva il mondo non è solo Bianco o solo Nero, Bene o Male, ma tutti hanno i loro scheletri nell’armadio.
La sintesi di tutto il mio ragionamento è questa: se nel rapporto tra due individui o Stati o qualunque altra aggregazione è prevalente la religione (o l’ideologia in generale) si arriva inevitabilmente allo scontro (se uno afferma di possedere la verità, è impossibile qualsiasi dialogo). Se invece prevale la ragionevolezza è possibile avere il dialogo e forse anche la convivenza pacifica.
Io almeno lo spero.

Dopo i ripetuti inviti di mescalino e andrea finalmente mi sono deciso a scrivere alcune brevi righe sul terrorismo di matrice islamica che in questi giorni sta colpendo ripetutamente in Europa e nel resto del mondo minacciando attentati anche in Italia.

L’ ispirazione mi è venuta leggendo proprio su popinga un articolo di andrea intitolato “Lacrime e Sangue”, dove partendo da una affermazione del direttore di libero Vittorio Feltri (per me condivisibile), sul fatto che per avere maggiore sicurezza bisogna rinunciare ad un po’ di libertà, si ribadiva la posizione liberale secondo cui anche le emergenze gravi come il terrorismo vanno affrontate senza misure eccezionali e nel rispetto delle leggi ordinarie.

Questa posizione, se in linea di principio può essere condivisibile, non tiene, secondo me, conto della situazione e delle caratteristiche del moderno terrorismo, riflettendo purtroppo l’incapacità della nostra classe politica di affrontare e risolvere i problemi del paese reale senza ricorrere ai soliti teatrini e alle astuzie da legulei che hanno ormai schifato tutti gli italiani.

Nei dibattiti televisivi infatti tutti sono d’accordo nel riconoscere le peculiarità di questo terrorismo basato sul fanatismo religioso ed antioccidentale rispetto al terrorismo degli anni ’70 e ’80 che era invece di natura ideologica o nazionalista (come ad esempio nel caso dell’ IRA) ma nessuno sembra disposto ad affrontare seriamente il problema di come, aldilà delle misure proposte dal governo, il nostro paese deve affrontare il problema del terrorismo e dei rapporti con l’islam.

L’unico vantaggio che l’Italia ha nei confronti dei terroristi è che essi appartengono tutti, come hanno dimostrato gli attentati di Madrid e Londra, alle comunità islamiche dove trovano aiuti e fiancheggiatori e che per nostra fortuna queste comunità sono facilmente identificabili e controllabili all’interno del territorio nazionale anche perché composte da persone di origine araba o africana anche se ben integrate.

Quindi è vero che bisogna agire, come da più parti ripetuto, in campo internazionale e ben vengano le misure approvate dal governo tra cui quella che permette all’esercito di perquisire persone e cose (approvata proprio ieri), ma soltanto colpendo duro i terroristi ed i loro fiancheggiatori con misure volte ad un maggior controllo sulle comunità islamiche italiane (come ad esempio l’espulsione degli imam più pericolosi, la chiusura delle moschee, la schedatura di tutti i mussulmani e degli italiani convertiti all’islam, le limitazioni per l’acquisto di apparecchiature elettroniche come i computer e i telefonini o all’accesso a determinate professioni legate alla sicurezza nazionale) si potranno prevenire nuovi attentati evitando di piangere nuovi morti e si darà maggiore sicurezza ai cittadini.

I soloni liberali e i loro amici comunisti si mettano il cuore in pace, purtroppo siamo in guerra (per fare la guerra diranno loro, bisogna essere in due ma come la storia insegna per dichiararla basta uno solo) e per tutti, ma sopratutto per chi comanda, dovrebbe valere l’antico detto latino “Salus Rei Publicae suprema lex esto”, senza contare che è mille volte preferibile, pur nella sua decadenza e nelle sue contraddizioni, la nostra civiltà occidentale che la folle teocrazia islamica di Bin Laden e soci.

Non è la prima volta che l’ex presidente della Repubblica torna sugli avvenimenti del 12 maggio ’77, che visse da ministro degli Interni. Lo aveva già fatto un paio d’anni fa, nell’aprile 2003, in un’intervista alla trasmissione Report di RAI3, dicendo:

«Non l’ho mai detto all’autorità giudiziaria e non lo dirò mai, è un dubbio che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono. Se avessi preso per buono ciò che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragica. Ecco, io credo che questo non lo dirò mai se mi dovessero chiamare davanti all’autorità giudiziaria, perché sarebbe una cosa molto dolorosa».

Stavolta è stato meno criptico, ma lo stile è inconfondibile. Dopo 28 anni, pare che il dubbio di cui parla Cossiga sia questo: a uccidere Giorgiana Masi sarebbe stato un «colpo vagante sparato da dimostranti, forse suoi compagni ed amici con i quali si trovava, contro le forze dell’ordine». Fuoco “amico”, dunque.
Dopo tanto tempo, un’affermazione del genere vale quanto il suo contrario, anche perché la fonte citata da Cossiga è a prova di smentita: il prefetto Fernando Masone, all’epoca capo della squadra mobile di Roma, è morto qualche anno fa.
Numerosi, concordanti e gravissimi sono invece gli elementi che fanno propendere per una ricostruzione un po’ diversa.

In ogni caso, ciò che dice Cossiga, se anche fosse vero, sposterebbe di pochissimo i termini della questione.
Giorgiana Masi fu colpita a morte alle 8 di sera, dopo un intero pomeriggio in cui nel centro di Roma le forze dell’ordine cercarono pervicacemente, rabbiosamente, scientificamente una strage. Chi le autorizzò? E qual era lo scopo? La verità sull’episodio isolato (oserei dire marginale) di ponte Garibaldi non può prescindere dalla verità su tutto ciò che accadde quel 12 maggio.
La dichiarazione di Cossiga – questa come tante altre – resta sospesa a mezz’aria: dà un contributo nullo alla ricerca della verità, non coinvolge responsabilità, non inguaia nessuno. Fa solo intendere che lui sa più di quanto dice.
Ma stiano pure tutti tranquilli: lui non lo dirà mai, perché sarebbe una cosa molto dolorosa. Appunto.

«A Giorgiana Masi, 19 anni, uccisa il 12 maggio 1977 dalla violenza del regime» è dedicata la lapide che ancor oggi si può vedere a Roma svoltando su ponte Garibaldi, da Trastevere verso il Ghetto. Sta lì a testimoniare avvenimenti lontani e quasi dimenticati, che pure fanno parte della nostra storia e anzi ne rappresentano uno dei momenti più torbidi.

Il contesto

Nella seconda metà degli anni Settanta, l’Italia vive il “compromesso storico”. Alle elezioni politiche del giugno ’76 il Partito Comunista è al massimo storico e sfiora il sorpasso sulla Democrazia Cristiana: i due partiti raccolgono da soli quasi i tre quarti dei voti. La prospettiva di un accordo politico, che ha Aldo Moro come artefice e a cui anche Berlinguer ammicca sin dal ’73, diventa concreta: il terzo governo Andreotti (detto della “non sfiducia”) è un monocolore DC che gode per la prima volta da trent’anni dell’astensione del PCI.
Alla crisi economica e sociale si risponde con l’unità tra i partiti del cosiddetto arco costituzionale; al terrorismo e alla diffusa violenza di matrice politica si oppongono una legislazione repressiva e provvedimenti d’emergenza. Dal ’75 è in vigore la “legge Reale”, che estende i termini della carcerazione preventiva, dà facoltà alle forze dell’ordine di arrestare cittadini in base al sospetto che stiano per compiere un reato, autorizza perquisizioni senza mandato della magistratura, prevede la possibilità di 48 ore di fermo di polizia senza la convalida del magistrato. Il ’76 ha fatto registrare il picco degli episodi di violenza politica (1198, con 14 morti e 10 feriti); il ’77 sembra avviato sulla stessa strada, e alla fine batterà il record (2128 episodi, con 17 morti e 45 feriti).
In un clima già pesante e avvelenato da recenti fatti di sangue a Milano e Bologna, il 21 aprile ’77 l’occupazione delle università romane contro la riforma Malfatti degenera in violenti scontri tra polizia e autonomi, con feriti da ambo le parti e l’agente Settimio Passamonti ucciso da una P38.
Il vaso trabocca. «Deve finire il tempo dei figli dei contadini meridionali uccisi dai figli della borghesia romana», dichiara il ministro dell’Interno Francesco Cossiga, e con un decreto-legge dà mandato al prefetto di Roma di vietare ogni manifestazione pubblica nel Lazio per tutto il mese di maggio.
Il decreto è palesemente illegale, anche perché si richiama ad un articolo di una legge fascista del ’31 già dichiarato incostituzionale nel ’61. Il Governo può limitare a scopo preventivo il diritto di pubblica e pacifica riunione, ma solo “per comprovati motivi di sicurezza e incolumità pubblica” (art. 17 della Costituzione), da valutare caso per caso e non indiscriminatamente.
Il 18 maggio ’77 l’ex presidente della Corte Costituzionale Giuseppe Branca scriverà:

«Non voglio credere che […] Cossiga abbia detto […] che il divieto è legittimo perché qualunque manifestazione di piazza, anche la più pacifica, può degenerare […]. È una motivazione che uccide la democrazia: infatti quella possibilità di degenerazione, per interventi esterni, c’è oggi come ci sarà domani». [Questa logica] «condurrebbe a prolungare in perpetuo il divieto o a rinnovarlo a ogni scadenza: in parole povere ad annullare il diritto costituzionale di riunione in luogo pubblico. È come se il governo vietasse le strette di mano perché potrebbero, non si sa mai, diffondere le malattie. Con questa filosofia possono essere annullati i principali diritti del cittadino».

Il decreto Cossiga, da lui stesso definito un «bando militare extra legem», fa ormai scuola nel vero senso della parola: testi universitari di diritto lo citano ad esempio di provvedimento incostituzionale.

Gli avvenimenti del 12 maggio ’77

Nel periodo di divieto cade il terzo anniversario del referendum sul divorzio, il 12 maggio. La manifestazione celebrativa, convocata in Piazza Navona dal Partito Radicale e dai vincitori del ’74, non viene annullata: è un atto di disobbedienza civile al decreto Cossiga. Giusta o sbagliata che sia la mossa dei radicali, la manifestazione neppure comincerà.
Già alle ore 13 gli ingressi a Piazza Navona sono sbarrati da cordoni di militari in assetto antisommossa, e davanti al Senato iniziano le prime cariche: vengono spintonati e picchiati manifestanti, giornalisti, fotografi, parlamentari, ma anche gente comune e passanti diretti in piazza. Il clima inizia a surriscaldarsi e i disordini si espandono al centro storico di Roma. In piazza della Cancelleria si notano per la prima volta uomini in borghese, vestiti da autonomi e armati di pistole e spranghe, apparentemente in buoni rapporti con poliziotti e carabinieri.
In assenza di provocazione, la forza pubblica spara candelotti lacrimogeni, a decine, anche ad altezza d’uomo. In mezzo al fumo, parecchi testimoni sentono colpi d’arma da fuoco. Tra gli agenti si diffonde la voce (falsa) che ci siano già due morti.
Le cariche spingono i manifestanti oltre il fiume, verso Trastevere; nel tardo pomeriggio carabinieri e polizia arrivano nella zona del Ghetto, mentre parecchia gente finisce in piazza Belli, oltre ponte Garibaldi. Ancora qualche minuto, e col buio ognuno sarebbe tornato a casa. Invece verso le otto di sera i blindati della polizia avanzano, e all’improvviso cominciano a sparare lacrimogeni. Rapidamente oltrepassano metà del ponte, in direzione Trastevere. Tra di essi, agenti in divisa e in borghese. In mezzo ai candelotti si sentono colpi di pistola. Giorgiana Masi, una studentessa diciannovenne appartenente ad un collettivo femminista, è in mezzo alla folla sul lato opposto, in piazza Belli. Si volta per scappare, come gli altri, ma fa solo pochi passi: la vedono cadere di schianto, a braccia in avanti, la testa verso Trastevere e i piedi verso il ponte. Pensano che sia inciampata, ma non si rialza. La soccorrono, ma è agonizzante e in ospedale arriva già morta. Poco più in là cade ferita un’altra ragazza, la trentaduenne Elena Ascione. Alla fine della giornata si conteranno decine di feriti tra manifestanti e passanti, e un ferito tra i carabinieri.

   

Roma, 12 maggio ’77: poliziotti travestiti da autonomi in mezzo alle truppe

Le menzogne

Chi ha sparato? La verità dei fatti, come vedremo, resterà nascosta; in compenso, quasi per contrasto, subito fioccano le menzogne. E si tratta di menzogne così palesi da delineare, se non proprio la verità, almeno un’“ombra” di verità.
Il giorno dopo, 13 maggio, Cossiga riferisce alla Camera e parla di «gravi atti di aggressione allo Stato», addossando tutta la responsabilità ai manifestanti. Riceve in questo il pieno appoggio della maggioranza e soprattutto del PCI, con Antonello Trombadori e Ugo Pecchioli in prima fila. Sullo specifico episodio di ponte Garibaldi, il ministro accredita che Giorgiana Masi sia stata colpita all’addome, cioè da Trastevere dov’erano i manifestanti. L’autopsia stabilirà invece che il colpo mortale è arrivato alla schiena, ossia da ponte Garibaldi dove in quel momento erano solo polizia e carabinieri.
Il 14 maggio il Governo dichiara alla stampa che durante gli incidenti non c’erano agenti in borghese, contrariamente a quanto notato da molti testimoni; il 15 che gli agenti in borghese c’erano ma non erano armati; il 16 che erano armati ma non avevano sparato; il 17, infine, che nessuno aveva sparato. Ancora il 24 ottobre ‘77 il sottosegretario all’Interno Nicola Lettieri, negando l’evidenza, mente clamorosamente davanti al Parlamento, sostenendo che «gli agenti di polizia erano dotati non già di armi non regolamentari, bensì delle pistole di ordinanza» e che «non fecero uso di armi da fuoco, salvo che dei mezzi per il lancio di candelotti lacrimogeni».
Decine di testimonianze, centinaia di foto e due filmati amatoriali dimostrano il contrario: nel pomeriggio del 12 maggio – anche prima dell’episodio fatale ed anche altrove – le forze dell’ordine hanno sparato ripetutamente e ad altezza d’uomo, anche con armi non d’ordinanza, avendo cura di raccogliere i bossoli per eliminare le prove. È documentata la presenza nel centro di Roma, tra Piazza S. Pantaleo, Campo de’ Fiori e Piazza della Cancelleria, di agenti in borghese, travestiti da autonomi e armati di pistole, spranghe, sampietrini e tondini di ferro. Uno dei travestiti, l’agente di P.S. Giovanni Santone – capelli lunghi, jeans e maglietta – comparirà anche sui giornali e diverrà uno dei simboli mediatici di quella giornata.
Dalle trascrizioni delle comunicazioni radio tra la questura e i funzionari che operavano quel giorno vicino a ponte Garibaldi emergono altri elementi. Un funzionario, rimasto ignoto perché nessuno l’ha voluto identificare, ordina di usare le armi: «Stronzo, figlio di puttana, fai sparare».

 

Roma, 12 maggio ’77: poliziotti in borghese con armi non regolamentari

Una verità inconfessabile

Una miriade di prove diverse, precise e concordanti dimostra che per tutto il pomeriggio del 12 maggio la forza pubblica nel centro di Roma ha ricevuto l’ordine di sparare e cercare il morto, l’incidente clamoroso. In tale scenario, l’omicidio di Giorgiana Masi cessa di essere un fatto isolato e diventa il tragico epilogo di una giornata che sarebbe potuta finire anche peggio.
Dal questore di Roma Domenico Migliorini, passando per il sottosegretario Lettieri, per finire al ministro Cossiga, tutto l’apparato del Viminale ha mentito all’opinione pubblica e al Parlamento per coprire i responsabili dell’omicidio e – più in generale – i mandanti di quella che si configura come una tentata strage.
Alcuni interrogativi si impongono.
Cosa sarebbe accaduto se un agente travestito, con pistole e armi fuori ordinanza, fosse stato ammazzato dai colleghi perché “autonomo” d’aspetto? O se egli stesso avesse ucciso dei colleghi per errore? Contravvenendo deliberatamente a leggi, norme e regolamenti di pubblica sicurezza, dove si voleva arrivare?
Qualche morto era bastato a Cossiga per sospendere a Roma, per 45 giorni, il diritto costituzionale di manifestare: come si sarebbe reagito il 12 maggio, se i morti fossero stati tanti (una strage “ben riuscita”, insomma)? Col pretesto dell’emergenza si sarebbero sospesi alcuni diritti civili in tutt’Italia, magari col benestare del PCI? E per quale inconfessabile strategia politica? Fare dell’asse DC-PCI, anche a costo di un’involuzione autoritaria, l’unica risposta alle BR e alle P38?
Domande che ovviamente rimarranno senza una risposta, politica ancor prima che storica.
Il questore Migliorini si dimette il 23 dicembre ’77 dichiarando di aver sempre preventivamente e successivamente informato i suoi superiori (il prefetto Giuseppe Parlato e il ministro Cossiga) e ottenuto da questi il pieno consenso per le misure da lui assunte a tutela dell’ordine pubblico, in particolare riguardo ai fatti del 12 maggio. Chiamando in causa prefetto e ministro, riporta dunque la questione sul piano delle responsabilità politiche, che hanno nomi e cognomi.
Nessuna azione sarà intrapresa a livello parlamentare. Le richieste di una commissione d’inchiesta cadranno nel vuoto: meglio non indagare.
Mancherà anche una verità processuale sull’omicidio. Il 15 gennaio ’79 il pubblico ministero Giorgio Santacroce (lo stesso che indagherà a caldo su Ustica) chiede l’archiviazione essendo rimasti ignoti gli autori dei fatti.
Effettivamente i colpevoli di un reato, se non si cercano, non si trovano. Poiché dai verbali di ispezione delle armi, redatti da carabinieri e polizia la sera stessa del 12 maggio, non risultano richieste di «colpi a reintegro di quelli eventualmente mancanti», il magistrato disinvoltamente deduce che le forze dell’ordine non hanno sparato. Nessun funzionario o capo reparto presente su ponte Garibaldi viene interrogato, nessun altro accertamento è ritenuto necessario e ci si accontenta delle dichiarazioni della questura. Il 9 maggio ’81 il giudice istruttore Claudio D’Angelo stabilisce che non si debba procedere. Il caso è chiuso.
Dopo quasi trent’anni la verità, che dovrebbe essere un patrimonio comune e il momento della giustizia per le vittime, è ancora velata. Si continua ad intravederne l’ombra. Sempre che qualcuno, prima o poi, non abbia l’onestà e il coraggio di accendere la luce.

* * *

Se la rivoluzione d’ottobre
fosse stata di maggio,
se tu vivessi ancora,
se io non fossi impotente
di fronte al tuo assassinio,
se la mia penna fosse un’arma vincente,
se la mia paura esplodesse nelle piazze ,
coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola,
se l’averti conosciuta diventasse la nostra forza,
se i fiori che abbiamo regalato alla tua coraggiosa vita
nella nostra morte diventassero ghirlande
della lotta di noi tutte, donne,
se…
non sarebbero le parole a cercare d’affermare la vita
ma la vita stessa, senza aggiungere altro.

(Lapide in ricordo di Giorgiana Masi, su Ponte Garibaldi a Roma)

 

Per approfondire

  • Giorgiana Masi: scheda su Wikipedia.
  • Cronaca di una strage”, libro bianco a cura del Centro di iniziativa giuridica “Piero Calamandrei”, I edizione aprile 1979.
  • Atti parlamentari della Camera dei Deputati (VII legislatura), resoconti stenografici delle sedute del 24/10/1977 e 28/11/1977 (risposte ad interpellanze).
  • Commissione Stragi (XIII legislatura), resoconti stenografici delle audizioni del 06/11/1997, 28/01/1998 e 18/02/1998.
  • Sergio Flamigni, “Convergenze parallele”, Kaos 1998
  • Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri con Giovanni Pellegrino, “Segreto di Stato. La verità da Gladio al caso Moro”, Einaudi 2000.

La signora Nunzia Damiano abita al numero 96 di via Gradoli, a Roma, in un anonimo condominio sulla Cassia. La mattina del 18 aprile 1978, viene svegliata da frettolosi passi nell’appartamento soprastante, e poco dopo si accorge che sul soffitto della cucina si sta allargando una macchia di infiltrazione d’acqua. Corre ad avvisare l’ingegner Borghi, l’inquilino del piano di sopra, prima che si allaghi mezzo mondo. Suona all’interno 11 una, due, tre volte: non c’è nessuno. Non le resta che chiamare i pompieri.

La caduta del covo

La colpa è del telefono della doccia lasciato aperto e appoggiato contro il muro, ma l’appartamento riserva ben altre sorprese: è un covo delle Brigate Rosse, ancora “caldo” cioè in uso.
Magari tenendo la scoperta riservata si potrebbero organizzare appostamenti e fermare eventuali frequentatori, come già fece il generale Dalla Chiesa a Robbiano di Mediglia nel ‘74; invece la notizia è subito data in pasto a giornali e TV, e l’appartamento diventa la grande vetrina delle BR: armi in bella mostra sul tavolo, volantini, divise della Polizia e dell’Alitalia, targhe false. Questo toglie ogni dubbio: si tratta della centrale operativa dei terroristi che il 16 marzo hanno sequestrato Aldo Moro e ucciso i cinque agenti della scorta. Il capo brigatista Mario Moretti, che abita il covo sotto la falsa identità di Mario Borghi, addirittura apprende la notizia dalla TV e si guarda bene dal far ritorno a casa.

La perquisizione del 18 marzo

Si tratti di scoperta accidentale o pilotata, subito affiorano strane coincidenze.
La Polizia è già stata in quel condominio. Il 18 marzo, appena due giorni dopo la strage di via Fani – non si saprà mai se durante una perquisizione a tappeto o dopo una soffiata – le forze dell’ordine arrivano a via Gradoli 96 e ispezionano uno per uno gli appartamenti. Il magistrato che conduce le indagini, dottor Infelisi, è stato chiaro: degli appartamenti chiusi o si sfondino le porte o si attenda l’arrivo degli inquilini con il piantone. L’ordine, eseguito in innumerevoli casi con gran disagio di cittadini innocenti, proprio quella volta che poteva avere effetti di incalcolabile portata, viene disatteso. Arrivati all’interno 11 e non ricevendo risposta, gli agenti se ne vanno senza accertamenti: a detta dei vicini, gli inquilini sarebbero persone tranquille. La Commissione Moro censurerà questa clamorosa omissione, definendola “grave inosservanza”, e la magistratura scoprirà un particolare che ha dell’incredibile: la relazione di servizio di quella perquisizione, datata 18 marzo 1978 e saltata fuori solo quattro anni dopo, risulta scritta su carta intestata “Dipartimento di Polizia”, un organismo costituito solo nel 1981 dopo la legge di riforma. Si tratta di un falso.

La seduta spiritica

Il nome “Gradoli” riemerge una seconda volta in pieno sequestro, il 2 aprile. Quella domenica, nella casa di Alberto Clò sulle colline bolognesi, si riunisce un gruppo di professori universitari con tanto di mogli e bambini. Tra gli altri, ci sono anche Romano Prodi e Mario Baldassarri. L’atmosfera è quella di una scampagnata, peccato che piova. Per allentare la noia, a qualcuno viene l’idea di tenere una seduta spiritica ed evocare gli spiriti di Sturzo e La Pira per chiedere loro dove sia la prigione di Moro. Tra i farfugliamenti del piattino, un paio di nomi viene fuori chiaramente: G-r-a-d-o-l-i, B-o-l-s-e-n-a. La rivelazione arriva alla segreteria DC e da qui al ministro dell’Interno Cossiga, che fa perquisire il paesino di Gradoli, in provincia di Viterbo. Eleonora Moro, moglie del rapito, suggerisce di verificare se esista a Roma una strada con quel nome, ma le viene risposto che a Roma una via Gradoli non c’è. Scriverà Leonardo Sciascia, nella sua relazione di minoranza alla Commissione Moro: «Non meravigli che negli atti di una commissione parlamentare d’inchiesta si parli, come in una commedia dialettale, di una seduta spiritica: ma dodici persone, come si suol dire, degne di fede, e per di più appartenenti al ceto dotto della dotta Bologna, sono state sentite una per una dalla Commissione e tutte hanno testimoniato della seduta spiritica da loro tenuta e da cui è venuto fuori il nome Gradoli».
Dietro l’occultismo, con ogni probabilità si nasconde un espediente per far filtrare una notizia riservata senza doverne rivelare la fonte (forse l’Autonomia bolognese, come ipotizzato dalla Commissione Stragi e anche da Giulio Andreotti). Che poi questa notizia sia stata manomessa e depurata del particolare decisivo (la via anziché il paese), è una questione ancora più profonda e inquietante.

Insomma: il covo BR di via Gradoli, base operativa del sequestro Moro e abitazione di Mario Moretti, sfiorato il 18 marzo e dimenticato il 2 aprile, cade finalmente il 18 aprile grazie a una “manina” che lascia la doccia aperta. Chi è stato? Anche concedendo che l’allagamento del covo sia stato provocato – volontariamente o meno – da qualche brigatista e che gli “spiriti” si riferiscano al paesino, sembra strano che Moretti abbia potuto dormire sonni tranquilli per due settimane in quel posto divenuto così pericolosamente “omonimo”. Forse, gli “spiriti” avevano visto giusto e volevano veramente aiutare le indagini? Oppure solo lanciare un avvertimento a chi lo sapesse cogliere?
Ambigua, torbida, a tratti grottesca, ma gravida di implicazioni e sottintesi, la vicenda del covo BR di via Gradoli rappresenta lo snodo cruciale del caso Moro. Vi si intrecciano inefficienze, ritardi, menzogne e una serie impressionante di errori (non sappiamo se colposi o dolosi). Di via Gradoli certamente gli investigatori e i servizi di sicurezza sapevano; e se ci fossero arrivati prima e avessero gestito le informazioni un po’ meglio o solo un po’ meno peggio, sarebbe stata diversa la storia del sequestro e forse anche quella dell’Italia.

Il falso comunicato n° 7

Ma torniamo al 18 aprile. Quello non è un giorno qualsiasi: è il trentennale della vittoria DC alle elezioni del ’48. E proprio quel giorno, quasi contemporaneamente all’allagamento, avviene un altro fatto enigmatico: è diffuso il comunicato n. 7, che annuncia la morte del prigioniero e l’occultamento del corpo nel Lago della Duchessa, sui monti tra Lazio e Abruzzo. Si scoprirà che il comunicato è un falso, non opera delle BR ma di tale Antonio Chichiarelli, un falsario romano legato alla banda della Magliana e ai servizi segreti; sulle prime però gli inquirenti lo giudicano autentico, scatenando affannose quanto inutili ricerche. Allora, a cosa e a chi serve la messinscena? Di sicuro, dando per autentico un comunicato falso, s’invade il campo della comunicazione brigatista, si aggiunge un rumore che rende indistinguibili le voci, si intacca la “credibilità” delle BR verso le masse. Ma non si potrebbe anche voler saggiare la reazione dell’opinione pubblica di fronte ad un epilogo tragico? Lo stesso Moro, dal carcere del popolo, scriverà di una “macabra prova generale” della sua esecuzione. E perché il riferimento a quel lago? Ci sono nel messaggio allusioni oscure, comprensibili solo dai veri destinatari?
A distanza di tempo, un’impressione resta: gli accadimenti del 18 aprile 1978 sembrano messaggi in codice rivolti alle stesse Brigate Rosse, affinché il sequestro si avviasse ad una rapida conclusione. Ma da chi? Possiamo ipotizzare l’esistenza di un “partito non brigatista dell’omicidio”, che spinse per la fine cruenta chiudendo tutti i canali di una possibile trattativa, per vie sia istituzionali che – diciamo così – extra-legali. È probabile, infatti, che da quando Moro aveva iniziato a parlare, rivelando forse informazioni riservate, si fosse messa in moto una macchina volta insieme a liquidare l’ostaggio e a recuperare il materiale compromettente (il famoso “memoriale”).
Verosimilmente, il messaggio che dalle operazioni Gradoli e Duchessa dovette arrivare al commando che tratteneva Moro poteva essere questo: “vi stiamo addosso; sappiamo dove siete, siamo in grado di smantellare le vostre sedi e di occupare i vostri canali di comunicazione con i mass-media. Non vi venga in mente di gestire l’affare in modo diverso da quello indicato nel comunicato della Duchessa”. Le Brigate Rosse eseguirono.

Bibliografia consigliata

  • Leonardo Sciascia, “L’affaire Moro”, Adelphi 1978
  • Giuseppe Zupo, Vincenzo Marini Recchia, “Operazione Moro. I fili ancora coperti di una trama politica criminale”, Franco Angeli 1984
  • Sergio Flamigni, “La tela del ragno. Il delitto Moro”, Kaos 1993
  • Sergio Flamigni, “Convergenze parallele. Le Brigate rosse, i servizi segreti e il delitto Moro”, Kaos 1998
  • Alfredo C. Moro, “Storia di un delitto annunciato. Le ombre del caso Moro”, Ed. Riuniti 1998
  • Francesco M. Biscione, “Il delitto Moro. Strategie di un assassinio politico”, Ed. Riuniti 1998
  • Sergio Flamigni, “Il covo di Stato. Via Gradoli 96 e il delitto Moro”, Kaos 1999
  • Giovanni Fasanella, Claudio Sestieri con Giovanni Pellegrino, “Segreto di Stato. La verità da Gladio al caso Moro”, Einaudi 2000
  • Giovanni Fasanella, Giuseppe Rocca, “Il misterioso intermediario. Igor Markevic e il caso Moro”, Einaudi 2003
  • Vladimiro Satta, “Odissea nel caso Moro”, Edup 2003
  • Commissione Stragi (XIII legislatura), resoconti stenografici delle audizioni del 17/06/1998, 23/06/1998, 10/11/1999 e 11/11/1999.Materiale reperibile in rete:
    www.apolis.com/moro