Il viaggio non finiva mai.
Avevo lasciato Torino all’alba, a metà mattina l’Airbus 340 della Lufthansa era decollato da Francoforte e, dopo quasi nove ore di volo, stava ancora sull’Atlantico.
Cominciavo ad essere stanco. Stanco di non fare niente, le gambe intorpidite per l’immobilità, la testa pesante per il soffio dei motori. M’era passata la fame e anche le bevande che le hostess continuavano a portarci servivano solo a guastarci la bocca.

Soprattutto iniziavo ad avere sonno, gli occhi cominciavano a bruciarmi, l’aria in cabina è sempre troppo secca. Un sonno strano, perché per me era notte ma il sole non voleva saperne di tramontare, e la luce dal finestrino era accecante. Era la prima volta che provavo il jet lag. Cercavo di riposare: le poltrone in business erano comodissime, potevo distendere le gambe fin quasi in orizzontale, ma non c’era niente da fare.
Ormai non vedevo l’ora di arrivare. Da undicimila metri ogni tanto si scorgeva un’isoletta nel mare color argento: forse erano le Antille francesi, a sud-est di Cuba.
Quando vedemmo le prime montagne della cordigliera sudamericana e sorvolammo Caracas, mancavano ancora più di tre ore.

Atterrai a Lima nel tardo pomeriggio del 10 novembre 2000: erano solo le cinque e mezza, ma per me era mezzanotte suonata.
«Solo una valigia per quattro settimane?» esclamò la signora francese che aveva viaggiato accanto a me, quando mi vide ritirare il bagaglio al nastro. ’Ste donne, che hanno bisogno di quintali di guardaroba anche quando viaggiano – pensai, e risposi con un sorriso: «Beh, se serve andrò in lavanderia», ignaro di come sarebbe andata a finire.
Ci salutammo e guadagnai l’uscita superando indenne la roulette del controllo bagagli (prima di uscire dall’aeroporto di Lima, devi premere un pulsante: se la luce diventa verde puoi andare, se diventa rossa ti devi fermare ed aprire la valigia).
Fuori era già (!) il tramonto, un sole malaticcio, l’aria tiepida e umidissima della primavera inoltrata.
La valigia trascinata con una mano, il computer nell’altra, attraversai una folla di tassisti (abusivi, ovviamente) che mi offrivano un passaggio verso la città. Meno male che l’albergo aveva mandato ad aspettarmi un autista di fiducia, che gentilissimo prese in consegna me e la valigia.

Dall’aeroporto scendemmo verso la città, una sterminata metropoli da otto milioni di abitanti.
Visti per la prima volta, i quartieri a nord-ovest di Lima – case di mattoni grezzi a un piano o due, aria maleodorante, fogne a cielo aperto, bambini che giocavano sul ciglio della strada – mi parvero favelas. O meglio, li catalogai come favelas, io che non ne avevo mai vista una.
Ancora non sapevo che quelle non erano favelas, ma barrios appena un po’ “disagiati”.
Le vere favelas le avrei viste col tempo nei conos, estrema periferia ai piedi delle colline, a Comas, Rimac, El Agustino, Villa El Salvador, dove si vive in catapecchie di legno e lamiera di tre metri per tre. E poiché a Lima non piove praticamente mai, c’è addirittura chi costruisce la baracca senza tetto, per non pagare la tassa sulla casa (che un tetto deve avercelo per definizione).
Nei suoi “Diari della motocicletta”, Ernesto Che Guevara descrive bene cosa si prova arrivando a Lima dall’aeroporto. E dai primi anni ‘50 ad oggi non è cambiato granché, anzi il degrado delle periferie è cresciuto, per la moltitudine di campesinos che dalla Sierra vengono a cercar fortuna nella capitale.
Dopo avenida La Marina il taxi scese per la litoranea, un lungomare si direbbe da noi, ma senza edifici e strutture balneari. È una strada desolata che corre di fianco all’oceano, sotto il barranco, cioè lo strapiombo alto una cinquantina di metri che separa la città dall’oceano (la costa occidentale del Sudamerica è altamente sisimica e mostra di essere il confine tra la placca sudamericana e quella pacifica, praticamente la continuazione della faglia californiana di Sant’Andrea).

Feci per la prima volta le strade che poi avrei percorso decine di volte, per lavoro, col Toyota Pick-up aziendale.
Seduto dietro, guardavo dal finestrino con la curiosità e l’insicurezza di chi era appena atterrato su un altro pianeta. Auto, persone, piante, fiori, strade e semafori mi passavano di fianco come corpi estranei, osservavo tutto come da un oblò. Anche il traffico caotico del centro e il rumore dei clacson non mi coinvolgevano più di tanto. Solo il calore, il sudore e gli odori (ricordo vivissimo l’odore dei fiori e dell’oceano) mi dicevano che già stavo diventando parte di quel mondo, tanto diverso dal mio.

Arrivai in albergo che era notte. Il Las Americas è uno degli alberghi di lusso di Miraflores, quartiere elegante di Lima a due passi dall’oceano.
Salii in stanza, non avevo fame né sonno. Luca, il mio collega che si trovava lì già da un mese, era ancora in ufficio, per cui non lo aspettai e andai a letto. Dormii qualche ora, alle due di notte ero già sveglio.
E questo era solo l’inizio, l’indomani avrei iniziato a lavorare anch’io. Tranne Luca, non conoscevo nessuno, non sapevo niente del Perù, nemmeno una parola di spagnolo. Come sarebbe andata? Dopotutto, pensai, ci sarei rimasto solo quattro settimane.
Quella notte non potevo immaginare che sarei tornato in Italia a fine febbraio. E tanto meno che ci sarei tornato a malincuore.

1 Commento

  • 1. David (25 maggio 2009, 4:08 pm) :

    …bellissima descrizione, nuda, cruda e reale come la poesia!

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