Sacchetto di plastica “degradabile”Anche se in campo scientifico non esistono mai certezze assolute, ma solo risultati che si approssimano sempre più alla verità delle cose, noi che non siamo scienziati vogliamo dire la nostra. Magari per essere confutati!

Oggi è la volta di una vicenda quotidiana, palese ed occulta allo stesso tempo. Ci occupiamo dei cosiddetti “shopper”, i banali ed onnipresenti sacchetti di plastica della spesa, sia degradabili che biodegradabili. Su questo tema tentiamo di divulgare la nostra opinione, e lo facciamo per evitare facili fraintendimenti, o peggio ancora per smascherare veri e propri imbrogli.

Prendi un sacchetto e leggi. Accade infatti, nella gestione della quotidianità, che non si faccia tanto caso a quanto vi è stampato, il più delle volte una pubblicità qualsiasi. Di fatto “non si vede” quel che c’è scritto, o magari lo si legge troppo in fretta. Chi lo avrebbe mai detto che la scelta di questo sacchetto, “il primo in Italia degradabile” di fatto nasconde un’insidia?

Se il sacchetto non c’è più, occhio non vede e cuore non duole, direbbero i saggi d’un tempo. Invece a farci solo un po’ d’attenzione c’è di che preoccuparsi perché, come bene chiarito nelle pagine che seguono, la plastica degradabile si “degrada”, come non troppo bene conferma il termine, non nei suoi costituenti elementari, ma in tanti piccoli, piccolissimi pezzetti che, così sminuzzati, finiscono per disperdersi nell’ambiente. Certo non ci saranno più sotto i nostri occhi quello schifo svolazzante dei sacchetti abbandonati, ma troveremo dappertutto (anche se i nostri sensi non lo percepiranno più) una impalpabile polverina che è la componente originaria del sacchetto.

Meglio o peggio, lasciamo a lettori la decisione. Dal nostro punto di vista decisamente peggio, per una serie di considerazioni tra cui l’impossibilità pratica, anche e sempre più con il passare del tempo, di operare una selezione, una cernita, per far si che le cose stiano ordinate in natura come le ha volute il Creatore. Che in genere non è scelta da poco in questa galassia!
Si potrebbe dire che è sempre meglio avere una “polverina” dappertutto piuttosto che tanti sacchetti nella pancia dei cetacei o le “fioriture” multicolori di plastiche lungo le ripe fluviali, sulle spiagge, ai bordi delle strade e fin sulle sommità delle siepi che marcano i confini dei campi. Quando poi il rifiuto plastico finisce, come dovrebbe, tra i rifiuti urbani c’è di che preoccuparsi per la sua destinazione finale. Suddiviso in tante minuscole particelle di fatto si diffonde un po’ dappertutto “inquinando” ed alterando le composizioni delle diverse frazioni di rifiuti.

Se termodistrutto non libera sostanze nocive nell’ariaChissà se qualche sistema sofisticato di separazione, come forse potrebbe fare soltanto il “nostro” THOR, potrà poi rimettere ordine alle cose convogliando la plastica con la plastica, la carta con la carta ed i resto delle immondizie nelle categorie originarie da cui sono derivate.

Resta il fatto che per fare dell’ecologia non basta scrivere la parola, come nel caso di questa cellofanatura di riviste che, per essere anch’essa al passo con i tempi, non disdegna il lungimirante consiglio di destinare l’imballaggio all’incenerimento.

Pensare che venti anni fa il sindaco di Firenze, Massimo Bogianckino, scatenava “una grande offensiva contro la plastica”. Allora raccoglieva un grande plauso dalle associazioni ecologiste, che già in quel tempo attendevano a breve il divieto di vendita persino per le bottiglie di plastica.

Sacchetti di plastica vietati a Firenze, La Stampa, 1987

Son passati oltre vent’anni e di fatto la situazione ambientale, per quanto attiene questo tipo di problematica, a noi sembra sostanzialmente immutata, anzi con qualche pericolosa deriva legata alle furbizie tecno-ecologiche di cui tentiamo di dar conto. Si, perché per noi è importante la coscienza e la conoscenza dei fenomeni, mentre molti altri che hanno cavalcato la “tigre dell’ecologia” hanno preso al volo l’opportunità di gestire, per mero profitto politico, la miriade degli imbrogli ecologici di cui anche i sacchetti sono una piccolissima testimonianza.

Cos’è la plastica?

Per comprendere meglio quale sia la plastica degradabile e quale quella biodegradabile, riteniamo giusto cominciare con l’ analizzare:

  • Da dove proviene
  • Come nasce
  • I vari tipi di prodotti
  • Le sue lavorazioni
  • L’oggettistica che se ne ricava.

Il tutto raccontato molto brevemente ed in modo incompleto, per raggiungere solo il punto essenziale che ci interessa: tra DEGRADABILE e BIODEGRADABILE la differenza sta tutta in quel “BIO“.

Non ci sarebbe plastica se non avessimo scoperto il petrolio.
E’ infatti dal petrolio e dalle sue nafte che si ricava, attraverso un processo chimico chiamato cracking, il Metano, l’Etilene, il Propilene, il Benzolo, l’Etilbenzolo e forse anche altri componenti di cui non ho conoscenza. Comunque questi sono i più importanti per portare avanti il discorso che vogliamo approfondire.

  • Brevemente posso riassumere che dal metano derivano delle resine distinte con sigle come PF-UF-MF-POM, e nomi difficili come resine melaminiche, poliacetati ed anche più difficili. Tutti sono da considerarsi “degradabili ma chissà quando”.
  • L’etilene va osservato in maniera più attenta, perché da esso si ricavano dei derivati con cui vengono costruiti prevalentemente gli imballi più comuni: il Cloruro di Vinile (PVC) che, se bruciato, produce Diossina (altamente tossica), le resine poliestere (UP), il polietilenetereftalato (PET), di cui sono fatte le bottiglie di acqua minerale che tutti conosciamo.
    E ancora il polietilene ad alta densità (HDPE), quello che volgarmente si chiama cartene per il rumore che produce quando lo si adopera per l’imballaggio; e infine sempre dall’Etilene si produce il Polietilene a bassa densità (LDPE).
  • Il propilene invece è il padre di tutti quei derivati che servono alla produzione di oggetti più solidi, ma nel contempo elastici e resistenti. Come ad esempio l’Acrilostirile-Butadlene-Stirene (ABS), che ha diversi campi d’impiego; i più noti sono i cruscotti delle nostre lavatrici, le manopole, gli oblò, e tantissimi altri componenti di elettrodomestici.
    Sempre dal propilene derivano il Polipropilene (PP, il Poliammide (PA) e il Policarbonato (PC); quest’ultima sigla, in questo caso, non identifica il personal computer di casa, ma magari qualche sua parte componentistica di particolare resistenza.
  • Il benzolo è il padre delle Resine Poliestere (UP).
  • Dall’etilbenzolo si ricava il Polistirolo (PS).

Sicuramente ho tralasciato altri materiali, sia perché meno importanti per il discorso che ho intrapreso, sia per la mia ignoranza di “semplice praticone”, sia per non appesantire troppo una esposizione che, se spinta troppo sul particolare, finirebbe con l’ingarbugliare maggiormente le idee di chi non è addetto ai lavori.

Questi materiali li si trovano nel mercato sotto forma di granuli di diverso colore (se già miscelati con coloranti “detti master”, oppure con additivi o materiali di recupero da riciclaggio), ma possono essere anche trasparenti.

Sono lavorati con un processo di soffiatura, o laminatura, mediante trafile verticali od orizzontali, oppure utilizzando la metodologia di iniezione, con macchinari come le presse oleodinamiche.

Degradabile o biodegradabile?

Il 40% della produzione mondiale di Plastica, come banalmente e genericamente viene chiamata, è costituita da oggetti il cui materiale è costituito da PLT, ovvero da Polietilene.
Questo materiale può essere colorato e miscelato con altre sostanze ed è l’unico, al momento, ad essere considerato “degradabile” entro tempi – diciamo – accettabili, che qualcuno ha indicato in 36 mesi.

Sul questo sito Atto di Sindacato Ispettivo del 21 giugno 2005 si legge:

(…) nessun prodotto in Polietilene (PE) ha sinora dimostrato di poter essere in regola con lo standard EN 13432 e di conseguire i requisiti di biodegradazione e compostabilità fissati a livello comunitario e l’associazione internazionale delle industrie produttrici di plastiche e polimeri biodegradibili (IBAW) ha recentemente denunciato i rischi connessi all’inquinamento diffuso e ai danni per i sistemi di riciclaggio delle plastiche causate dagli additivi;

i prodotti plastici in PE oxo-biodegradable PE possono frammentare in piccole particelle dopo l’esposizione ai raggi solari e in condizione di alte temperature e dopo la frammentazione rimanere in larga parte resistenti alla biodegradazione con il rischio, a causa della lentezza del processo, di un’accumulazione nell’ambiente (…)

Per correttezza indico anche questo sito nel quale notiamo queste precisazioni:

(…) Sulle obiezioni relative alla qualità del prodotto, Coop può invece mettere in campo numerosi test e analisi. Entrando nel dettaglio più tecnico i nuovi shopper Coop contengono un additivo (EPI-TDPATM) che miscelato al polietilene convenzionale permette una degradazione ossidativa della plastica (vale a dire che la struttura comincia a frammentarsi) permettendo la completa degradazione del sacchetto entro 36 mesi.
Studi che certificano questi risultati sono stati condotti dall’Università francese “Blaise Pascal” di Clermont Ferrand, e dall’Università degli Studi di Pisa. Nonostante questi studi Coop ha voluto fare un test autonomo, incaricando un laboratorio indipendente (CSI Bollate) di verificare la curva di degradazione dello shopper in base alle norme europee esistenti, con risultati pienamente positivi.
È poi disponibile una seconda batteria di test relativi all’eventuale ecotossicità dei materiali utilizzati. Qui la sperimentazione è stata condotta dal Laboratorio BVA Linz nel
Composting plant di Vienna Neustadt e dal Laboratorio OWS Gent in Belgio. I risultati indicano che rispetto al rischio di rilascio di metalli tossici non c’è alcuna influenza dannosa su piante e animali (…)

Biodegradabilità

La plastica biodegradabile è invece tutt’altra cosa, che viene spiegata in maniera semplice ma da fonte attendibile su questa pagina.

La biodegradabilità è la caratteristica delle sostanze e dei materiali naturali di essere assimilati dai microrganismi e di essere così immessi nei cicli naturali.

E’ questo, in effetti, un concetto familiare a tutti. I materiali organici naturali, giunti al suolo, tendono progressivamente a decomporsi, a sparire. Questo fenomeno è molto importante per l’ambiente che deve liberarsi dai rifiuti e dalle scorie per far posto alla nuova vita. Gli alberi, le piante, le alghe, ossia tutti gli organismi fotosintetici, grazie al “motore”, il sole, fonte inesauribile di energia, assumono anidride carbonica dall’atmosfera e la utilizzano per sintetizzare zuccheri e tutte le altre numerosissime sostanze presenti in natura. Tramite la catena alimentare, il flusso di sostanze e di energia passa dalle piante agli erbivori e da questi ai carnivori.

Questo meccanismo si incepperebbe velocemente, però, se non esistesse la possibilità inversa, cioè quella che permette di liberare anidride carbonica a partire dalla materia organica. Quindi il processo di biodegradazione ha, nell’equilibrio naturale, pari dignità col processo inverso di fotosintesi di cui rappresenta l’esito e nello stesso tempo la partenza. Ruolo importante nella biodegradazione è quello dei microrganismi che, presenti in qualunque ambiente, si nutrono dei rifiuti organici. La materia organica viene così ritrasformata in anidride carbonica con la chiusura del ciclo naturale.

La Novamont è una delle ditte che sono riuscite a produrre il materiale certificato biodegradabile, come si può vedere qui, utilizzando “materie prime rinnovabili di origine vegetale“.

Le ricerche poi sono tutta un’ altra cosa, sono apprezzabili, ma sono da seguire solo a livello teorico fintanto che non ci sono gli OK della Scienza Ufficiale

Ecco alcuni esempi:

Detto questo, voglio rifugiarmi dietro una speranza: che chi gioca con quel prefisso “BIO” non lo faccia per motivi speculativi, ma per semplice ignoranza in materia.

Franco Giannini e Gianluigi Mazzufferi

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