Serge LatoucheAll’inizio della scorsa estate giunse da Roma un amico, che è persona di grande cultura e di eccezionale sensibilità; aveva per me un libro, scelto ben sapendo il campo dei miei interessi.

La scommessa delle decrescita“, stampato da poco in Italia, per i tipi della Serie Bianca di Feltrinelli. Cioè la fatica più recente di Serge Latouche, autore molto noto in quanto professore emerito all’Università di Parigi Sud (Orsay), ma soprattutto quale intellettuale sostenitore della decrescita. Lo conoscevo già, non solo dalla ricca bibliografia, oltre una dozzina le opere pubblicate in Italia dalla fine degli anni ’80, ma che non avevo letto essendo di taglio più specificamente economico. Uno di questi volumi però era rientrato nel novero dei miei più diretti interessi, “L’altra Africa“, in cui Latouche faceva intravedere, negli esempi di civiltà del continente nero, usando punti di vista molto particolari e parametri diversi da quelli abituali degli altri antropologi od economisti, una tradizione comunitaria importante. Questa presenta, a suo avviso, parametri di misura che non relegano l’Africa al margine di tutti i mercati del mondo. Infatti l’Autore vi intravede una “società di mercato” davvero alternativa, però basata soprattutto sullo scambio. Dal mio punto di vista, per taluni aspetti, anche simile alle esperienze della nostra antica mezzadria!

Il titolo del volume, tradotto da Matteo Schianchi, “La scommessa della decrescita”, conduce subito all’oggetto del libro: la necessità urgente, per tutto l’Occidente e non solo, di cambiare “valori e concetti, mutare le strutture, rilocalizzare l’economia e la vita” per passare al più presto da un “modello incentrato sulla crescita ad una società della decrescita“.

Il volume è piuttosto impegnativo da leggere; poco più di 200 pagine in tutto con una ricca bibliografia finale, specifica per i vari capitoli, con ulteriori dieci pagine di bibliografia più generica, ma sempre molto utile. Il volume richiede continui approfondimenti per quanto riguarda le fonti citate, ma questo ci aiuta a percorrere un mondo oltremodo ampio ed innovativo. Un mondo e delle teorie di cui si è sentito parlare in Italia soprattutto negli ultimi dieci anni, ma che trova spunti concreti e ragioni ben argomentate soprattutto nei lavori e nelle pubblicazioni che dal MIT al Club di Roma ebbero diffusione e successo a cominciare dagli anni ’70. Direi subito che questo mondo appare assai poco conosciuto anche dai cultori della letteratura cosiddetta “ecologista”. Costoro hanno sempre privilegiato il concetto di “sviluppo sostenibile“, cioè quello che il rapporto Bruntland definiva capace di “non compromettere le generazioni future“. Quello sviluppo sostenibile che è stato per anni il cavallo di battaglia anche di nostri politici, come ad esempio Francesco Rutelli.Serge Latouche - La scommessa della decrescita

Ancora una brevissima nota sul testo: sul quinto capitolo della prima parte, laddove l’Autore s’interroga prima ed espone poi le sue tesi sulla crescita demografica. Su questo grande problema altalena un po’, ma alla fine la considera ancora possibile purché sia “armoniosa“. Pensare che aveva iniziato con una drastica citazione di Pier Paolo Pasolini, laddove l’affermazione era categorica:”Procreare oggi è un delitto ecologico“. Quindi Serge Latouche è assai meno drastico di Pasolini; forse anche perché meno aggiornato. Capita infatti a puntino quanto scrive, proprio oggi, sul suo blog, che non caso si chiama “Il Solista”, il professor Luigi De Marchi. Costui è un vero specialista del tema, tra i pochi in Italia, e soprattutto un uomo molto coerente avendo diffuso queste opinioni fin dagli anni ’60. Quanto scrive affronta ampiamente la questione dell’esplosione demografica negli ultimi cento anni con il titolo: “Dal disastro demografico a quello energetico ed alimentare“, dove si analizza, con il conforto dell’opinione di Lester Brown, le gravi questioni che discendono da una “impennata simultanea dei prezzi energetici e alimentari “.

Felice sarà quindi l’occasione dell’incontro che viene proposto alla città di Senigallia con la conferenza del professor Latouche a S. Rocco, il 7 febbraio prossimo, alle ore 21.15. Sperando così che il catastrofismo, che sempre insidia un certo tipo di analisi, sia lontano dal personaggio e soprattutto non ecciti quanti temono che morale e cultura non servano da freno agli effetti più balordi del libero mercato.

19 Commenti

  • 1. Valeria (5 febbraio 2008, 11:53 am) :

    Grazie per l’approfondito articolo Gianluigi.
    Su questo argomento purtroppo non ne so molto, ma cercherò di non mancare alla conferenza di giovedì

  • 2. Gabriele (5 febbraio 2008, 1:18 pm) :

    L’argomento è davvero molto interessante e mi sembra di aver letto già qualcosa che Gianluigi ci aveva proposto.
    Secondo me, per la società occidentale, oggi decrescere è pressochè impossibile o per lo meno molto difficile; quello che invece sarebbe possibile è rallentare e in alcuni casi fermarsi, cosa che dovrebbe essere fatta.
    A mio modesto avviso, bosognerebbe poi far riprendere l’economia e far rallentare la finanza; l’economia implica una produzione di qualcosa, sia un bene o un servizio, la finanza implica solo spostamento di capitali.
    Oggi sulla base delle esigenze finanziarie vengono prese decisioni economiche, mentre bisognerebbe calibrare la finanza sull’economia.
    Il discorso poi dello sviluppo misurato in relazione alla crescits del pil è poi veramente ridicolo… non penso che i cinesi siano molto contenti e ogni anno diventino sempre più ricchi e benestanti solo perchè la loro economia cresce del 7-10% l’anno.
    Secondo me oggi la crescita di un paese o di una società deve anche essere data dalla capacità di fermarsi in tempo; bisogna rimettere l’uomo al centro dei vari ragionamenti.
    Ma questa società ha perso la centralità dell’uomo e lavora per tutt’altro.

  • 3. Franco Giannini (5 febbraio 2008, 5:42 pm) :

    Il PIL, in Italia, negli ultimi 30 anni è cresciuto di molto, ma lo stesso non si può dire della soddisfazione delle nostre necessità.
    Si, perchè quelle che noi ora chiamiamo nostre necessità, molte sono solo delle esigenze coercitive dettate dalle forze della pubblicità.
    Penso che bisogna prendere tutto quello che la scienza, la tecnica ci dà, usandolo con criterio, senza abusi.
    Sono d’ accordo quindi con il fare un passo indietro, utilizzando con parsimonia quanto ci viene offerto, ma come??
    A getto continuo ci vengono offerti modelli sempre più sofisticati di oggetti tecnici, possiamo dire io mi tengo il primo che ho acquistato, ma in caso di guasti dovrei avere anche chi me lo ripara, i pezzi di ricambio, tutte cose che (manualità, ricambi…) nel mercato di oggi non sono più reperibili.
    Compro un telefonino oggi e tra 3 anni non avrò più il ricambio di una batteria perchè non più in produzione…sono obbligato ad acquistarne uno nuovo, malgrado quello che ho è funzionante.
    A questo punto, ritengo che si debba lottare, per fermarsi un attimo e riflettere finché ne abbiamo tempo, ma con tutta sincerità penso anche che ciò sia arduo. Chi può recepire questo fermarsi e fare un passo indietro sono quelli di una certa età con esperienze alle spalle. I giovani tutto il giorno vengono imbottiti da messaggi consumistici ed illusori che colpiscono con precisione chirurgica l’ “attenzione” sicuramente meglio di quelli che pubblicizzano sacrifici per il bene di un domani “forse migliore”.
    Franco Giannini

  • 4. Gabriele (6 febbraio 2008, 11:53 am) :

    Un piccolo contributo possiamo darlo noi tutti nelle piccole cose; nelle nostre case oggi siamo pieni di oggetti completamente inutili dei quali 30 o 40 anni fa nessuno avvertiva l’esigenza.
    Se guardiamo nelle nostre cucine ad es. troviamo tanti, veramente tanti oggetti inutili, basta pensare a quegli oggetti che servono ad es. per tagliare un solo prodotto, come le uova… gli americani, popolo del consumismo sfrenato ed inutile hanno ad es. nelle loro case un attrezzo per tagliare a metà le ciambelle; probabilmente 30 anni fa usavano un semplice coltello che andrebbe benissimo anche oggi.
    Questi son esempi più che stupidi ma penso possano rendere bene l’idea di come, con piccoli gesti e con piccole rinunce, daremmo una mano a frenare questa crescita senza senso; in certi casi anzi torneremo a riappropriarci anche di una capacità di fare determinate cose, tramite la manualità, che stiamo perdendo.
    Per non parlare, sempre in tema di piccoli esempi, degli spostamenti.
    Quasi nessuno nei palazzi usa le scale ma preferisce prendere l’ascensore, magari perchè è stanco o è la signora ad essere stanca, dopo aver fatto step in palestra che in fondo altro non è che salire un gradino…
    Ci lamentiamo dei prezzi dei carburanti e dell’inquinamento e permettiamo e compriamo macchine con un 4-5 mila di cilindrata che fanno 5 km/l quando sarebbe sufficiente un motore grande la metà.
    Queste son tutte scelte che, se fatte in maniera un po più attenta darebbero qualche piccola risposta al problema.

  • 5. Gaspa (6 febbraio 2008, 11:30 pm) :

    Scusate, ma abbiamo già affrontato questo tema su Popinga già diverse volte.

    A me la lotta contro la crescita economica sembra come la lotta ai mulini a vento di Don Chisciotte.

    L’economia capitalistica moderna funziona solo se c’è una crescita costante del PIL, dei consumi, della produzione, dell’innovazione.

    Se questa crescita si fermasse tutto il sistema andrebbe in crisi: le borse crollerebbero, le aziende fallirebbero, si perderebbero posti di lavoro, insomma avremmo tutti i risultati che i governi del mondo occidentale cercano di esorcizzare.

    Per me va benissimo il taglia-ciambella o il telefono cellulare con macchina del caffè incorporata, se questo serve a darci un buon tenore di vita, a non lavorare 12 ore al giorno, a poter vedere il mondo, insomma a godere una vita non di miseria.

    E’ chiaro che nel mondo si dovrebbe tener conto dei problemi ambientali che sono insiti in questo continuo sviluppo, ma è proprio il compito dei governi quello di porre determinati limiti al mercato senza per questo far deprimere l’economia.

    Per me la scommessa della decrescita è una scommessa perdente soprattutto per l’Occidente.

  • 6. David (7 febbraio 2008, 8:06 am) :

    Per Gaspa ed altri interessati, vi consiglio una “cliccata” sul sito:
    wwww.decrescitafelice.it

    Si tratta di un approccio diverso al “quotidiano”, di uno stile di vita che va verso la sobrietà e l’auto-produzione, per una economia “non monetaria” (fatta di scambi e relazioni) che mette al centro la persona e non le merci. E questo non significa chiudere fabbriche e vivere nella miseria!
    Spiegare cosa significa “decrescita” in due parole è velleitario…

    Dalla Home-Page del sito:
    Per capire cosa sia la decrescita, e come possa costituire il fulcro di un paradigma culturale
    capace di orientare sia le scelte di politica economica, sia le scelte esistenziali, è necessario in via preliminare fare chiarezza su cosa è la crescita economica. Generalmente si crede che la crescita economica consista nella crescita dei beni materiali e immateriali che un sistema economico e produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un anno.
    In realtà l’indicatore che si utilizza per misurarla, il prodotto interno lordo, si limita a calcolare, e non potrebbe fare diversamente, il valore monetario delle merci, cioè dei prodotti e dei servizi
    scambiati con denaro. Il concetto di bene e il concetto di merce non sono equivalenti.
    Non tutti i beni sono merci e non tutte le merci sono beni….

  • 7. Gabriele (7 febbraio 2008, 1:03 pm) :

    In un sistema di risorse limitate, se si vuole almeno in parte riequilibrare queste società squilibrate, bisogna che le economie occidentali rallentino; rallentare non significa decrescere, significa semplicemente rallentare.
    Quello che sarebbe veramente necessario, secondo me, è un ripensamento molto generale sulle produzioni: oltre al discorso di tornare ad un’economia più reale che finanziaria, come quella di oggi, bisogna anche scegliere cosa serve veramente ad una società e cosa può essere tranquillamente lasciato da parte.
    Visto il livello di benessere che noi occidentali abbiamo raggiunto il ragionamento deve, e può, solo venire da noi.
    Sperperare soldi e risorse per ricerche e produzioni inutili è quello che purtroppo accade oggi; oltre all’esempio del tagliaciambelle che secondo me è stupidissimo ma emblematico, faccio un esempio forse anche questo motivo di qualche sorriso, ma un po più serio.
    Non c’è alcuna convenienza economica nel riparare le condutture dell’acqua di questo paese, che in alcuni punti arrivano a perdere il 70% di acqua potabile; poi abbiamo zone d’Italia in cui addirittura per una settimana non arriva acqua (per non parlare dei problemi di chi l’acqua non c’è l’ha per niente).
    A fronte di questo la ricerca tecnologica avanza in settori in cui, se frenassimo un po’, non cambierebbe assolutamente nulla; penso alle tv sempre più piatte o ai telefoni sempre più piccoli (magari firmati da qualche stilista, che per ciò solo costano 200 euro in più dello stesso modello senza firma).
    Questo esempio l’ho fatto perchè secondo me serve a chiarire che, rimettere al centro della questione l’uomo, significa rimettere al centro dei ragionamenti (anche economici) in primo luogo le esigenze; una volta soddisfatte le esigenze bisogna pensare, dove residua spazio, ai desideri.
    Oggi avviene il contrario.
    Secondo me il pil di un paese potrebbe aumentare anche con produzioni diverse; ad es. concentrandosi su produzioni volte al rispetto dell’ambiente ecc.
    Scommettere su una decrescita o almeno su una diversa crescita è necessario.

  • 8. Leonardo Barucca (7 febbraio 2008, 3:35 pm) :

    Mi appassiona l’argomento e mi piace questo dibattito, allora butto là un po’ di riflessioni a casaccio, solo per alimentare la discussione:

    L’idea di “decrescita felice” è veramente rivoluzionaria, con tutti i pregi e i difetti che ciò comporta. Il pregio più importante è che è radicale e quindi, in un certo senso, risolutiva sotto molti punti di vista, cambio totale di paradigma culturale, come dice David. La rivoluzione è grande e sta più nella “promessa di felicità” che nell’idea di decrescita. Il senso non è tanto “essere felici nonostante la decrescita” , oppure “governiamo la decrescita che prima o poi sarà inevitabile” ma proprio “decrescere per essere felici”.
    Il difetto più grave è che non si vede da che parte cominciarla questa rivoluzione vista la smisurata sproporzione delle forze in campo. E poi chi è e dove sta il nemico?
    In fondo il nemico siamo, chi più chi meno, noi tutti, è evidente. Il mondo va come va senza che sia possibile trovare una mente, o un gruppo di menti, che lo diriga davvero, anche se molti tentativi in questo senso chiaramente ci sono stati e ci sono, sia positivi che negativi. La collettività umana nel suo insieme evolve in maniera decisamente irrazionale, folle addirittura, questo secondo me è un dato di fatto.
    Se ci fermiamo appena a riflettere ci rendiamo conto immediatamente di quanto l’irrazionalità predomini, dagli esempi semplici ma illuminanti che fa Gabriele si potrebbe salire facilmente a piccoli gradini, di follia in follia, fino alle guerre, alle corse agli armamenti, all’esplosione demografica, allo sfruttamento cieco di tutte le risorse naturali eccetera, eccetera. Il PIL è con tutta evidenza una di queste follie, col PIL noi misuriamo lo stato di salute di una società dimenticando che le disgrazie, le catastrofi, le malattie, le guerre, più tutte le risorse messe in campo per rimediare poi ai danni concorrono enormemente all’aumento del PIL. Allo stesso modo, se io lavoro come un matto per 14 ore al giorno per riuscire a guadagnarmi quello che nelle restanti 3 o 4 ore spenderò completamente per oggetti e servizi, necessari, utili o anche completamente scemi, compresi alcolici, psicofarmaci, droghe, psicanalisti, palestre, cartomanti, guru, vacanze “all inclusive” ecc, cose tutte indispensabili per reggere una vita di merda simile, contribuisco a far aumentare il PIL, quindi al bene della mia comunità, quindi al mio bene. Se non è follia questa?
    La coscienza di questa e molte alte follie connesse non è che non sia diffusa, tutt’altro, in vario modo ritorna anche nelle semplici chiacchiere che ascoltiamo ogni giorno al bar o in una sala d’aspetto. Il problema è che rendersi conto di essere “matti” può essere un passo importante ma non è detto che sia sufficiente a rinsavire, nel caso in questione non lo è. Occorre una terapia e mi sembra anche evidente che una terapia tipo “un bicchier d’acqua ogni mattina a digiuno e 4 respiri profondi prima di andare a letto” non ha molte probabilità di successo. Ho l’impressione che sulla terapia, ammesso che esista, dovremmo spremerci parecchio le meningi.

  • 9. Gaspa (7 febbraio 2008, 4:53 pm) :

    Sarò un po’ qualunquista ma mia madre mi diceva sempre che è facile passare dal brodo al brodo con i tortellini, mentre è molto più difficile fare il passaggio inverso.

    Dire poi quali siano le “produzioni inutili” è molto soggettivo: inutile è anche il PC con cui sto scrivendo, perché 30 anni fa si viveva benissimo anche senza internet od i PC.

    Oggi non penso si potrebbe tornare indietro.

    Questo vale per tutte le cose.

    E’ chiaro che fra qualche anno si farà sentire il problema della mancanza di risorse, ma pensare che il regresso sia la soluzione mi sembra una cosa irrealizzabile.

    Non dico che sia sbagliato, solo irrealizzabile!

    Come dice Leonardo, chi è che inizia il regresso? Inizio io non comprando un mobile che mi serve per non abbattere un albero?
    Oppure rinuncio a fare un viaggio in aereo per risparmiare carburante e non inquinare l’aria?

    Boh, a me sembra una utopia.

    Molto più realistica sarà una guerra per le risorse, che già si sta combattendo in maniera fredda tra l’Occidente e la Cina.
    Non mi sembra che l’Occidente voglia cedere la sua ricchezza e che i paesi in via di sviluppo vogliano frenare la loro crescita, ergo sono pessimista.

  • 10. Gianluigi Mazzufferi (7 febbraio 2008, 5:10 pm) :

    Gli spunti che vengono dai vostri commenti sono molti. Posso aggiungere che li trovo più di buon senso di tante “cattive o buone letture”, quelle che da quasi mezzo secolo ho coltivato con passione.
    Vorrei solo raccontare, e spero che non sia l’ennesima volta, che un amico che frequentavo negli anni ’70, Giorgio Nebbia, allora docente di merceologia all’Università di Bari, ci raccontava che sarebbe stato indispensabile per i parametri economici sostituire il PIL con il BNL. Il PIL sapete tutti cos’è; il BNL sarebbe stato il Benessere Nazionale Lordo. Per spiegare la differenza tra i due Giorgio Nebbia diceva: ” Un grosso incidente stradale, magari con morti e feriti, fa lavorare pompieri, ambulanze, meccanici e becchini, quindi aumenta il PIL. Se io invece ascolto una sinfonia di Bach, non cambio i parametri dell’economia, però il mio benessere, aumenta e di molto”.
    Da allora molta acqua è passata sotto i ponti e diciamo che anche le Cassandre più serie e documentate sono state molte volte smentite. Un altro caro amico, un grande scrittore, Dario Paccino, l’autore de “L’imbroglio ecologico”, chiamava questi profeti “i quaresimali dell’apocalisse”. Sempre all’epoca lui stesso riferiva che addirittura per l’UNESCO
    non restavano che pochi anni per la biosfera”. Grazie a Dio però oggi ne stiamo discutendo ancora.

  • 11. Leonardo Barucca (7 febbraio 2008, 6:57 pm) :

    Gaspa dice: “chi è che inizia il regresso?”, il regresso non lo vuole proprio nessuno e nessuno ovviamente lo propone, salvo poi trovarsi giocoforza a doverlo subire, ma qui si sta parlando di “decrescita”, cosa ben diversa, non è questione di parole, ma proprio di concetti. Decrescita in opposizione a “crescita”, concetto economico che si misura appunto col PIL, parametro assurdo perché a noi umani dovrebbe interessarci appunto il BNL citato da Gianluigi, in realtà è davvero il BNL che ci interessa, se stiamo dietro al PIL significa che da qualche parte c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Basta guardare un po’ intorno per convincersi che c’è molto di profondamente sbagliato. Fare l’analisi degli errori è abbastanza semplice, si fa in continuazione. Ma proprio perché l’economia mondiale è un “mostro senza testa”, in qualche modo, si auto-rigenera per finalità sue proprie che nulla hanno a che fare col “meglio” per l’umanità. Certo, il difficile è proprio non essere pessimisti, anche io lo sono purtroppo, ma questa idea di “decrescita felice” un abbozzo di possibilità di progresso vero, compreso quello scientifico e tecnologico ovviamente, sembra prefigurarlo, coi tempi che corrono non è poco.

  • 12. Gabriele (7 febbraio 2008, 7:55 pm) :

    Secondo me non è poi così difficile individuare le produzioni inutili (o delle quali possiamo fare a meno) e quelle utili; un computer, per stare al tuo esempio è utile perchè ha delle potenzialità e permette di sviluppare altre cose (un software ad esempio); l’ormai famoso tagliaciambelle e cose simili ritengo siano inutili.
    Per me, ripeto, bisognerebbe pensare non al regresso o alla decrescita ma a fermarsi un attimo; il nostro livello di benessere è notevole, come il nostro livello di consumismo; potremmo tranquillamente fermarci e con le cose che abbiamo staremmo decisamente bene.
    Il fatto della guerra è vero; forse ci sarà ma attualmente non c’è alcuna guerra; una guerra invece, metaforicamente parlando, l’occidente dovrebbe farla alla Cina, all’India e agli altri paesi.
    Perchè lamentarsi delle produzioni cinesi che distruggono la nostra economia e collaborare alle stesse, giocare nello stesso campo da gioco è sbagliato.
    La guerra che l’occidente dovrebbe fare è una guerra politica e giuridica visto che economica nessuno vuol farla.
    Imporre ad es. il rispetto dei diritti umani (es. non far lavorare i bambini) alla Cina è un dovere di noi occidentali; si dovrebbe dire: o rispetti i diritti umani o le tue produzioni te le tieni!
    Questo ragionamento, inserito nel discorso sulla decrescita ha, secondo me, una sua logica.
    Noi parliamo di decrescita perchè i nostri livelli di crescita e consumo impediscono ad altri (la maggioranza) di vivere una vita “minima” (avere acqua, cibo, istruzione, ecc). Il fatto che la Cina potrebbe assicurare, ormai, una vita dignitosa alla stragrande maggioranza dei cinesi, deve far riflettere; decrescita in questo senso può significare rinunciare ad avere produzioni a prezzi ridicoli (vestiti a 1 euro) se queste son fatte senza il rispetto dei diritti e della dignità umana; meglio che quello stesso capo costi 20 euro.
    Chiudo perchè si rischia tuttavia di allargare troppo il discorso.

  • 13. Gaspa (7 febbraio 2008, 10:04 pm) :

    Mi ripeto, le vostre argomentazioni non sono del tutto sbagliate (tranne sul giudizio di inutilità che IMO è troppo soggettivo), ma sono, a mio modesto modo di vedere, irrealizzabili perché nessuno vuole rinunciare volontariamente alle cose che ha (che sia internet o il taglia-ciambelle).

    A proposito, se volete fare politica passiva, vi sconsiglio di dire alla gente di rinunciare a qualcosa!!!

    Il BNL è un’altra mera utopia, perché non è un qualcosa di misurabile, metre il PIL, con tutte le sue limitazioni, è un parametro oggettivo e confrontabile.

    Per alcune persone, inoltre, il massimo del benessere è fumarsi una sigaretta, o farsi una strisciata di cocaina o cose del genere.
    Per massimizzare il benessere dovremmo quindi incrementare lo spaccio di sigarette e cocaina?
    Boh…

    Frenare lo sviluppo è inoltre il primo passo verso il regresso economico e questo è un dato di fatto nel mondo capitalistico moderno, dove basta che i consumi crescano dello 0,5% invece che dell’1% a fare crollare le borse.

    Io non penso che il modello economico attuale sia il migliore possibile, ma solo che gli altri modelli che l’uomo ha inventato finora hanno fallito, purtroppo o per fortuna.

    Il modello proposto da Latuoche è il passaggio da un “modello incentrato sulla crescita ad una società della decrescita“ che va contro ogni legge dell’economia di mercato moderna e propone un nuovo modello che in Occidente in pochi vogliono.

    Basta vedere quanto conta l’economia nelle politiche di tutti i governi dei paesi sviluppati.

    Io penso che le teorie spesso sono belle, lo era anche il socialismo sulla carta, ma che spesso sono impossbili da mettere in pratica o che altrettanto spesso fanno più danni di quelli che vogliono curare.

    Sarebbe da dire qualcosa anche sui diritti umani: noi oggi esecriamo la Cina che fa lavorare i bambini e sfrutta i lavoratori.
    Ma voi come credete che sia cresciuta l’economia di tutti i paesi sviluppati?
    Ma pensate veramente che le generazioni di italiani che lavoravano nelle miniere in Belgio non siano state sfruttate?
    Non pensate che anche in Italia i lavoratori siano stati sfruttati per generazioni?
    Non pensate che anche in Italia il lavoro minorile sia stato la norma per centinaia di anni (mia madre ha lavorato nei campi fin da prima dell’adoloscenza)?
    Non avete letto qualche scritto del XIX secolo come Rosso Malpelo o Hard Times?
    Oggi vogliamo criticare i cinesi ed i paesi in via di sviluppo perché hanno intrapreso la stessa via che noi europei abbiamo percorso solo fino a pochi decenni addietro e chi ci ha portato alla ricchezza ed al benessere?

    A me sembra che siamo tutti un po’ ipocriti, che diamo per scontato troppe cose e che, assuefatti al benessere ed all’opulenza, tendiamo spesso a sputare nel piatto dove mangiamo. Ma questo è solo un mio punto di vista.

  • 14. David (8 febbraio 2008, 10:06 am) :

    Certo, non è facile rispondere punto per punto in poche righe.
    Quello che si può fare, da subito, per evitare che l’economia (=l’uomo)perseveri nella sciocca corsa al consumo sfrenato di risorse naturali e di esseri viventi (uomo compreso), è scegliere – dalle piccole alle grandi cose – con attenzione e consapevolezza cosa è essenziale e cosa no, cosa posso autoprodurre e cosa no, quale via alternativa posso prendere, ecc.
    Questo non significa andare indietro, regredire, tornare al brodo senza tortellini. Per restare sulla scia della metafora, invece di comprare i tortellini fatti chissà dove (all’estero?) e con quali ingredienti (prodotti in che modo? sfruttando i lavoratori? inquinando le matrici ambientali?), mi metto a farli io in casa comprando la farina del contadino che produce biologico nel comune vicino al mio…

    Ecco, anche questo è decrescita felice: tempo speso per noi stessi, per recuperare manualità e felicità nel saper fare e nel voler fare. E non tiriamo in ballo la “pigrizia”, confondendola con un falso concetto di “benessere” che ci vuole passivi, seduti sul divano in attesa del nuovo piatto pronto-precotto-che-salta-in-padella.

    Il computer è importante e non possiamo farne a meno? Benissimo, ma invece di acquistarlo da produttori che utilizzano materiali “energivori” e magari con lo sfruttamento della manodopera, prendiamo quello realizzato in materiali riciclati (esiste!) o organici (esiste!), con il caricabatterie solare!

    E chiediamo alle ditte di evitare di produrre continui aggiornamenti inutili che ogni anno, o quasi, ci “costringono” a cambiare pc!

    Sono solo due esempi. Chiudo con una citazione tra le tante citabili:
    “Non è sensato considerare la crescita economica fine a se stessa;
    lo sviluppo deve avere una relazione molto più stretta
    con la promozione delle vite che viviamo e delle libertà di cui godiamo.”
    Amartya Sen, premio Nobel per l’economia

  • 15. Gabriele (8 febbraio 2008, 11:40 am) :

    Forse c’è un po’ dianacronismo nella riflessione di Gaspa… dire che siccome in Italia, nell’Ottocento, i bambini venivano fatti lavorare nelle fabbriche, non possiamo dir nulla alla Cina che fa lo stesso nel 2008 mi sembra non corretto.
    I tempi per fortuna son cambiati, ci sono nuove sensibilità e non solo in occidente.
    Non lamentarsi di questo problema sarebbe come dire: non dobbiamo lamentarci di quei paesi che compiono riti brutali sulle persone, penso ad es. alla tortura, solo perchè nel medioevo la usavamo anche noi.
    E’ forse un pensiero ingenuo ma le società devono evolvere non solo in campo economico.
    Fino a quando si terrà l’economia libera da valutazioni politiche e soprattutto giuridiche la situazione non cambierà.
    Serve una politica che usi l’economia per i propri scopi (ovviamente evitando degenerazioni quali il collettivismo); dal canto suo la politica deve ritrovare la centralità dell’uomo.
    Il tutto, secondo me, lo si può assicurare con mirati interventi anche giuridici.
    Si fanno convenzioni e organizzazioni internazionali (pensiamo alla wto, l’organizzazione mondiale del commercio) che son volte solo a far circolare ancorp iù liberamente le merci e non si tiene in minima considerazione che prima delle merci vengono le persone, che le producono e alle quali sono destinate.
    Secondo me, in sintesi, bisogna cambiare prospettiva.
    E deve farlo sia il politico, sia il grande gruppo industriale, sia il semplice cittadino-consumatore.
    Se la politica tornasse a fare il suo lavoro, forse qualche ragionamento in meno potremmo farlo.

  • 16. simone tranquilli (8 febbraio 2008, 2:08 pm) :

    Secondo me il nocciolo del problema è un’altro.
    La decrescita non è un’opzione, ma un’esigenza irrinunciabile.
    Ma Ivan Illich, maestro di Latouche a cui consiglio di accostarvi, sosteneva la riduzione delle ore di lavoro a non più di quattro al giorno e venti la settimana.
    Dovremmo ritornare agli sprechi e ai consumi degli anni 50 con la modernità attuale.
    Abbiamo lavorato come matti per raggiungere il benessere ma una volta raggiunto abbiamo cercato di aumentarlo a dismisura creando una spirale che alla lunga sta provocando in realtà una qualità della vita molto scadente.
    A Senigallia abbiamo avuto 155 sforamenti di livelli di polveri sottili nell’aria responsabili dirette (secondo l’Asur) di non meno di 15 decessi nel 2007.
    Le strade sono diventate impercorribili a piedi o in bicicletta, i rifiuti sono un problema enorme.
    Non si vive meglio di vent’anni fa.
    La soluzione qual’è?
    Consumiamo meno, sprechiamo meno, lavoriamo meno.
    Staremo peggio?
    Inizialmente forse si…
    Ma veramente quello che vogliamo è lavorare dieci o dodici ore al giorno per poter permetterci il Suv ultimo modello?

  • 17. Franco Giannini (8 febbraio 2008, 3:27 pm) :

    Non lo condivido, ma penso proprio che si continuerà a lavorare sempre di più per emulare chi ha di più.
    Questo perchè viene inculcato che l’ ambizione è quella che spinge in avanti…se continua così verso un dirupo.
    Forse questo dovrebbe accadere, si, ma nel campo dell’ apprendimento, cosa che però solo in rari casi avviene, perchè dovrebbe essere quella che ci fa ragionare e vedere le cose come realmente stanno.
    Vediamo che il nostro titolare, il nostro artista del momento, il nostro politico, il nostro sportivo possiede l’ ultima diavoleria della tecnica, ed ecco che scatta l’ ambizione di emularlo, non con i risultati, ma attraverso il semplice possesso di uno stesso simbolo.
    Dal mio punto di vista, mi sembra che tutto ciò, però, identifichi non l’ ambizione, ma l’ illusione ad alto prezzo.
    Purtroppo l’ ignoranza è una gran brutta bestia, che viene adoperata da chi può amministrarla, usando per i loro benefici continui cambiamenti del tenore di vita.
    Una volta le “signore” della borghesia portavano il cappello per distinguersi dalle popolane, poi quando queste si sono modernizzate e l’ ambizione le ha portate all’ emulazione, le “signore” avevano già inventato qualche altra diavoleria…ho fatto il primo esempio che mi è passato per la mente, ma la stessa cosa vale per i signori uomini, e per i tempi attuali, anzi oggi anche in un modo sempre più frenetico e travolgente.
    Franco Giannini

  • 18. Gaspa (9 febbraio 2008, 4:41 am) :

    Gabriele, non c’è affatto diacronismo, per la nostra sensibilità il lavoro minorile è una cosa inaccettabile, ma solo pochi anni fa era molto comune e “normale” anche nel nostro “sensibile” paese.

    Mia madre ha cominciato a lavorare nei campi a 10 anni, appena terminata la quinta elementare e in estate aiutava i suoi genitori anche prima.

    Sto parlando degli anni 50 del novecento, non del medioevo!

    Il fatto che oggi viviamo in una società opulenta, in cui i nati dopo il boom economico non hanno mai sperimentato la povertà, ci dà una sensibilità un po’ strana e fuorviante quando giudichiamo gli altri paesi.

    Le conquiste economiche e sociali che l’Italia ha fatto grazie all’economia capitalista, sono state ottenute dopo anni di lotte e grazie anche alla maggiore ricchezza che il sistema ha dato al nostro paese.

    Perché questo non dovrebbe succedere anche in Cina, Viet Nam, Thailandia o India?

    Guarda a quello che è successo alla Corea del Sud: 30 anni fa la Corea era un paese povero e arretrato, le produzioni “made in Corea” erano l’equivalente del “made in China” odierno.
    L’entrata nell’economia capitalista ha però portato ai coreani sviluppo, ricchezza ed anche migliori condizioni sociali, tanto che oggi sono un dei paesi tecnologicamente più avanzati al mondo e uno dei più ricchi.

    IMO non si possono giudicare paesi in via di sviluppo con i criteri dei paesi già sviluppati, che hanno compiuto lo stesso percorso in periodi precedenti!

    Ciò che per noi OGGI è inaccettabile, in altri posti è perfettamente normale così come lo era da noi appena IERI.

    Se si applicasse il nostro modello “etico” agli scambi internazionali alcuni paesi rimarrebbero poveri in eterno.

    E’ un discorso cinico, ma è la realtà che anche l’Italia ha vissuto.

    Prima di diventare la settima potenza industriale del globo, noi italiani eravamo considerati dei miserabili; un popolo di emigranti che facevano i lavori sporchi nei paesi che ci ospitavano (praticamente quello che succede oggi agli extra-comunitari).

    Oggi siamo diventati tutti snob, col SUV, il cellulare, ma non ci piace quel sistema economico che ci ha portato la ricchezza.

    P.S. Non capisco cosa c’entri in questo contesto la tortura.
    Tale pratica dipende dal tipo di regime e non dal tipo di economia.
    Al giorno d’oggi, essa è praticata in stati autoritari, comunisti, nelle teocrazie, ma anche in stati ricchi e democratici come gli USA (vedi Guantanamo e Abu Graib).
    L’uso della tortura non dipende dunque nè dalla ricchezza, nè dal sistema economico.

  • 19. Gabriele (9 febbraio 2008, 11:40 am) :

    No Gaspa il mio discorso è più generale.
    Ripeto, non possiamo confrontare diverse epoche storiche e dire che tanto, quello che è successo da noi deve succedere anche in altri posti.
    La società, l’economia, le coscienze sono profondamente cambiate da decenni (e in alcuni casi) secoli fa.
    Quando a fine 800 e inizio 900, i bambini venivano sfruttati negli “opifici” italiani, non c’era ancora in atto (almeno per come la intendiamo oggi) la famosa globalizzazione.
    Il problema è che oggi dobbiamo pensare ad una globalizzazione che non sia solo economica, ma anche politica e giuridica.
    Starcene con le mani in mano e aspettare che la gente di quei paesi si conquisti la propria libertà mi sembra da ipocriti.
    Non sputo certo su questo nostro sistema, dico solo che oggi abbiamo degli strumenti che in passato non esistevano che potrebbero aiutarci a risolvere questi problemi.
    100-150 anni fa il rispetto dei diritti umani non era cosa avvertita praticamente in nessun posto del mondo; il fatto che oggi ci siano molti paesi che hanno capito l’importanza di questo, assieme al contesto di forti scambi ed interdipendenze esistenti, ci fornisce la chiave per ridimensionare certi fenomeni.
    Nella nostra libertà che ci siamo guadagnati, penso dovremmo essere liberi di dire ai cinesi e agli altri che i loro prodotti, se fatti sfruttando il lavoro minorile, non li vogliamo.
    Non manderemo di certo in crisi questo sistema globalizzato; semplicemente ridurremmo un po’ la crescita sfrenata e folle di quei paesi (che un giorno porterà qualche problema perchè non potranno crescere per sempre) e porteremmo almeno un po’ in equilibrio la situazione economica generale.
    Insomma magari non avremo più le magliette a 1 euro ma a 10 euro, con la conseguenza che a prodorle sarebbe un adulto e non un bambino.
    Oppure non avremo più i pomodori cinesi perchè non vi sarebbe più convenienza ad importarli, con la conseguenza che nei nostri mercati continueremo a trovare i pomodori prodotti in sicilia.
    Il che non mi dispiacerebbe.

Commenta l'articolo

XHTML: Puoi usare questi tag: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <blockquote cite=""> <code> <em> <strong>