Signore e signori, giù il cappello.
“Rimmel” è, nel 1975, il secondo album più venduto in assoluto (preceduto solo dalla colonna sonora del film di Dario Argento “Profondo Rosso”) ma è soprattutto uno degli album più belli di De Gregori, così come l’omonima canzone (che apre l’album) è unanimemente riconosciuta come uno dei capolavori non solo del cantautore ma della musica italiana in generale.
Nella prefazione al libro di Giommaria Monti “Francesco De Gegori – 1972-2004 – Dell’amore e di altre canzoni“, Roberto Vecchioni analizza in maniera impeccabile il testo della canzone (si tratta di una dispensa per un corso dell’anno accademico 2002-2003 degli studenti del DAMS di Torino): consiglio vivamente a tutti di leggere il libro di Giommaria Monti (dal quale molti aneddoti sono tratti) ed in particolare la prefazione di Vecchioni su Rimmel; ritengo anche che sarebbe un’ottima idea far studiare il testo di questa canzone nelle scuole, inserendolo nei programmi scolastici tra i capolavori della letteratura italiana.
“Rimmel” è, prima di tutto, una canzone in cui De Gregori affronta un altro tema ricorrente nella sua produzione: quello dei ritratti femminili (c’erano già stati, negli album precedenti, “Signora Aquilone” e “Alice”, e tanti altri ce ne saranno negli album successivi); un ritratto femminile (la “… foto / in cui tu sorridevi e non guardavi“) che è anche la copertina dell’album.
Come sottolinea Vecchioni nella prefazione di cui parlavo, l’incipit di Rimmel, come quello di molte altre canzoni di De Gregori, è “in medias res”: presume, cioè, che noi conosciamo già la storia; una storia che non ha mai veramente inizio e che, a volte, non viene chiarita neanche nel resto della canzone, ma a De Gregori questo interessa poco: il cantautore vuole subito mettere in primo piano la parola, la persona o, in questo caso, l’impressione più forte: “E qualcosa rimane / tra le pagine chiare / e le pagine scure“.
Molti incipit delle canzoni di De Gregori sono così: preceduti da lunghe note, di piano o di chitarra, non sono mai frasi qualunque, ma veri e propri “macigni”, frasi che non si possono scordare e che sono come dei grandi “ami”, messi lì per catturarti e per poterti guidare per il resto della canzone.
“E qualcosa rimane / tra le pagine chiare / e le pagine scure…”: deve trattarsi di una storia d’amore, o meglio, della fine di una storia d’amore, probabilmente di un addio, ma non conosciamo i protagonisti, non conosciamo il luogo ed il momento, non conosciamo i motivi…
“e cancello il tuo nome dalla mia facciata“: eh, sì, è proprio la fine di una storia d’amore; “e confondo i miei alibi e le tue ragioni / i miei alibi e le tue ragioni“: caspita, chi canta ammette e ribadisce, sebbene le “colpe” di una storia finita non possano mai essere da una parte sola, la propria parte di responsabilità (“i miei alibi”) e riconosce che l’altra avesse validi argomenti a proprio favore (“le tue ragioni”)…!
“Chi mi ha fatto le carte / mi ha chiamato vincente / ma uno zingaro è un trucco“: “carte” e “trucco”, due parole chiave di questa canzone; le “carte” tornano in ogni strofa: “chi mi ha fatto le carte“, “i tuoi quattro assi bada bene di un colore solo” e “come quando fuori pioveva” (come quando fuori piove è la regola per ricordarsi il valore dei quattro semi delle carte da poker: “c” come cuori, “q” come quadri, “f” come fiori, “p” come picche); il “trucco”, presente già nel titolo (il Rimmel è un trucco), torna con altri significati nel corso della canzone: “uno zingaro è un trucco” (trucco = magia), “i tuoi quattro assi bada bene di un colore solo” (trucco = inganno, come a dire: “ok, ammetto che molte colpe le ho avute io – “i miei alibi e le tue ragioni” – ma anche tu non sei stata del tutto onesta: già avere quattro assi è molto difficile, se poi sono dello stesso seme… qualcuno ha barato, o meglio, ha usato un “trucco”…!), “dolce Venere di rimmel” (trucco come il cosmetico per le ciglia).
La canzone procede, abbiamo qualche informazione in più, ma De Gregori non sembra volerci dare troppe informazioni: si limita ad usare delle sineddoche (la parte per il tutto) per indicare le tre persone coinvolte nella storia: “la mia facciata” è l’io che canta (“cancello il tuo nome dalla mia facciata“), “le tue labbra” è lei (“ora le tue labbra puoi spedirle…“), “un indirizzo nuovo” è l’altro (“… puoi spedirle a un indirizzo nuovo“).
La canzone si sviluppa fino a delineare i contorni della storia di una sconfitta, di una partita persa nonostante le previsioni ed il vaticinio delle “carte”, che auspicavano un futuro vincente: “chi mi ha fatto le carte / mi ha chiamato vincente“; ma quella previsione, in fondo, era un “trucco”: ecco che il cosmetico per le ciglia diventa un emblema formidabile.
Notevole anche il finale: l’attimo dell’addio è descritto con un botta e risposta di una sintesi allucinante, ma più espressivo di tutto un romanzo; lei domanda se lui ha ancora quella foto (“come quando fuori pioveva / e tu mi domandavi / se per caso avevo ancora quella foto / in cui tu sorridevi e non guardavi“; quando lui risponde distrattamente, senza capire il senso della domanda (o, forse, facendo finta di non capirlo), di averla ancora (“e quando io, senza capire, ho detto <<sì>>“), lei chiude la storia dicendogli in pratica di tenersela stretta, perché da quel momento sarà l’unica cosa di lei che gli rimarrà (“hai detto: <<è tutto quel che hai di me>>“); lui a questo punto non può non capire e ripete “è tutto quel che ho di te“. E’ ora che se ne faccia una ragione.
E’ un addio asettico, tagliente, spietato, comico, diretto, impietoso ed originalissimo tutto insieme.
Se la canzone “Rimmel” è bellissima ed unica, l’intero album non è da meno: racchiude infatti molte altre canzoni tra le più belle e famose di De Gregori: “Buonanotte fiorellino“, “Pezzi di vetro” (con i riferimenti letterari ai “cocci aguzzi di bottiglia” di Montale, ed a “La luna e i falò” di Pavese: “…e una luna e dei fuochi alle spalle…”), “Quattro cani” (dove nelle quattro strofe De Gregori ritrae la compagnia che canta: Antonello Venditti, il produttore Italo “Lilli” Greco, Patty Pravo e lui stesso, il “cane di guerra / e nella bocca ossi non ha”), “Pablo” (che, firmata insieme a Dalla, scandisce per De Gregori, suo malgrado, l’identità di cantante politico).
Tra le altre canzoni dell’album c’è anche “Signor Hood (a M. con autoironia)“; il signor Hood raccontato nella canzone è un nuovissimo Robin armato solo di pistole caricate a salve e parole: le congetture sull’ M. della dedica si sono sprecate negli anni, fino a capire che si trattava di Marco Pannella, cui De Gregori non è legato politicamente ma verso il quale il cantautore nutre una stima che va al di là dell’appartenenza politica.
3 Commenti
1. CoRobi :: E qualcosa rima&hellip (21 marzo 2008, 9:29 pm) :
[...] La storia di una sconfitta, in una canzone di 33 anni fa, magistralmente realizzata da Francesco De Gregori e analizzata da Roberto Vecchioni nella prefazione del libro “Francesco De Gregori-1972-2004-Dell’amore e di altre canzoni” di Giommaria Monti, in questo post di Popinga. [...]
2. Popinga&hellip (24 marzo 2008, 11:37 pm) :
[...] (segue…) A solo un anno di distanza dal grande successo di “Rimmel”, nel 1976 Francesco De Gregori e la RCA presentano sul mercato il nuovo album, “Bufalo Bill”, dieci canzoni che hanno un suono diverso da quelle del precedente album, un modo nuovo di scrivere le canzoni, un modo nuovo di cantarle; De Gregori, insomma, cambia registro: come il suo maestro Dylan, quando sei certo di poterlo afferrare, di comprendere dove si colloca, ti sfugge e diventa imprevedibile. [...]
3. Popinga&hellip (26 aprile 2008, 10:25 pm) :
[...] La seconda nota sull’album riguarda i musicisti: tra gli altri, alle tastiere, compare anche Antonello Venditti. (continua…) [...]
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