Copertina di "Jihad:le radici" di Luciano PellicaniIl 27 dicembre è morto Samuel Huntington, uno dei più influenti politologi statunitensi; aveva 81 anni ed era professore all’Harvard University. Conosciuto dappertutto come un saggio, ha pubblicato molti libri, il più famoso di tutti, tradotto in oltre quaranta lingue, dal titolo “Lo scontro delle civiltà”. Con queste pagine aveva posto al centro delle sue riflessioni l’idea “che, nel mondo successivo alla dissoluzione dell’Urss, i conflitti violenti non vedranno più contrapporsi nazioni o gruppi di nazioni, ma nasceranno dalle differenze culturali e religiose fra le grandi culture”.

Il professor Giovanni Sartori, nella prefazione del volume di Luciano Pellicani “Jihad: le radici”, edito dalla Luiss University Press (12 €) lo cita nelle primissime righe per evidenziare questa sua acuta osservazione, che a quasi vent’anni dalla pubblicazione induce ad una profonda riflessione. Conflitto di civiltà? Huntington ritiene ed argomenta per il si, mentre “i politici rispondono quasi tutti di no”. Perché mai così? Sartori , come sempre ironico, li assimila con quella “vasta schiera di lieto pensanti, che vive sperando e muore cantando”.

E’ indubbia la verve umoristica del noto professore toscano, ma questa stroncatura non poteva offrire miglior presentazione per il professor Pellicani, titolare della cattedra di sociologia politica presso la Luiss, già direttore di “Mondoperaio”, ed autore di questo volume edito alla fine del 2004.
Si tratta di una ricca lettura, senz’altro capace di indurre molte riflessioni. Si presenta con un agile volumetto di meno di 100 pagine (altre 20, utilissime, sono di bibliografia) pubblicato nella collana “Agorà”. Giovanni Sartori chiude la sua presentazione con queste incisive parole: “ Vorrei che questa raccolta diventasse un testo <classico> di riferimento”.

Pellicani indica in apertura alcuni suoi lavori di riferimento per la materia: su Mondoperaio due scritti del 1990 e del 2001 e poi altri due studi pubblicati nel 2002 (Dalla società chiusa alla società aperta, Rubettino) e nel 2004 (Enciclopedia del Novecento, Il terrorismo Islamico).
Ineludibile è la con nettezza con cui si evidenzia come la “civiltà occidentale” abbia “letteralmente assediato le altre civiltà e le ha poste di fronte ad una sfida di immani proporzioni”.

Luciano PellicaniCiò appare evidente anche nel titolo del primo capitolo “La guerra culturale fra Occidente ed Oriente” dove si spiega ripetutamente, con esempi e citazioni, come di fatto la moderna civiltà industriale abbia in se un “bacillo letale per la religione”. Infatti “ uccide ovunque s’installa il senso del sacro”. Di conseguenza i fondamentalisti si sentono chiamati a proteggere l’Islam dal Grande Satana. A loro dire ne consegue che la guerra santa dovrebbe essere condotta “senza quartiere sino all’instaurazione del governo di Dio”.

Davvero stimolante appare anche il secondo capitolo laddove diverse citazioni di Claude Lévi-Strauss ci portano a conclusioni lapidarie. Ad esempio quando scrive : “… di colpo, mi sento etnologicamente e fermamente difensore della mia cultura”. Chi lo scrive ora noi ben sappiamo che ci ha spiegato per primo e per tanti anni che non esiste una cultura che sia ontologicamente superiore alle altre. Oggi questo assunto è divenuto terreno comune per tutti gli etnologi.

Nel terzo capitolo viene sviluppato sempre il tema dell’Islam e dell’Occidente partendo dalla rivoluzione di Khomeini che, come ricorderete, aveva cercato di arrestare, prima che fosse troppo tardi, il processo di “intrusione” della civiltà moderna. Ciò era avvenuto eliminando tutto ciò che inquinava la Umma, e Khomeini predicava ossessivamente ai suoi che non poteva esserci “altro partito che il partito di Dio”. Questa fu una operazione devastante per tutti gli intellettuali del mondo mussulmano: distruggendo il principio base della libertà individuale, negava di fatto la possibilità di raggiungere sicurezza e prosperità e quindi anche la felicità su questa terra.

Il lavoro del professor Pellicani termina con il capitolo quarto, sul terrorismo islamico. Questo è incentrato, come subito s’intuisce, sulla “guerra santa”, il jihad. Trattasi di una grande ed assoluta battaglia concepita da Maometto come “un dovere religioso”. “Il jihad è il monachesimo dell’Islam” recita un hadith; così quelli che “combattono sulla via di Dio” saranno destinati ad entrare immediatamente in paradiso. In quanto “martiri della fede, non muoiono veramente; essi continuano a vivere; cambiando solo forma di vita”: questa è la promessa del Profeta.
Così anche la chiamata alle armi, finalizzata ad uccidere i politeisti che “Dio punirà per mano vostra”, come recita sempre il Corano, non è che la lettura puntuale del messaggio del Profeta. Il tutto finalizzato a distruggere i valori e le istituzioni della civiltà occidentale in quanto dominata da “forze sataniche”.

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