Abdelwahab Meddeb - La malattia dell'IslamAvvio alla lettura di Abdelwahab Meddeb, La malattia dell’islam (Bollati Boringhieri, 2003).

Abdelwahab Meddeb è autore cosmopolita. Nato in Tunisia, vive a Parigi dal 1986, città di cui interpreta lo spirito internazionale e la pluralità culturale. Tra le sue opere citiamo: i romanzi Talismano (1979 e 1987), Phantasia (1983) (trad. italiana 1992, Ed. Lavoro) ; i testi poetici Tombeau d’Ibn Arabi (1987), Les 99 stations de Yale (1995), La Matière des oiseaux (2001) ; i saggi Face à l’Islam (2004), L’Exil occidental (2005), Contre-prêches (2006), La Conférence de Ratisbonne (2007) e Sortir de la malédiction (2008). Meddeb insegna Letteratura comparata presso l’Università di Paris X-Nanterre, è stato docente invitato presso molte università internazionali, è responsabile del programma Cultures d’Islam di Radio France Cultures e collabora a varie riviste periodiche internazionali (tra cui l’edizione italiana di “Lettera internazionale”).

Abdelwahab Meddeb è già noto come poeta, romanziere, traduttore, sceneggiatore, docente universitario, saggista e conduttore radiofonico quando, nel 2002 pubblica, per i tipi di Seuil, La Malattia dell’islam (traduzione italiana pubblicata da Bollati Boringhieri nel 2003). Il testo si presenta come un saggio assai complesso in cui lo scrittore diventa storico della cultura e sintetizza le motivazioni che hanno spinto alcune frange estremiste del mondo islamico a percorrere la strada dell’integralismo e del terrorismo. Una rilettura di questo libro può costituire un utile approccio alla comprensione di questa tragedia contemporanea senza cadere nelle facili approssimazioni ideologiche che spesso caratterizzano il dibattito in ambito nazionale.

Alla base del saggio è una domanda molto semplice : come è stato possibile che una cultura alta e raffinata come quella islamica abbia visto nascere in sé un bubbone, quale è appunto quello dell’integralismo? Quali ne sono le cause, interne ed esterne, e come è possibile debellarla ? Cercando di contrapporre la forza della ragione allo sgomento provato di fronte agli attentati terroristici, Meddeb si dedica ad un’opera certosina di recupero delle fonti e di ricostruzione del dibattito che ha caratterizzato l’Islam nel corso dei secoli, dai tempi della fondazione, a quelli dello splendore e della decadenza. Rispolvera quelle fonti comuni che hanno segnato la cultura islamica e la cultura europea; ricorda all’europeo che alcuni dei principi sui quali si è fondata l’Europa sono nati in territori islamico; rimprovera all’islam di non aver saputo mettere a frutto queste precoci acquisizioni, ma ammonisce, nel contempo, l’occidente per la tendenza a dimenticare i suoi stessi principi quando deve trattare con lo straniero.
Scavando nelle motivazioni interne che hanno portato una parte dell’Islam alla deriva integralista, Meddeb ritrova, nel IX secolo, la presenza di una corrente di pensiero sviluppatasi a Bagdad, che allora era la metropoli cosmopolita dell’epoca. Tali fanatici “rifiutavano l’incrocio, la mescolanza, la libertà di parola” che animavano la vita della capitale mediorientale ed “erano scandalizzati dalle dispute e dai dibattiti che erano organizzati nei salotti, non ammettevano il desiderio del loro correligionario di voler confermare il proprio trionfo con la bellezza dell’opera che onora la salute dello spirito, si ribellavano per imporre il pensiero unico con la spada”. Questa minoranza fu denunciata da Ibn Khaldun, lo studioso tunisino che nel XIV secolo fondò la scienza storica, ma il dibattito tra gli interpreti letterali e i commentatori più raffinati del testo si protrasse nei secoli. Nel XVIII secolo, nacque in Arabia lo wahhabismo, corrente che influenzò enormemente la dinastia saudita fin dalla sua fondazione e che, per altre vie, ha trovato un ulteriore sviluppo e irrigidimento nell’esperienza talebana in Afganistan. Alla base dello wahhabismo è la volontà di dare un’interpretazione letterale del testo e di contrastarne quindi ogni interpretazione “personale”; tra gli effetti più evidenti è la propensione per una politica profondamente tradizionalista sia nell’assetto di governo sia nei comportamenti sociali (ad esempio la famiglia, il ruolo della donna, l’atteggiamento nei confronti della corporeità e della bellezza)
Seppure queste correnti non siano maggioritarie nel pensiero islamico, il particolare ruolo politico e sociale dei paesi che maggiormente le accolgono fa sì che esse appaiano come connaturate con l’Islam in quanto tale e assumano un ruolo di riconoscimento identitario. È sintomatico, a questo proposito, il fatto che lo wahhabismo abbia assunto tanto potere sia per il ruolo economico strategico del golfo arabo sia per l’appoggio politico delle potenze occidentali (Inghilterra e Stati Uniti) agli stati che ad esso si ispirano. È su questa via che Meddeb identifica le maggiori responsabilità dell’occidente: da una parte si esclude l’Islam dal dibattito culturale (che viene relegato nel settore dell’esotismo), dall’altra si prediligono gli accordi con quegli stati in cui si attua il minor accesso alla democrazia e si dimentica nel contempo di appoggiare fortemente gli stati che invece hanno intrapreso un percorso verso la democrazia e il laicismo. Merito del testo di Meddeb è tuttavia quello di soffermarsi appena nelle responsabilità esterne e di prediligere invece l’analisi delle responsabilità interne, come a voler evitare ogni facile retorica anti occidentale e affermare con forza che ognuno deve lavare i panni sporchi in famiglia.
A veloce conclusione, e senza entrare maggiormente nel dibattito, uno degli aspetti che maggiormente colpiscono della Malattia dell’islam è che l’erudizione si accompagna ad una forte tensione poetica che, senza nulla togliere al rigore e alla precisione dell’analisi, aumenta se mai la forza comunicativa del testo. Il poeta, lo sappiamo, è stato escluso dalla città perfetta da Platone, perché incapace di cogliere la complessità del mondo. Qui il poeta torna nella città (imperfetta) e l’analizza, la comprende, ne ricostruisce la storia, la logica interna che la spinge a percorrere una strada piuttosto che un’altra e infine la giudica. Il poeta è un gharib, scrive Meddeb, vale a dire un esiliato e uno straniero, qualcuno che ha dovuto / voluto allontanarsi dal luogo d’origine, ma che ha saputo mettere a frutto la condizione d’allontanamento proprio per meglio riscoprire la sua origine, per poterla guardare con occhi nuovi e con stupore.

Anna Zoppellari
Università di Trieste

4 Commenti

  • 1. Ritvan Shehi (24 febbraio 2009, 3:41 pm) :

    —–Alla base dello wahhabismo è la volontà di dare un’interpretazione letterale del testo (Corano-ndr.) e di contrastarne quindi ogni interpretazione “personale”. Anna Zoppellari—–

    Questa descrizione mi ricorda qualcuno…:-)

  • 2. AZ (24 febbraio 2009, 4:27 pm) :

    …a me ricorda TUTTI gli integralismi e mi fa pensare che o abbiamo TUTTI il coraggio di considerarci figli della cultura nella quale siamo nati, ma aperti e disponibili alle altre, oppure andremo avanti per anni parlare di cose retoriche e pericolose come “scontro di civiltà”. Qualcuno parla di post-religioni (post-cristianesimo, post-islamismo, ecc.). E’ una parola un po’ misteriosa, molto accademica, ma rende bene l’idea.

  • 3. DARIO PETROLATI (25 febbraio 2009, 12:19 pm) :

    Senza aver studiato
    solo andato a scuola
    sentito
    appreso per istinto
    a fatica
    annusato come alla ricerca di tartufi
    ho slabbrato la mia vecchia bellissima Bibbia rubata a Roma dentro la Chiesa Valdese vicino a Piazza Venezia un pomeriggio mai dimenticato
    tentato e ritentato lo studio poi sommessamente almeno la lettura del Corano ( commentato )
    letto senza entusiasmo Le Mille ed una Notte
    ne è venuta fuori una sintesi affaticata con molti perchè e senza una ragione vera
    Chiesto e richiesto a voce magari pagando quale verità possa nascondersi in religioni di cui mi sono sempre sentito prigioniero ma mai schiavo sempre una risposta pesante e vaga lontana tale da apparirmi bugiarda
    E’ vero verissimo che noi di quì non conosciamo la estrema cultura dell’Islam delle popolazioni che hanno fondato il mondo
    solo specialisti sanno ed io li invidio sanamente quanto profonda sia stata la cultura poi soppressa da guerre terribili chè ove passa l’uomo occidentale lascia cenere e lacrime
    Due più vite e molta umiltà per poter vedere tentare almeno conoscere appena anche gli altri senza criminalizzare ciò che non sappiamo
    La verità quale verità le verità d’aiuto solo per dare serenità non credo possano trovarsi in religione alcuna
    Servono per sottomettere e falsamente proteggere.
    dario.

  • 4. Ritvan Shehi (26 febbraio 2009, 7:21 pm) :

    Parte della “cura” alla “malattia dell’Islam”, potrebbe essere p.es. anche il non demonizzare le organizzazioni islamiche che si schierano contro il terrorismo integralista islamico, anzi, cercando di collaborare con esse.
    Vi invito a leggere e commentare questo documento UCOII:
    http://www.interdependence.it/rivista/archivio/FATWA_UCOII_SUL_TERRORISMO.doc

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