Kibbuts Lavi: ingresso dell'hotel
Kibbuts Lavi: ingresso dell’hotel

Abbiamo alloggiato al kibbutz Lavi, in bassa Galilea, per due giorni, sufficienti per gustarne le comodità e la bellezza. Davvero un posto consigliabile.
Unico italiano a Lavi, Guido Sasson è responsabile commerciale dell’annesso hotel; proprio lui ci guida alla scoperta del kibbutz e ci spiega la storia della comunità in cui vive da 30 anni. Storia che nasce nel 1949, 40 anni dopo la creazione del primo kibbutz in Israele, sempre nei pressi del Lago di Tiberiade. Oggi Lavi ha 250 membri, e fonda la sua economia sull’hotel e su una fabbrica di mobili per sinagoghe.

Cos’è un kibbutz? Quali sono le regole principali che lo amministrano? Come si entra e si esce da un kibbutz?

Innanzitutto i kibbutz di oggi non sono certamente quelli di un secolo fa. Sono cambiati sia nell’impostazione ideologica che nell’organizzazione; alcuni di essi si sono addirittura trasformati in qualcos’altro: cooperative o semplici paesini di campagna.

Il modello di vita di un kibbutz era, ed in parte ancora è puramente socialista: i beni sono comuni, il kibbutz provvede ai bisogni dei suoi membri, i quali lavorano per il kibbutz, ognuno secondo le proprie capacità ed inclinazioni. Un modello ideologico che ha fatto da collante per la comunità, e che è stato importato dai primi sionisti arrivati dall’Europa e dalla Russia, influenzati dalle idee di Marx e Lenin. Allora i bisogni erano elementari – soprattutto cibo, vestiti, abitazione, difesa – e poche erano le mansioni richieste: agricoltura e piccolo artigianato.

L’approccio socialista ben si coniugava alla democrazia: oggi, come allora, ai membri non si richiede passività ma partecipazione alle decisioni.
A capo del kibbutz è l’assemblea dei soci, organo supremo nel quale si prendono le decisioni che riguardano tutta la comunità. Ciascun membro partecipa direttamente all’assemblea oppure, se questa supera certe dimensioni, ai comitati tematici.


Un alloggio del dopoguerra al kibbutz

Tuttavia da un paio di decenni qualcosa è cambiato: la crisi del comunismo è stata anche una crisi dei kibbutzim. I bisogni delle persone aumentano e si personalizzano, e il kibbutz non è in grado di soddisfarli appieno. La rinuncia alla propria libertà è mal compensata da un’ideologia in declino. E poi c’è il nodo irrisolto del socialismo: l’uguaglianza teorica si scontra con la diversità naturale tra individui, e così i più bravi tendono ad uscire dal kibbutz, ed è difficile godere appieno dell’aiuto di alte professionalità.

Come agisce, allora, un kibbutz nel 2008?
Oggi l’ideologia ha lasciato spazio al pragmatismo: si viene in un kibbutz non tanto perché si crede in una ideologia, ma perché lo si trova conveniente: l’immigrato trova con facilità casa, lavoro e assistenza, mentre lo studente può fare esperienze di lavoro o di volontariato, e vivere in comunità.


Un alloggio nel kibbutz Lavi (bassa Galilea)

Di fatto oggi, anziché dare risorse fisiche, il kibbutz garantisce un budget personale, che ciascuno spende come vuole. Oltre a ciò, continua ad erogare servizi comuni e condivisi, come la mensa, la lavanderia, l’abitazione, la sanità, la scuola, l’asilo. In questo modo si ottengono ottime economie di scala, e la vità di comunità continua ad offrire indubbi vantaggi sociali ed educativi, specialmente per i bambini che vivono in un ambiente protetto, insieme a molti coetanei e con entrambi i genitori per diverse ore al giorno.

Oggi in israele esistono 270 kibbutzim, sparsi in tutto il paese, e tutti hanno orientato la loro organizzazione in tal senso.


Giochi per bambini e l’asilo nido del kibbutz Lavi

Chi vuole entrare in un kibbutz deve trascorrere lì un periodo iniziale di prova, in genere della durata di un anno, durante il quale ha l’occasione di conoscere l’ambiente, le sue regole, e testare la propria compatibilità. Simmetricamente, la comunità analizza i comportamenti del nuovo arrivato, il suo modo di lavorare, il grado in integrazione nel gruppo e, nei kibbutzim religiosi (come Lavi), anche la componente religiosa. Dopo il periodo di prova l’assemblea dei soci vota in merito all’accoglimento del nuovo membro.

In genere i nuovi membri sono, in larga misura, figli di membri del kibbutz. Oggi costoro costituiscono la terza generazione: i loro nonni sono stati i fondatori del kibbutz; a differenza dei loro padri – la seconda generazione – che hanno mostrato la tendenza ad abbandonare il kibbutz, i giovani mostrano l’interesse a far parte della comunità delle proprie famiglie.
Un membro può in ogni caso abbandonare il kibbutz, avendo diritto ad una piccola liquidazione.

Come riassume brillantemente Guido, il kibbutz non è per tutti. Del resto solo il 2,5% degli israeliani ha scelto di viverci.


Guido Sasson di fronte alla Sinagoga del kibbutz Lavi

4 Commenti

  • 1. sasson guido (24 maggio 2009, 7:36 am) :

    ti ringrazio per l’articolo che hai scritto su kibbutz lavi
    per piacere mandami il tuo e-mail cosi resteremo in contatto

  • 2. patrizia (1 aprile 2010, 4:39 pm) :

    Cremona Aprile 2010.01

    ho 43 anni ho 2 bambini di 8 alessandro e 13 beatrice. lavoro da 14 anni in poste italiane come impiegata allo sportello. sono stanca di vivere.qua.ho bisogno di allontanarmiperche’ qua in italia.perme e per loro ho bisogno di andarmene di fare un reset.parlerei anchebene francese perchè ho vissuto in una comunità in francia per 7 mesi….preferirei un posto dove nn sia obbligatorio essere legati alla religione.dove i miei bambini posssano attraversare un periodo sereno e consapevole.pensavo ad un kibbutz sia perchè potrei lavorare sia perchè i bambini potrebbero comunque frequentare una scuola magari proprio in prossimo anno che qua da noi sarebbe la prime superore per Beatrice e la quarta elementare per Alessandro.Qualcuno può aiutarmi??

  • 3. claudia (4 aprile 2011, 1:39 am) :

    non sono ebrea, ma appassionata di israele, della sua storia e religione, mi piacerebbe molto vivere in un kibbutz, sono esperta in fito e aromaterapia; mi piacerebbe sapere come fare per entrare a farne parte;
    grazie
    claudia

  • 4. Ferdinando Musumeci (22 marzo 2015, 6:05 pm) :

    Anch’io ho pensato di farmi ebreo e vivere in un Kibbuzt. So che non è facile, anche perchè essendo un cantante lirico non posso dare una grande collaborazione pratica alla comunità. Tranne che possa essere utile lo studio del canto, ma non essendoci teatri in un Kibbutz devo immaginare che sarei una persona inutile per una simile istituzione. In ogni caso tutta la mia ammirazione ed affetto. Ferdinando

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