Maurizio Pallante - Discorso sulla decrescita (copertina)Maurizio Pallante ha fondato nel 1988, con Mario Palazzetti e Tullio Regge, il Comitato per l’uso razionale dell’energia. Svolge attività di ricerca e pubblicazione saggistica nel settore del risparmio energetico e delle tecnologie ambientali. Collabora con la trasmissione Caterpillar di Radio 2 per la festa della “Decrescita felice”. Consulente del Ministero dell’Ambiente per l’efficienza energetica. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni.

Discorso sulla decrescita” è un libro piccolo, che non arriva nemmeno a 40 pagine totali e pure di formato ridotto, ma estremamente ricco di contenuti.
E’ felicemente accompagnato da un cd audio in cui l’autore legge il suo discorso.
Si tratta di una pubblicazione da non lasciarsi sfuggire e da ascoltare-leggere più volte.

Pallante parte da una prima fondamentale distinzione, ormai poco chiara ai più, fra bene, come ciò che è in grado di soddisfare un bisogno essenziale, e merce, come ciò che è oggetto di scambio mercantile.
Afferma che “l’annullamento della distinzione tra il concetto di bene e il concetto di merce è il fondamento su cui si basa il paradigma culturale della crescita”.

Le economie di tipo occidentale hanno come parametro di riferimento il p.i.l. (prodotto interno lordo) ossia “il valore monetario dei beni e dei servizi finali prodotti in un anno sul territorio nazionale al lordo degli ammortamenti”, secondo la definizione della Enciclopedia Generale – Le Garzantine.

L’autore dimostra con semplici esempi che non è possibile misurare il benessere di una popolazione con il solo p.i.l., in quanto si tratta esclusivamente di una misura della produzione di beni e servizi mercantili, che non tiene in alcun conto tutto ciò che è fuori mercato perchè non ha prezzo.

La decrescita, secondo Pallante, consiste nella diminuzione della produzione di merci e non dei beni; non corrisponde, come molti possono pensare, a rinuncia o ritorno al passato ma è scelta, secondo la tesi che l’indicatore della ricchezza di una persona non è il suo reddito, quindi la quantità di merci acquistabili, “ma la disponibilità dei beni necessari a soddisfare i bisogni esistenziali. E’ povero chi non può mettere a tavola i pomodori di cui necessita, non chi non ha il denaro per comprarli”.

L’attuale sistema economico si basa sulla crescita continua del p.i.l. e non può far diversamente; ha bisogno di produrre sempre di più, ha bisogno della pubblicità, di creare bisogni ormai per buona parte inutili, pur di continuare a vendere.

Dice l’autore che “la crescita ha bisogno di esseri umani incapaci di tutto; solo chi non sa fare nulla deve comprare tutto ciò di cui ha bisogno” e aggiunge che la crescita “implica l’impoverimento culturale degli esseri umani”.

Prima che il pianeta Terra ci pensi da sé a fermare la crescita, e già ci sono segnali inquietanti, si può fare molto seguendo la logica della decrescita.
Per arrestare la crescita e trasformarla in decrescita basta ridurre la domanda di merci. (…) I consumatori hanno nelle loro mani un’arma molto potente.

La decrescita si raggiunge con una vita sobria, che non si limiti a ridurre i consumi ma che porti ad un diverso stile di vita, in cui prevalgano l’autoproduzione dei beni di cui si ha bisogno, a cominciare dagli alimenti quotidiani, e scambi non mercantili tra le persone, basati sulla cultura del dono e della solidarietà.

Conclude Pallante scrivendo che “la decrescita è elogio dell’ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all’effimero; (…) non chiamare consumatori gli acquirenti, perchè lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso. (…) La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento (…).

4 Commenti

  • 1. Gianluigi Mazzufferi (2 luglio 2007, 10:38 pm) :

    Ovviamente non ho ancora letto il libro o ascoltato il CD di Pallante.
    Posso solo dire concetti e discorsi del tutto analoghi io li ho ascoltati quarant’anni fa. Ad enunciarli con chiarezza era un grande ecologista “ante litteram“, il professor Giorgio Nebbia, che da docente di merceologia nella vita professionale ci spiegava la differenza tra il PNL (prodotto nazionale lordo) ed il BNL (benessere nazionale lordo). Magari andando a ripescare su vecchi testi trovo anche l’indicazione bibliografica, oppure – se l’Autore o altri non ne parlano – torno sull’argomento e provo io stesso,in un prossimo commento, ad illustrare il concetto con un esempio.

  • 2. Gabriele Sartini (3 luglio 2007, 10:21 am) :

    Questo tema è davvero molto interessante.
    Avrei molte cose da dire, anche alla luce di uno degli ultimi esami che ho sostenuto che trattava proprio questi temi, in particolare il rapporto tra economia diritto e politica.
    In particolare l’autore dell’articolo dice che il sistema ha bisogno di creare bisogni praticamente inutili: è assolutamente vero e provo a fare una precisazione: non si tratta di bisogni ma di desideri che vengono spacciati per bisogni.
    Il problema sta principalmente nel fatto che si è passati da un’economia reale ad un’economia finanziaria, dei servizi, che non è più basata sulla logica della produzione dello scambio di beni o servizi ma che si basa ad esempio sulle grandi transizioni di capitali, su investimenti e disinvestimenti continui.
    Questa economia è in grado di produrre grandi quantità di ricchezza immediata ma grandi instabilità (pensiamo ad esempio alle delocalizzazioni produttive che creano instabilità ad esempio per tutto l’indotto dell’azienda delocalizzata).
    C’è chi sostiene che questo sistema si basi su 3 componenti: rischio, debito e desiderio; questo perchè si tratta di 3 elementi accomunati da una caratteristica, cioè l’illimitabilità.
    I bisogni sono limitati mentre i desideri no e su questo l’attuale economia galoppa sempre più veloce, staccata dalle vere necessità dell’uomo.
    Se a questo aggiungiamo che per sostenere questo sistema ci viene fornito lo strumento del debito e che oggi viviamo in quella che viene chiamata ” Società del rischio” il cerchio si chiude.
    Cioè per sostenere i nostri desideri, che vanno oltre ciò che potremmo avere e di cui avremmo bisogno abbiamo bisogno del sistema del debito, proprio perchè il desiderio è andare oltre ciò che siamo; inoltre il massimo profitto (massima crescita del pil) si può ottenere solo a condizione di accettare i massimi rischi.
    Non mi dilungo anche se è un tema veramente importante e del quale non sarebbe male discutere ancora.

  • 3. Valeria (3 luglio 2007, 12:51 pm) :

    “la crescita implica l’impoverimento culturale degli esseri umani”

    Verissimo, infatti basta vedere quanto sono ignoranti gli americani…
    (non è un’accusa, ma una constatazione)

  • 4. Gabriele Sartini (3 luglio 2007, 1:54 pm) :

    E basta vedere il moltiplicarsi dei reality show et simila; in fondo si sa che un popolo coglione si controlla meglio di un popolo colto che ragiona; meglio spegnere il cervello davanti ai mostri di Maria de Filippi o al grande fratello (il tutto nascosto dalla balla che al pubblico si dà ciò che il pubblico chiede, mentre al pubblico si dà ciò che si vuole dare)
    Per fortuna c’è internet e ci sono spazi come questo in cui qualcuno che almeno prova a ragionare ancora c’è.

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