{"id":3437,"date":"2011-05-04T21:08:17","date_gmt":"2011-05-04T19:08:17","guid":{"rendered":"http:\/\/scaloni.it\/popinga\/?p=3437"},"modified":"2011-05-04T21:13:44","modified_gmt":"2011-05-04T19:13:44","slug":"open-data-nessun-diritto-nessun-dovere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/scaloni.it\/popinga\/open-data-nessun-diritto-nessun-dovere\/","title":{"rendered":"Open Data: nessun diritto, nessun dovere"},"content":{"rendered":"<p><small>(Articolo apparso sul primo numero del giornale <em>free press<\/em> <strong>La Citt\u00e0 Futura<\/strong>)<\/small><\/p>\n<p>Cosa vuol dire &#8220;Open Data&#8221;? Semplicemente che alcune tipologie di dati in possesso della Pubblica Amministrazione devono essere liberamente accessibili a tutti, attraverso Internet, senza restrizioni legali o di altra natura.<\/p>\n<p>Questo renderebbe lo Stato, in tutte le sue diramazioni, molto pi\u00f9 trasparente, permetterebbe a qualsiasi cittadino di conoscerne a fondo l&#8217;attivit\u00e0, e ad ogni elettore di monitorare meglio i propri governanti (citando Einaudi: &#8220;conoscere per deliberare&#8221;). Dunque gli Open Data farebbero bene alla politica.<br \/>\nMa avrebbero un impatto positivo sulla cultura e persino sull&#8217;economia di una nazione, perch\u00e9 permetterebbero nuove ricerche e analisi, attraverso il confronto e l&#8217;elaborazione di dati provenienti anche da soggetti esterni alla Pubblica Amministrazione (si pensi ad esempio ai dati cartografici). Diverrebbero possibili nuovi servizi, e dunque nuove idee imprenditoriali, quindi nuova occupazione. Insomma, Open Data per la democrazia, per la conoscenza, per la qualit\u00e0 della vita.<\/p>\n<p>Ma tutto ci\u00f2 \u00e8 sogno o realt\u00e0?<!--more--><\/p>\n<p>E&#8217; gi\u00e0 realt\u00e0 nelle pi\u00f9 avanzate democrazie occidentali, quelle anglosassoni. Un primo importante impulso agli Open Data \u00e8 arrivato dalla cosiddetta &#8220;direttiva Obama&#8221; (2009) che disegna un modello di Open Government fondandolo su tre pilastri: trasparenza, partecipazione e collaborazione. Su questo tema il governo degli Stati Uniti ha prodotto quello che \u00e8 ancora un riferimento per tutti: il sito www.data.gov. Non meno importante il progetto che nel Regno Unito ha dato vita al portale data.gov.uk, che porta la firma di Tim Berners Lee, uno dei padri del web.<\/p>\n<p>E in Italia? Nel Bel Paese non esiste un analogo di data.gov (anche perch\u00e9 non esiste un analogo di Obama!). Pi\u00f9 in generale, da noi il processo di apertura dei dati pubblici si scontra con una serie di difficolt\u00e0 giuridiche. Mentre in USA, gi\u00e0 nel 1994, veniva sancito che tutte le informazioni pagate con soldi pubblici devono essere pubbliche e pubblicabili, in Italia, negli stessi anni, nasceva la cosiddetta &#8220;legge sulla trasparenza&#8221; (241\/90): essa prevede che chi vuole accedere ad un dato deve dimostrare di avere l\u2019interesse a farlo. Cio\u00e8, diversamente dal common law che prevede il &#8220;right to know&#8221; (diritto di conoscere), la legge italiana sancisce il &#8220;need to know&#8221;. E\u2019 dunque l\u2019Amministrazione che concede l\u2019utilizzo dei dati, non basta che sia il cittadino a richiederlo. In Italia l&#8217;Open Data non \u00e8 un diritto del cittadino e non \u00e8 un dovere dello Stato.<br \/>\nIn assenza di una chiara indicazione nazionale che coordini le varie Amministrazioni Pubbliche e imponga loro determinate azioni, nel nostro paese la diffusione degli Open Data avviene \u201ca macchia di leopardo\u201d, spesso su iniziativa di amministrazioni locali (come \u00e8 avvenuto per dati.piemonte.it) o di pezzi di quella centrale (per esempio la Ragioneria Generale dello Stato).<\/p>\n<p>Un altro ostacolo agli Open data in salsa italiana viene dalla normativa sulla privacy, da noi particolarmente restrittiva (o perlomeno interpretata in senso restrittivo), che ha introdotto la curiosa distinzione tra dato pubblico e dato pubblicabile. Sembrerebbe una contraddizione in termini ma \u00e8 esattamente quanto avviene, per esempio, per le dichiarazioni dei redditi. Esse sono totalmente accessibili a chiunque ma non \u00e8 possibile leggerle sui giornali o su Internet (eppure, a me parrebbe un passo importante per la lotta all&#8217;evasione). Fino ad arrivare al paradosso che addirittura le informazioni rese disponibili sul web dopo la cosiddetta \u201cOperazione Trasparenza&#8221; del Ministro Brunetta, non sono indicizzabili dai motori di ricerca, quindi in pratica restano pressoch\u00e9 inutilizzabili, per volere del Garante della Privacy.<\/p>\n<p>Nonostante tutto ci\u00f2, amministrazioni volonterose, in Italia, possono fare Open Data da subito, almeno su dati non sensibili alla privacy. A Senigallia, in particolare, si \u00e8 aperta una interessante prospettiva. Non \u00e8 un caso che proprio sulla Spiaggia di Velluto, lo scorso novembre, si \u00e8 tenuto <a href=\"http:\/\/fammisapere.info\/\">il convegno &#8220;Fammi Sapere&#8221;<\/a>, tra i primi in Italia interamente dedicato agli Open Data, che ha visto come relatori alcuni tra i maggiori esperti nazionali. L&#8217;Amministrazione Comunale, che ha organizzato il convegno insieme ad <a href=\"http:\/\/www.informaetica.it\/\">InformaEtica<\/a>, \u00e8 interessata ad implementare l&#8217;Anagrafe Pubblica degli Eletti e Nominati (APEN), che rientra a pieno titolo nell&#8217;ambito degli Open Data, e per la quale il bilancio 2011 del Comune di Senigallia prevede appositi fondi.<\/p>\n<p>Essere d&#8217;accordo, in linea di principio, sull&#8217;APEN \u00e8 cosa ben diversa dall&#8217;implementarla realmente. Lo sanno i cittadini di quegli enti, alcune decine tra Comuni, Province e Regioni italiane, che l&#8217;hanno istituita sulla carta ma non l&#8217;hanno ancora resa funzionante. E&#8217; difficile che un politico o un amministratore si dichiari in disaccordo su questa iniziativa, lanciata tre anni fa dai Radicali Italiani. Clamoroso \u00e8 il caso di Roma dove, approvata con fatica anche grazie ad una delibera di iniziativa popolare, l&#8217;istituzione dell&#8217;Anagrafe \u00e8 stata pubblicizzata con manifesti firmati PdL (molti dei quali abusivi), dopodich\u00e9 ci sono voluti molti mesi per averla effettivamente disponibile sul sito del Comune.<\/p>\n<p>A Senigallia gran parte dei dati necessari a formare una APEN sono gi\u00e0 pubblici, o almeno dovrebbero esserlo. Persino quelli pi\u00f9 \u201csensibili\u201d, come le dichiarazione dei redditi di Sindaco, Assessori e Consiglieri Comunali, devono essere pubblicati secondo un regolamento comunale risalente al 1994. Quello stesso regolamento \u00e8 stato applicato circa un anno fa, dopo essere rimasto lettera morta per anni, soprattutto grazie ad una lunga campagna di stampa e all&#8217;impegno diretto dell&#8217;allora Presidente del Consiglio Comunale. I dati del 2011 ancora non sono stati resi pubblici, nonostante da sei mesi siano scaduti i termini previsti dal Regolamento. Un ulteriore esempio di quanto sia lunga la strada per la trasparenza, anche a Senigallia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Articolo apparso sul primo numero del giornale free press La Citt\u00e0 Futura) Cosa vuol dire &#8220;Open Data&#8221;? Semplicemente che alcune tipologie di dati in possesso della Pubblica Amministrazione devono essere liberamente accessibili a tutti, attraverso Internet, senza restrizioni legali o di altra natura. 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