{"id":1034,"date":"2007-12-11T13:48:37","date_gmt":"2007-12-11T11:48:37","guid":{"rendered":"http:\/\/scaloni.it\/popinga\/il-mio-peru\/"},"modified":"2008-02-09T20:57:31","modified_gmt":"2008-02-09T19:57:31","slug":"il-mio-peru","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/scaloni.it\/popinga\/il-mio-peru\/","title":{"rendered":"Il mio Per\u00f9"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/scaloni.it\/popinga\/wp-content\/uploads\/2007\/12\/mamma_bimbo_peru.jpg\" style=\"width: 400px; height: 300px\" \/><\/p>\n<p>Il viaggio non finiva mai.<br \/>\nAvevo lasciato Torino all\u2019alba, a met\u00e0 mattina l\u2019Airbus 340 della Lufthansa era decollato da Francoforte e, dopo quasi nove ore di volo, stava ancora sull\u2019Atlantico.<br \/>\nCominciavo ad essere stanco. Stanco di non fare niente, le gambe intorpidite per l\u2019immobilit\u00e0, la testa pesante per il soffio dei motori. M\u2019era passata la fame e anche le bevande che le hostess continuavano a portarci servivano solo a guastarci la bocca.<!--more--><\/p>\n<p>Soprattutto iniziavo ad avere sonno, gli occhi cominciavano a bruciarmi, l\u2019aria in cabina \u00e8 sempre troppo secca. Un sonno strano, perch\u00e9 per me era notte ma il sole non voleva saperne di tramontare, e la luce dal finestrino era accecante. Era la prima volta che provavo il <em>jet lag<\/em>. Cercavo di riposare: le poltrone in <em>business<\/em> erano comodissime, potevo distendere le gambe fin quasi in orizzontale, ma non c\u2019era niente da fare.<br \/>\nOrmai non vedevo l\u2019ora di arrivare. Da undicimila metri ogni tanto si scorgeva un\u2019isoletta nel mare color argento: forse erano le Antille francesi, a sud-est di Cuba.<br \/>\nQuando vedemmo le prime montagne della cordigliera sudamericana e sorvolammo Caracas, mancavano ancora pi\u00f9 di tre ore.<\/p>\n<p>Atterrai a Lima nel tardo pomeriggio del 10 novembre 2000: erano solo le cinque e mezza, ma per me era mezzanotte suonata.<br \/>\n\u00abSolo una valigia per quattro settimane?\u00bb esclam\u00f2 la signora francese che aveva viaggiato accanto a me, quando mi vide ritirare il bagaglio al nastro. \u2019Ste donne, che hanno bisogno di quintali di guardaroba anche quando viaggiano \u2013 pensai, e risposi con un sorriso: \u00abBeh, se serve andr\u00f2 in lavanderia\u00bb, ignaro di come sarebbe andata a finire.<br \/>\nCi salutammo e guadagnai l\u2019uscita superando indenne la roulette del controllo bagagli (prima di uscire dall\u2019aeroporto di Lima, devi premere un pulsante: se la luce diventa verde puoi andare, se diventa rossa ti devi fermare ed aprire la valigia).<br \/>\nFuori era gi\u00e0 (!) il tramonto, un sole malaticcio, l\u2019aria tiepida e umidissima della primavera inoltrata.<br \/>\nLa valigia trascinata con una mano, il computer nell\u2019altra, attraversai una folla di tassisti (abusivi, ovviamente) che mi offrivano un passaggio verso la citt\u00e0. Meno male che l\u2019albergo aveva mandato ad aspettarmi un autista di fiducia, che gentilissimo prese in consegna me e la valigia.<\/p>\n<p>Dall\u2019aeroporto scendemmo verso la citt\u00e0, una sterminata metropoli da otto milioni di abitanti.<br \/>\nVisti per la prima volta, i quartieri a nord-ovest di Lima \u2013 case di mattoni grezzi a un piano o due, aria maleodorante, fogne a cielo aperto, bambini che giocavano sul ciglio della strada \u2013 mi parvero <em>favelas<\/em>. O meglio, li catalogai come favelas, io che non ne avevo mai vista una.<br \/>\nAncora non sapevo che quelle non erano favelas, ma <em>barrios<\/em> appena un po\u2019 \u201cdisagiati\u201d.<br \/>\nLe vere favelas le avrei viste col tempo nei <em>conos<\/em>, estrema periferia ai piedi delle colline, a Comas, Rimac, El Agustino, Villa El Salvador, dove si vive in catapecchie di legno e lamiera di tre metri per tre. E poich\u00e9 a Lima non piove praticamente mai, c\u2019\u00e8 addirittura chi costruisce la baracca senza tetto, per non pagare la tassa sulla casa (che un tetto deve avercelo per definizione).<br \/>\nNei suoi \u201cDiari della motocicletta\u201d, Ernesto Che Guevara descrive bene cosa si prova arrivando a Lima dall\u2019aeroporto. E dai primi anni \u201850 ad oggi non \u00e8 cambiato granch\u00e9, anzi il degrado delle periferie \u00e8 cresciuto, per la moltitudine di <em>campesinos<\/em> che dalla Sierra vengono a cercar fortuna nella capitale.<br \/>\nDopo avenida La Marina il taxi scese per la litoranea, un lungomare si direbbe da noi, ma senza edifici e strutture balneari. \u00c8 una strada desolata che corre di fianco all\u2019oceano, sotto il <em>barranco<\/em>, cio\u00e8 lo strapiombo alto una cinquantina di metri che separa la citt\u00e0 dall\u2019oceano (la costa occidentale del Sudamerica \u00e8 altamente sisimica e mostra di essere il confine tra la placca sudamericana e quella pacifica, praticamente la continuazione della faglia californiana di Sant\u2019Andrea).<\/p>\n<p>Feci per la prima volta le strade che poi avrei percorso decine di volte, per lavoro, col Toyota Pick-up aziendale.<br \/>\nSeduto dietro, guardavo dal finestrino con la curiosit\u00e0 e l\u2019insicurezza di chi era appena atterrato su un altro pianeta. Auto, persone, piante, fiori, strade e semafori mi passavano di fianco come corpi estranei, osservavo tutto come da un obl\u00f2. Anche il traffico caotico del centro e il rumore dei clacson non mi coinvolgevano pi\u00f9 di tanto. Solo il calore, il sudore e gli odori (ricordo vivissimo l\u2019odore dei fiori e dell\u2019oceano) mi dicevano che gi\u00e0 stavo diventando parte di quel mondo, tanto diverso dal mio.<\/p>\n<p>Arrivai in albergo che era notte. Il <em>Las Americas<\/em> \u00e8 uno degli alberghi di lusso di Miraflores, quartiere elegante di Lima a due passi dall\u2019oceano.<br \/>\nSalii in stanza, non avevo fame n\u00e9 sonno. Luca, il mio collega che si trovava l\u00ec gi\u00e0 da un mese, era ancora in ufficio, per cui non lo aspettai e andai a letto. Dormii qualche ora, alle due di notte ero gi\u00e0 sveglio.<br \/>\nE questo era solo l\u2019inizio, l\u2019indomani avrei iniziato a lavorare anch\u2019io. Tranne Luca, non conoscevo nessuno, non sapevo niente del Per\u00f9, nemmeno una parola di spagnolo. Come sarebbe andata? Dopotutto, pensai, ci sarei rimasto solo quattro settimane.<br \/>\nQuella notte non potevo immaginare che sarei tornato in Italia a fine febbraio. E tanto meno che ci sarei tornato a malincuore.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il viaggio non finiva mai. Avevo lasciato Torino all\u2019alba, a met\u00e0 mattina l\u2019Airbus 340 della Lufthansa era decollato da Francoforte e, dopo quasi nove ore di volo, stava ancora sull\u2019Atlantico. Cominciavo ad essere stanco. Stanco di non fare niente, le gambe intorpidite per l\u2019immobilit\u00e0, la testa pesante per il soffio dei motori. 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