{"id":261,"date":"2006-02-19T08:08:36","date_gmt":"2006-02-19T06:08:36","guid":{"rendered":"1313450150"},"modified":"2006-12-28T02:44:37","modified_gmt":"2006-12-28T10:44:37","slug":"la_legalita_ferita","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/scaloni.it\/popinga\/la_legalita_ferita\/","title":{"rendered":"La legalit\u00e0 ferita"},"content":{"rendered":"<p>M\u2019\u00e8 tornato tra le mani il testo di un intervento del\u00a0professore e giurista Michele Ainis all\u2019indomani dei referendum sulla fecondazione assistita, nel giugno scorso. \u00c8 un\u2019analisi \u201ca caldo\u201d, ma di grande lucidit\u00e0.<br \/>\nNon fatevi spaventare dalla lunghezza del testo: buona lettura.<\/p>\n<p><!--more--><em><strong>La legalit\u00e0 ferita<br \/>\n<\/strong><\/em>di Michele Ainis (professore ordinario di istituzioni di diritto pubblico nella facolt\u00e0 di giurisprudenza dell&#8217;Universit\u00e0 degli studi di Teramo)<br \/>\nRelazione introduttiva all\u2019\u00abAssemblea dei 1000\u00bb, Roma, hotel Ergife, 17 giugno 2005.<\/p>\n<p>In questi referendum c\u2019erano molte cose in ballo, c\u2019erano in discussione temi alti, i temi della vita e della morte, della laicit\u00e0 e della fede, della fertilit\u00e0, della malattia, dei confini della scienza. Ma la posta in palio era in primo luogo lo stesso referendum, l\u2019istituto costituzionale del referendum. La posta in palio era la \u00abseconda scheda\u00bb che i costituenti hanno consegnato agli italiani, che il Parlamento ha messo in mano agli italiani solo a distanza di un quarto di secolo dalla Costituente (all\u2019epoca del referendum sul divorzio), che la successiva prassi referendaria ha via via svuotato e deformato, e che infine \u00e8 arrivata alla prova del 12 giugno come un malato davanti all\u2019ultimo consulto. In palio c\u2019era insomma il futuro del referendum \u2013 di quell\u2019istituto che a suo tempo Bobbio defin\u00ec la \u00abgemma\u00bb della nostra Costituzione \u2013 e c\u2019era dunque in palio la stessa legalit\u00e0 costituzionale. Ma questa legalit\u00e0 \u00e8 stata violata, \u00e8 stata tradita, \u00e8 stata vilipesa durante tutto l\u2019arco della vicenda referendaria.<\/p>\n<p>\u00c8 successo fin dalla scelta dei quesiti. Me ne ricordo bene, giacch\u00e9 vi ho preso parte. L\u2019idea del comitato promotore era di sottoporre al corpo elettorale un unico quesito, un quesito secco, un \u00abs\u00ec\u00bb o un \u00abno\u00bb all\u2019abrogazione della legge n. 40. Era la via pi\u00f9 limpida, ed anche quella meglio in sintonia con il modello costituzionale di referendum, come cercher\u00f2 di dimostrare fra un momento. Ma il comitato promotore, per cautelarsi dinanzi a una giurisprudenza costituzionale ormai oggettivamente imprevedibile nei suoi esiti concreti, scelse d\u2019affiancare al quesito totale i 4 quesiti parziali sui quali poi abbiamo votato. Il comitato scelse \u2013 o meglio fu costretto a scegliere \u2013 di tagliare a fette questa legge, ricorrendo a un escamotage che certo non ha favorito la migliore comprensione dei quesiti, e che infine ha allontanato molti italiani dalle urne. La prova \u00e8 in un sondaggio pubblicato dal Corriere della sera a met\u00e0 maggio: a meno d\u2019un mese dalla consultazione, il 30% degli elettori erano convinti che si sarebbe votato su un unico quesito, per l\u2019abrogazione totale della legge. La prova \u00e8 nella campagna antireferendaria, che ha impiegato in modo martellante l\u2019argomento dell\u2019eccessiva tecnicit\u00e0 dei quesiti, e almeno in questo caso non del tutto a torto. La prova \u00e8 nelle 4 schede che ci chiedevano di timbrare con un s\u00ec o con un no quesiti pi\u00f9 lunghi di un lenzuolo, e oltretutto costruiti con frasi smozzicate e parole sforbiciate, un comma di qua, una virgola di l\u00e0.<\/p>\n<p>Ecco, questo \u00e8 stato il primo strappo, la prima ferita alla legalit\u00e0 costituzionale: e questa ferita, duole dirlo, si deve proprio a chi dovrebbe farsi custode della Costituzione. Non c\u2019\u00e8 un solo costituzionalista in grado di rintracciare sicuri standard di giudizio nel gran mare della giurisprudenza costituzionale sull\u2019ammissibilit\u00e0 dei referendum; non c\u2019\u00e8 un solo manuale di diritto costituzionale dove non si trovi scritto che quella giurisprudenza \u00e8 ondivaga, incoerente, spesso contraddittoria, e insomma sviluppata all\u2019insegna non della certezza bens\u00ec dell\u2019incertezza del diritto. Il \u201cmostro\u201d dei referendum manipolativi, dei quesiti incomprensibili, \u00e8 stato allevato l\u00ec, nelle sale della Consulta; lo dimostra l\u2019origine di questa vicenda referendaria, e lo dimostra inoltre il verdetto reso dalla Corte il 13 gennaio, con la bocciatura del quesito totale e il via libera ai quesiti parziali.<\/p>\n<p>Ora, io non voglio esercitarmi in un commento critico alle decisioni della Corte; chi lo desidera, potr\u00e0 leggere il volume che l\u2019universit\u00e0 di Teramo sta per pubblicare, dove contro quelle decisioni di gennaio si leva la voce di 41 costituzionalisti, e si leva lungo 750 pagine. Come diceva Omero, gli d\u00e8i tessono disgrazie affinch\u00e9 gli uomini abbiano di che cantare. Qui emerge per\u00f2 un passaggio che va sottolineato: il referendum sulla fecondazione assistita offriva l\u2019occasione di tornare al modello costituzionale di referendum, e la offriva per tre distinte ragioni.<\/p>\n<ol>\n<li>\n<div>Nel modello costituzionale il referendum ha una funzione oppositiva contro scelte parlamentari particolarmente contrastate, e tale funzione si manifesta a pieno quando il referendum cade contro una legge appena varata dalle Camere: \u00e8 il caso della legge 40, come a suo tempo fu il caso del divorzio. Quando l\u2019on. Rutelli e vari altri hanno sostenuto che questi referendum erano sbagliati perch\u00e9 bisognava prima sperimentare la legge n. 40, commettevano uno sbaglio a propria volta, in termini di diritto costituzionale: se il referendum serve a verificare la sintonia fra eletti ed elettori su una questione che divide le coscienze, allora esso va celebrato subito, all\u2019indomani della decisione parlamentare; in caso contrario il referendum diventa un\u2019altra cosa, diventa un atto di iniziativa legislativa, diventa una proposta di legge popolare.<\/div>\n<\/li>\n<li>\n<div>Nel modello costituzionale il referendum non si rivolge contro scelte legislative minute e di dettaglio, bens\u00ec sulle questioni di maggior spessore della vita politica nazionale, quindi sui grandi dilemmi etici, rispetto ai quali gli elettori hanno titolo a decidere come e pi\u00f9 dei loro rappresentanti in Parlamento: e di nuovo \u00e8 il caso della legge 40, come a suo tempo fu il caso del divorzio. Ecco perch\u00e9 c\u2019era un che d\u2019insultante, di offensivo per la dignit\u00e0 degli elettori, nei manifesti che hanno foderato le nostre citt\u00e0: \u00abSulla vita non si vota\u00bb. Ma come, deputati e senatori hanno votato la legge n. 40, e noi non possiamo farlo? E su che cosa dovremmo votare allora, sulle nomine nelle banche, sui posti da sottosegretario, sul nome del nuovo partito unico del centro-destra?<\/div>\n<\/li>\n<li>\n<div>Nel modello costituzionale il referendum tende ad abrogare un\u2019intera legge, e solo in via eccezionale e residuale pu\u00f2 abrogare singole porzioni della legge, quando esse siano concettualmente autonome: fu il caso del divorzio, ma non \u00e8 stato viceversa il caso del referendum totale sulla legge n. 40, perch\u00e9 l\u2019illusione di tornare alle origini \u00e8 naufragata tra gli scogli della Consulta. \u00c8 naufragata nonostante la pioggia di argomenti spesi nella difesa tecnica di Nicol\u00f2 Zanon, ed \u00e8 naufragata perch\u00e9 la Corte ha ritenuto la 40 una legge \u00abcostituzionalmente necessaria\u00bb, cio\u00e8 una legge che non pu\u00f2 essere mai del tutto cancellata, anche se la somma dei 4 quesiti parziali d\u00e0 il quesito totale, anche se la vittoria dei 4 \u00abs\u00ec\u00bb avrebbe lasciato sopravvivere non la legge ma il moncherino della legge n. 40.<\/div>\n<\/li>\n<\/ol>\n<p>Questo primo strappo alla legalit\u00e0 costituzionale ha sviluppato l\u2019infezione, e l\u2019infezione via via si \u00e8 propagata con una quantit\u00e0 di altrettante violazioni delle regole. Ne ho contate sei, le elenco rapidamente.<\/p>\n<ol>\n<li><strong>La questione della data<\/strong>. La legge stabilisce che i referendum siano votati in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno. Questa finestra temporale di due mesi vuole evidentemente consentire la scelta pi\u00f9 appropriata in rapporto alle diverse congiunture della vita nazionale. A sua volta, la scelta non pu\u00f2 che essere orientata verso una data che incoraggi il flusso elettorale, non gi\u00e0 il deflusso: altrimenti la legge stessa avrebbe permesso di votare il gioved\u00ec (quando gli italiani sono un po\u2019 tutti al lavoro) o il giorno di Ferragosto o di Natale (quando i pi\u00f9 sono partiti per le ferie). Ergo, il potere governativo non \u00e8 affatto libero nel fine, bens\u00ec piuttosto vincolato al fine d\u2019ottenere la massima partecipazione elettorale. Ergo, questo potere non soggiace a calcoli di schieramento, a differenza per esempio della potest\u00e0 riconosciuta al Cabinet britannico di convocare le elezioni nel momento politico che gli \u00e8 pi\u00f9 favorevole; soggiace viceversa all\u2019obbligo costituzionale di dare corpo e gambe al referendum. Sicch\u00e9 la decisione di farci votare a met\u00e0 giugno (quando le spiagge sono ormai piene di lettini e d\u2019ombrelloni) ha espresso la volont\u00e0 di sabotare la consultazione.<\/li>\n<li><strong>Il capitolo dell\u2019informazione<\/strong>. I diritti, diceva Bobbio, non sono tutti uguali. Alcuni diritti rappresentano la condizione per l\u2019esercizio degli altri diritti, e hanno quindi un valore pi\u00f9 pregnante, pi\u00f9 eminente. Cos\u00ec, ogni democrazia si regge sul diritto di voto; ma questo diritto \u00e8 una finzione quando i cittadini non possono decidere fra proposte politiche diverse, e per decidere devono conoscerle. Ecco perch\u00e9 il diritto all\u2019informazione costituisce il presidio delle democrazie. Sennonch\u00e9 l\u2019informazione sui referendum \u00e8 stata negata agli italiani dalle loro televisioni pubbliche e private, e cio\u00e8 dal pi\u00f9 potente megafono dell\u2019informazione. Uno spettacolo \u2013 o meglio, un non spettacolo \u2013 cui abbiamo assistito tutti, sicch\u00e9 mi limito a richiamare un solo dato: uno studio dell\u2019Osservatorio di Pavia ha reso noto che nel periodo compreso fra il 12 e il 27 maggio, il Tg1 ha dedicato ai referendum meno di un minuto per ogni notiziario, mentre Tg2 e Tg3 sono riusciti a fare addirittura peggio.<\/li>\n<li><strong>Il calcolo del quorum<\/strong>. O meglio la lotteria del quorum. Ad ogni referendum la stima del corpo elettorale subisce oscillazioni imperscrutabili. Per dirne una, nel 1999 (all\u2019epoca del referendum sulla legge elettorale) gli aventi diritto al voto furono calcolati in 49.309.060, crescendo di 254.650 unit\u00e0 rispetto al referendum precedente. L\u2019anno dopo, pur non essendosi verificato alcuno tsunami italiano, per i 7 referendum radicali gli elettori scesero di 241.366 unit\u00e0. Questa volta \u00e8 successo anche di peggio. A meno di due settimane del voto il ministro per gli Italiani all\u2019estero, smentendo il ministro dell\u2019Interno, ha dichiarato che il controllo delle liste degli elettori residenti oltre confine non sarebbe stato completato prima del 2006. Col risultato che almeno 800.000 fantasmi hanno gonfiato il quorum, portandolo di fatto al 52%. Cittadini irreperibili, o morti ormai da tempo. Cui si sono aggiunti i 9.000 militari impegnati nelle missioni all\u2019estero. E si sono aggiunti inoltre i 100.000 disabili che non si muovono da casa, il cui voto non \u00e8 stato agevolato in alcun modo, e che hanno perci\u00f2 subito la beffa di non potersi esprimere su una materia (la ricerca sulle staminali) che li toccava dal di dentro.<\/li>\n<li><strong>Le condizioni del voto<\/strong>. Mettiamo pure da parte la questione degli sms che il governo ha inviato agli italiani prima delle europee 2004, e non invece in quest\u2019occasione. Il governo non ne aveva l\u2019obbligo, ha stabilito il tribunale di Roma; quel precedente non pu\u00f2 considerarsi vincolante, ha aggiunto il tribunale di Roma. D\u2019accordo; ma se dalla Costituzione si evince un favor verso l\u2019istituto referendario, vale qui la stessa conclusione che riguarda la scelta della data: sul governo cade l\u2019obbligo costituzionale di favorire la consultazione, non gi\u00e0 di ostacolarla. Ma lasciamo pure da parte il deficit di informazione, che oltretutto ha impedito l\u2019esercizio del diritto di voto a molti italiani residenti all\u2019estero e rientrati in Italia per l\u2019occasione, senza sapere che in Italia erano stati cancellati dalle liste elettorali (un nome per tutti: Giovanni Sartori, che certo non \u00e8 sospettabile di ignoranza costituzionale). Lasciamo da parte tutto questo, anche se tutto questo pone un problema di legalit\u00e0 sostanziale sulla consultazione. Rimane l\u2019esperienza vissuta da chiunque si sia recato alle urne. Nei seggi e intorno ai seggi c\u2019era un clima strano, un\u2019atmosfera che personalmente non avevo mai sperimentato. Entravi nella scuola dov\u2019era collocato il tuo seggio elettorale e incontravi sguardi complici, mezzi sorrisi, ammiccamenti, cenni d\u2019intesa fra chi andava e chi veniva. Ci riconoscevamo a vicenda, noi che abbiamo votato. In qualche modo, era come essere nudi. Diciamolo apertamente: il 12 giugno \u00e8 stata violata la segretezza del voto. E siccome la segretezza \u2013 dice l\u2019art. 48 della Costituzione \u2013 \u00e8 posta a presidio della libert\u00e0 del voto, il voto del 12 giugno non \u00e8 stato libero. Cito un solo caso: \u00e8 accaduto a Fierozzo, un comune del Trentino, dove ha votato l\u20191,39% dell\u2019elettorato, ovvero 5 persone su 360. E poich\u00e9 queste persone hanno votato in 3 seggi diversi, poich\u00e9 4 di queste persone hanno votato \u00abs\u00ec\u00bb e una persona ha votato \u00abno\u00bb risultando l\u2019unico votante del suo seggio, tutti e 5 questi voti sono perfettamente identificabili. Tanto valeva aggiungere nome e cognome sulla scheda.<\/li>\n<li><strong>Il ruolo degli organi di garanzia<\/strong>. Qui risalta il comportamento esemplare del presidente Ciampi, ma risalta proprio per la scorrettezza degli altri garanti, di tutti gli altri, senza eccezione. Della Corte costituzionale ho gi\u00e0 detto; restano i presidenti delle Camere, che si sono distinti per un profluvio di interventi pubblici pro-astensione. Ora, non \u00e8 che gli organi di garanzia abbiano sul muso un bavaglio costituzionale. Possono e devono intervenire, per esempio, in difesa dell\u2019istituzione che presiedono, quando ne venga minacciata l\u2019autonomia. Possono e devono intervenire per dar voce alla voce collettiva delle assemblee parlamentari, quando si formi per l\u2019appunto una voce collettiva, quando le forze politiche si presentino coese su una questione d\u2019interesse nazionale. Ma viceversa non possono e non devono sposare una tesi a scapito dell\u2019altra, se esiste una frattura tra i partiti. \u00c8 questa la ragione per la quale i presidenti delle Camere non partecipano alle votazioni in aula: per restare al di sopra delle parti, per non perdere credibilit\u00e0 nel loro ruolo di garanti. Ed \u00e8 questa la ragione che porta la nostra dottrina a distinguere tra manifestazione ed esternazione del pensiero: la prima si situa nella sfera della libert\u00e0, e come tale spetta ad ogni cittadino; la seconda si colloca nella sfera dell\u2019autorit\u00e0 (il potere di esternazione), e va quindi incontro a limiti pi\u00f9 rigidi e severi della prima. Se tali limiti vengono in concreti valicati si viola una regola di correttezza costituzionale, e le regole di correttezza \u2013 diceva Temistocle Martines \u2013 sono un po\u2019 come la benzina della macchina costituzionale, il carburante senza il quale la macchina s\u2019inceppa.<\/li>\n<li>Lo lascio per ultimo, perch\u00e9 ha segnato e ha deciso il referendum. \u00c8 il tema dell\u2019<strong>astensionismo \u00abmilitante\u00bb<\/strong>, degli appelli all\u2019astensione, che hanno decretato la morte di questi referendum e probabilmente del referendum in s\u00e9 e per s\u00e9. Ora, la scelta astensionista \u00e8 un segno di debolezza e di prepotenza insieme. Di debolezza perch\u00e9 se i sostenitori della legge 40 ritenevano d\u2019essere maggioranza nel paese, avrebbero dovuto fare propaganda per il \u00abno\u00bb, senza saldarsi all\u2019astensionismo fisiologico, senza intascare con un trucco il 30% degli indifferenti al voto. Insomma chi organizza l\u2019astensione a un referendum, lo fa perch\u00e9 pensa o perch\u00e9 teme d\u2019essere minoranza nel paese. Ma questa scelta \u00e8 anche un segno di prepotenza, perch\u00e9 \u00e8 il gesto di una (presunta) minoranza che vuole imporsi alla (presunta) maggioranza. In questo senso \u00e8 una scelta eversiva, anche se l\u2019ordinamento normativo in astratto la consente; n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno del diluvio di schede bianche di cui racconta Saramago nel suo Saggio sulla lucidit\u00e0, e che nel romanzo porta a destabilizzare un intero paese, fino alla decretazione dello stato d\u2019assedio.<\/li>\n<\/ol>\n<p>Oggi, col senno di poi, possiamo dirlo: se il fronte astensionista avesse chiesto di votare \u00abno\u00bb, avrebbe ottenuto comunque una vittoria, la legge 40 sarebbe comunque rimasta in vigore, ma insieme alla legge sarebbe rimasto in vita il referendum. Viceversa la scelta astensionista ha finito per sterilizzare l\u2019efficacia di una norma costituzionale \u2013 l\u2019art. 75, che disciplina il referendum \u2013 e ha integrato quindi gli estremi della frode alla Costituzione, nei termini di cui gi\u00e0 parl\u00f2 G. Liet-Veaux, in un saggio apparso nel 1943 sulla Revue de droit public. Questo perch\u00e9 \u00e8 possibile rispettare la lettera della legge violentandone lo spirito, e consumando perci\u00f2 una frode alla legge. Un solo esempio: l\u2019art. 138 \u00e8 la sentinella della Costituzione, perch\u00e9 detta una procedura aggravata per modificarne il testo e perch\u00e9 dunque conferisce l\u2019attributo della rigidit\u00e0 alla carta costituzionale, sottraendola al dominio della maggioranza di governo. Ma se il Parlamento utilizzasse la procedura dell\u2019art. 138 per cancellare l\u2019art. 138 commetterebbe una frode alla Costituzione, userebbe in altre parole la difesa della Costituzione per togliere alla Costituzione ogni difesa: la lettera dell\u2019art. 138 verrebbe formalmente rispettata, il suo spirito tradito e rovesciato.<\/p>\n<p>Io ho avuto la colpa d\u2019avere sostenuto forse per primo questa tesi, e ne ho ricevuto in cambio una quantit\u00e0 di contumelie.<br \/>\nEppure, sul piano del diritto costituzionale, questa tesi non \u00e8 priva d\u2019argomenti.<br \/>\nIn primo luogo l\u2019argomento storico, poich\u00e9 sicuramente i costituenti non concepirono il quorum per sommare contrari e indifferenti in un unico paniere. In secondo luogo l\u2019argomento letterale, giacch\u00e9 l\u2019art. 48 della Carta definisce il voto un \u00abdovere civico\u00bb, e ne garantisce altres\u00ec la segretezza, mentre dinanzi a una campagna astensionistica chi si reca alle urne viene gi\u00e0 schedato come complice del s\u00ec. In terzo luogo l\u2019argomento sistematico, dato che a sua volta l\u2019art. 75 della Costituzione parla di \u00abvoti\u00bb e \u00abvotazione\u00bb al referendum, e quindi il dovere di votare s\u2019estende pure a tale fattispecie. In quarto luogo l\u2019argomento teleologico, poich\u00e9 nello spirito della Carta il quorum funziona da termometro della seriet\u00e0 del referendum, serve insomma ad evitare che una legge \u2013 magari approvata a larga maggioranza in Parlamento \u2013 venga poi abrogata da una piccola frazione del corpo elettorale. Serve dunque a respingere le istanze referendarie di scarsa importanza, mentre in questo caso nessuna voce del fronte astensionista negava l\u2019importanza della prossima consultazione elettorale. Da qui una doppia conclusione. Per i comuni cittadini, che restano ovviamente liberi di depositare o meno il proprio voto, anche se la seconda soluzione non rappresenta certo un esempio di civismo, quando non sia l\u2019effetto di un disinteresse motivato. Per i pifferai dell\u2019astensione, che viceversa sono responsabili d\u2019una grave scorrettezza, specie se parlano dall\u2019alto di un pulpito pubblico.<\/p>\n<p>Successivamente abbiamo scoperto che questa tesi ha il sostegno di due norme iscritte nel nostro diritto positivo. Perch\u00e9 l\u2019art. 98 del testo unico delle leggi elettorali per la Camera afferma che chiunque sia investito di un potere, di un servizio o di una funzione pubblica, nonch\u00e9 \u00abil ministro di qualsiasi culto\u00bb, \u00e8 punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni se induce gli elettori all\u2019astensione. E perch\u00e9 a sua volta l\u2019art. 51 della legge che disciplina i referendum (la n. 352 del 1970) estende la sanzione prevista dall\u2019articolo precedente alla propaganda astensionistica nelle consultazioni referendarie. Allora, non potendo contestare l\u2019esistenza di questa doppia norma, \u00e8 cominciata la giostra delle interpretazioni, che ha messo in risalto uno dei nostri talenti nazionali: quello dell\u2019azzecagarbugli. Alcuni hanno sostenuto che si tratta di norme superate, come se fossero cravatte. Il presidente del Movimento per la vita, Carlo Casini, ha detto che i parroci non inducono ma illuminano all\u2019astensione; ma allora tanto vale chiamare l\u2019Enel.<\/p>\n<p>Ora, qui nessuno auspicava la galera per i 25.000 parroci che hanno trasformato l\u2019omelia in arringa. Probabilmente quelle due norme sono troppo aspre, troppo severe. Probabilmente andavano applicate al ribasso, con prudenza, con moderazione. Ma il fatto che esse non abbiano ricevuto viceversa alcuna applicazione, il fatto che la stessa legalit\u00e0 costituzionale sia stata ferita almeno sei volte durante l\u2019arco di questa vicenda referendaria, la dice lunga sul grado di salute del nostro Stato di diritto. Diciamolo: in Italia la vera rivoluzione sarebbe applicare la legge. E la rivoluzione pi\u00f9 dirompente sarebbe applicare la Costituzione, quella Costituzione che \u00e8 stata tradita mentre era ancora in fasce. Perch\u00e9 il seme di tutta la nostra storia successiva \u2013 l\u2019\u00abembrione\u00bb della societ\u00e0 italiana \u2013 sta l\u00ec, in quel Natale del 1947. Quando la Costituente concluse i suoi lavori, e quando immediatamente una speranza di riscatto percorse l\u2019Italia frustrata dalla dittatura e dalla guerra persa. Sicch\u00e9 i contadini, di fronte a soprusi vecchi e nuovi, per la prima volta alzarono la testa. \u00abMo\u2019 ci sta scrittu n\u2019ta legge\u00bb, dicevano, e per un momento lo Stato italiano \u2013 quello Stato \u00abpi\u00f9 lontano del cielo\u00bb di cui racconta Carlo Levi in Cristo si \u00e8 fermato a Eboli \u2013 parve vicino, amico. Per un momento Roma non fu pi\u00f9 un luogo astratto e remoto, un nome nella carta geografica, ma il centro da cui partiva la rinascita: una rinascita economica, sociale, e per una volta anche giuridica.<\/p>\n<p>Ma dopo quella speranza fu tradita, e allora scoppiarono rivolte contadine, e occupazioni di terre, e repressioni poliziesche. Quando la riforma agraria, anticipata dai decreti Gullo del 1944 e poi solennemente iscritta nel testo della Costituzione, fu invece boicottata dal Governo, i contadini calabresi presero possesso delle terre abbandonate, in cortei festosi di donne e di bambini col grembiulino e il fiocco che agitavano bandiere tricolori, e sfilavano sotto un suono di campane. Il ministro dell\u2019Interno, Mario Scelba, reag\u00ec spedendo i celerini armati di mitraglia: la strage di Melissa. E da quel momento nelle campagne meridionali cominci\u00f2 a risuonare il grido: \u00abviva la Costituzione, viva l\u2019Italia\u00bb. Come un secolo prima, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno. Perch\u00e9 anche nel 1848 i contadini poveri avevano cercato di riappropriarsi delle terre che consideravano usurpate dai \u201cbaroni\u201d; ed anche allora invocavano l\u2019autorit\u00e0 della Costituzione. Ma nel 1949 c\u2019era di pi\u00f9: adesso la loro lotta poggiava su un preciso fondamento normativo. C\u2019era, o quantomeno avrebbe dovuto esserci, una nuova legalit\u00e0, un nuovo ordine costituzionale. C\u2019era l\u2019art. 42 della carta repubblicana, che impone allo Stato di determinare \u00abi limiti\u00bb della propriet\u00e0 privata, \u00aballo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti\u00bb; c\u2019era l\u2019art. 44, che prescrive \u00abobblighi e vincoli alla propriet\u00e0 terriera privata\u00bb, nonch\u00e9, di nuovo, \u00ablimiti alla sua estensione\u00bb. Ecco perch\u00e9 questi articoli i contadini li conoscevano a memoria, e se li ripetevano ogni giorno; dopo i fatti di Melissa, le colonne di braccianti che marciavano sulle terre inalberavano sempre, ben in alto sulle loro aste, il testo recente della Costituzione.<\/p>\n<p>Noi, oggi, dobbiamo ancora riscattarci da questo tradimento. Ma per riuscirci dobbiamo innanzitutto riscattare la nostra Costituzione, la nostra legalit\u00e0 costituzionale. Sarebbe, questa s\u00ec, una rivoluzione. Che cosa si pu\u00f2 immaginare di pi\u00f9 rivoluzionario rispetto all\u2019applicazione dell\u2019art. 53, che impone a tutti di pagare le tasse, e di pagarle in proporzione al proprio reddito? O rispetto all\u2019applicazione dell\u2019art. 4, che assicura a tutti il diritto al lavoro? O all\u2019applicazione dell\u2019art. 27, che garantisce pene dignitose ai detenuti, quando le nostre carceri sono ormai al collasso? O ancora rispetto all\u2019applicazione dell\u2019art. 49, secondo cui i partiti \u201cconcorrono\u201d a determinare la politica nazionale, e non ne sono i padroni, come vuole la partitocrazia al potere? O infine all\u2019applicazione dell\u2019art. 87, che regola i poteri del capo dello Stato? Per gli italiani, la vera grazia sarebbe proprio questa: il rispetto della legge, il rispetto della Costituzione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>M\u2019\u00e8 tornato tra le mani il testo di un intervento del\u00a0professore e giurista Michele Ainis all\u2019indomani dei referendum sulla fecondazione assistita, nel giugno scorso. \u00c8 un\u2019analisi \u201ca caldo\u201d, ma di grande lucidit\u00e0. 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