{"id":1890,"date":"2009-09-08T09:34:56","date_gmt":"2009-09-08T07:34:56","guid":{"rendered":"http:\/\/scaloni.it\/popinga\/?p=1890"},"modified":"2009-09-11T09:25:07","modified_gmt":"2009-09-11T07:25:07","slug":"la-guerra-di-grecia-nella-letteratura-neogreca","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/scaloni.it\/popinga\/la-guerra-di-grecia-nella-letteratura-neogreca\/","title":{"rendered":"La guerra di Grecia nella letteratura neogreca"},"content":{"rendered":"<p><em><a href=\"http:\/\/scaloni.it\/popinga\/author\/luciamarcheselli\/\">Lucia Marcheselli<\/a>, senigalliese, \u00e8 docente di lingua e letteratura neogreca all\u2019<a href=\"http:\/\/www.univ.trieste.it\/\">Universit\u00e0 di Trieste<\/a>.<br \/>\nPopinga ne ha pubblicato l&#8217;intervento al <a href=\"http:\/\/scaloni.it\/popinga\/memorie-di-un-testimone\/\">convegno<\/a><a href=\"http:\/\/scaloni.it\/popinga\/memorie-di-un-testimone\/\"> \u201cMemorie di un testimone\u201c<\/a>, oltrech\u00e9 l&#8217;articolo &#8220;<a title=\"L\u2019occupazione italiana (1941-43) nella letteratura neogreca\" href=\"http:\/\/scaloni.it\/popinga\/l-occupazione-italiana-1941-43-nella-letteratura-neogreca\/\">L\u2019occupazione italiana (1941-43) nella letteratura neogreca<\/a>&#8220;. Questo secondo testo prosegue il tema della campagna di Grecia da parte dell&#8217;Italia fascista dal \u201841 al \u201843, e della resistenza greca.<\/em><\/p>\n<p>Il 28 ottobre (anniversario dello scoppio della guerra greco-italiana del 1940-41) \u00e8 tuttora, in Grecia, festa nazionale: gli alunni delle scuole sfilano in parata per le vie della citt\u00e0 e depongono corone ai piedi del monumento ai caduti.<!--more--><\/p>\n<p>Perch\u00e9 per\u00f2 uscisse in Grecia un&#8217;antologia di opere letterarie e grafiche su quella che i greci chiamano Guerra d&#8217;Albania e sull&#8217;occupazione nazifascista del 1941-44 sono dovuti passare vent&#8217;anni dalla fine della guerra: <em>l&#8217;An\u00ad<\/em><em>tologia di testi letterari <\/em>di Panaghiotunis e Nathana\u00ecl<sup>1<\/sup> \u00e8 infatti, non a caso, del 1964.<\/p>\n<p>Un&#8217;altra <em>Antologia della letteratura greca della Resi<\/em><em>stenza, <\/em>che per\u00f2 riguarda soprattutto i rapporti con i tedeschi, era stata commissionata a Elli Alex\u00ecu, nel 1957, dalla Deutsche Akademie der Wissenschaften di Berlino: ne usc\u00ec solo un primo volume (prosa), in edizione comune tedesco-greca, nel 1965<sup>2<\/sup>.<\/p>\n<p>Del 1974 invece (anche qui non a caso) \u00e8 lo studio sui <em>Testi in prosa sulla guerra e sull&#8217;occupazione <\/em>a cura di Gliker\u00eca Protopap\u00e0 Bubulidu<sup>3<\/sup>.<\/p>\n<p>Queste raccolte di testi, a venti o trent&#8217;anni di distanza dalla fine della guerra, dimostrano che una certa pro\u00adduzione letteraria sui temi della Guerra d&#8217;Albania, del\u00adl&#8217;Occupazione e della Resistenza, c&#8217;era: per quanto ri\u00adguarda la prosa, la maggior parte dei testi \u00e8 pi\u00f9 o meno coeva agli avvenimenti, altri, ancora una volta, risalgono ai primi anni &#8217;60, mentre i testi pubblicati negli anni \u201850 sono molto rari<sup>4<\/sup>.<\/p>\n<p>Non a caso, dunque, anche gli anni in cui hanno visto la luce tutte e tre le raccolte sulla letteratura della Guerra, Occupazione e Resistenza sono il 1964-65 e il 1974: i primi due sono gli anni della distensione post-kennediana, e il 1974 l&#8217;anno della caduta della giunta dei colonnelli.<\/p>\n<p>Dopo il tempo feroce della guerra civile (1946-49) e quello durissimo della repressione, gli anni di Kennedy avevano aperto spiragli di distensione; le elezioni greche del 1963 avevano segnato la caduta della destra e l&#8217;avvento al potere del centrista Gheorghios Papandreu (il padre dell&#8217;attuale primo ministro e leader del Movimen\u00adto socialista panellenico PaSoK): sembrava di poter cautamente ricominciare a fare i conti con il passato.<\/p>\n<p>Il colpo di mano del re, del giugno 1965 e poi la dittatura dei colonnelli (1967-74) separano le prime due antologie dalla terza raccolta di testi, pubblicata in ambito universitario, da una docente della nuova Facolt\u00e0 di lettere dell&#8217;Universit\u00e0 di Gi\u00e0nnina.<\/p>\n<p>L&#8217;apparente scarso interesse degli studiosi di letteratura per i testi relativi al tempo di guerra dipende dun\u00adque da cause politiche ben precise, e si spiega con la contraddizione che, gi\u00e0 nel 1941, lorgos Seferis individuava cos\u00ec: \u00abIn una parola, pareva che fossimo assoluta\u00admente solidali con i regimi fascisti: quel che li disturbava ci disturbava, e quel che li rallegrava ci rallegrava. [&#8230;]<\/p>\n<p>Quando entrarono in guerra gli italiani, le cose si acutizzarono ancora di pi\u00f9. Cominciarono anche loro a fare gli arroganti: si sentiva che ci consideravano feudo loro. [&#8230;]<\/p>\n<p>Non dovevamo provocare, dovevamo essere remissivi, finch\u00e9 non ci colpivano apertamente: dopo, doveva\u00admo difenderci con tutte le nostre forze. Questa era la mia convinzione.<\/p>\n<p>Bisogner\u00e0 aggiungere che in quel momento nessuno, nemmeno i pi\u00f9 folli, si aspettava la miracolosa esplosione dell\u2019anima popolare, n\u00e9 le vittorie in Albania. Le pre\u00advisioni pi\u00f9 ottimistiche dei tecnici arrivavano fino a una linea difensiva sul Vermio per poche settimane: poi il trasferimento della capitale a Creta. I pi\u00f9 non mettevano neanche in discussione la conquista fulminea del paese. Quando cercavi di controbattere, ti dicevano con aria sprezzante: &#8220;E l&#8217;aviazione italiana?&#8221; e ti tappavano la bocca. [&#8230;]<\/p>\n<p>Quando arriv\u00f2 il 28 ottobre, Metax\u00e0s non riusc\u00ec a vedere che solo allora, e non nelle cerimonie allo stadio, tutto il popolo era con lui, con la risposta che aveva dato a Grazzi all&#8217;alba. Non riusc\u00ec a capire che quel giorno non sanciva, ma abrogava il 4 agosto<sup>5<\/sup> [&#8230;]. Metax\u00e0s non pot\u00e8 o non volle capire che il 28 ottobre era uscito dal circolo chiuso degli adulatori di piazza<em> <\/em>Sintagma per diventare un personaggio nella grande tragedia europea.<\/p>\n<p>Il popolo fece il possibile per fargli capire quanto profondamente fossero cambiate le cose. Dal torpore del\u00adl&#8217;indifferenza in cui si trovava fino ai primi di agosto si risvegli\u00f2 di colpo, compatto, fresco, vivo. Resta da vede\u00adre, comunque, se Metax\u00e0s era costituzionalmente in gra\u00addo di recepire i messaggi dell&#8217;anima popolare. Cos\u00ec man\u00adtenne alla guida di un simile popolo le stesse mezze calzette che, tra le inaudite convulsioni dell&#8217;Europa, gli ammannivano una Grecia campata in aria, fuori della realt\u00e0 [&#8230;]<\/p>\n<p>La colpa pi\u00f9 grave di Metax\u00e0s, per\u00f2, non era stata solo di non aver fatto piazza pulita di tutti quei signori. Non si era trattato cio\u00e8 solo di un&#8217;omissione, ma anche di un&#8217;azione: aveva favorito nel suo \u00e0mbito il disprezzo e la paura dell&#8217;indipendenza di giudizio, lo scherno per la libert\u00e0, l&#8217;assuefazione ai metodi delle guardine di commissariato, la delazione: tutto il complesso dei metodi dei regimi fascisti, ripassato con una mano di colore ellenico, tipo manifesti turistici. Insieme a tutto questo, diede ai suoi anche il &#8220;No&#8221;. Ma il &#8220;No&#8221; non si conciliava facil\u00admente con tutto il resto. Si cre\u00f2 cos\u00ec, in quei manigoldi incoscienti e fondamentalmente zotici che erano gli uo\u00admini del regime, uno stato d&#8217;animo contraddittorio, che difficilmente riuscivano a conciliare, sia pure superficial\u00admente. Il &#8220;No&#8221; significava che la Grecia combatteva la guerra pi\u00f9 pericolosa della sua storia dalla parte di quelli che erano contro le forze del fascismo. Ma il regime gre\u00adco era anch&#8217;esso fascista: com&#8217;era possibile far combina\u00adre questi due fatti? La soluzione, furbescamente, la tro\u00advarono gli uomini di Metax\u00e0s: la nostra guerra non era affatto una guerra contro l&#8217;Asse &#8211; era, nel quadro della crisi mondiale, un episodio del tutto particolare, senza alcun rapporto col resto: la nostra guerra era <em>solo <\/em>una guerra contro l&#8217;Italia &#8211; nemmeno: era una guerra <em>contro <\/em><em>le forze militari dell&#8217;Italia.<\/em><\/p>\n<p>A<em> <\/em>un certo punto, mentre si svolgeva questa strana guerra, i servizi di sicurezza notarono che certi intellettuali tiravano troppo la corda: nei loro articoli contro il nemico usavano con sospetta insistenza frasi che bolla\u00advano a fuoco l&#8217;ideologia di Mussolini. Cos\u00ec una sera li rastrellarono e li portarono in questura. In tempo di pace, li avrebbero caricati su qualche trabiccolo e li avrebbero mandati a intrecciare idilli nelle belle isole dell&#8217;Egeo. Ma in quel momento avevano anche degli Alleati: misure del genere non si adattavano alla mentalit\u00e0 alleata. Il com\u00admissario si limit\u00f2 dunque a dar loro l&#8217;ammonizione:<\/p>\n<p>&#8211; Signori &#8211; disse &#8211; siete assolutamente liberi di rafforzare il morale del popolo. Ma non \u00e8 giusto insultare il fascismo. <em>Siamo anche noi uno Stato fascista. <\/em>[&#8230;]<\/p>\n<p>Cos\u00ec, se dovessi rappresentare l&#8217;insieme del popolo greco, direi che alla base della piramide la gente sapeva benissimo perch\u00e9 combatteva: combatteva la schiavit\u00f9, qualunque schiavit\u00f9 portata dall&#8217;Asse. Ma al vertice del\u00adla piramide dividerei gli spiriti in due categorie: gli avversari dell&#8217;Asse in blocco, e gli avversari <em>solo <\/em>delle For\u00adze Armate italiane. Questi ultimi, secondo logica, avreb\u00adbero dovuto aver paura che vincessimo la guerra. Gli uomini di Metax\u00e0s, tranne pochissimi, appartenevano a quest&#8217;ultima categoria\u00bb<sup>6<\/sup>.<\/p>\n<p>Se al tempo della dittatura di Metax\u00e0s e dell&#8217;Occupazione la classe dirigente greca viveva questa schizofrenia, dovuta al fatto che la Grecia era anch&#8217;essa uno stato fa\u00adscista, al tempo della guerra civile e poi della repressione, l&#8217;argomento Resistenza e dintorni non poteva non essere un campo minato: come parlare dei fieri soldati del fronte albanese senza dire che erano stati gli stessi, dopo il crollo del fronte e la fuga del re, a nascondere le armi per poi impugnarle contro l&#8217;invasore? E che gli esecrati ribelli della guerra civile uscivano anch&#8217;essi in gran parte dalle file della Resistenza?<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, un numero cospicuo di testi scritti in tempo di guerra, o sulla guerra, erano molto lontani dalla retorica guerresca e patriottarda di maniera, che si contentava di paragonare i soldati della Guerra d&#8217;Albania ai combattenti del 1821 senza dire contro che cosa, e perch\u00e9 cosa, il popolo greco aveva combattuto sulle monta\u00adgne dell&#8217;Epiro e dell&#8217;Albania con tanto accanimento: prima di tutto, anche se la Resistenza non era stata, nem\u00admeno in Grecia, monopolio dei comunisti, nessuno po\u00adteva negare che i comunisti ne erano stati il nerbo, alme\u00adno per quel che riguarda il livello armato.<\/p>\n<p>Ma il Partito Comunista \u00e8 stato fuori legge, in Gre\u00adcia, fino al 1974: ha avuto per un quarto di secolo la sua direzione e il suo segretario nell&#8217;Unione Sovietica, ed \u00e8 stato, almeno fino alla scissione del 1968, il Partito Comunista pi\u00f9 filosovietico e pi\u00f9 monolitico dell&#8217;Occiden\u00adte. Riconoscergli qualche merito, sia pure pregresso, non rientrava nelle possibilit\u00e0 ideologiche n\u00e9 della destra rea\u00adzionaria degli anni &#8217;50 n\u00e9 della dittatura dei colonnelli.<\/p>\n<p>In secondo luogo, il pacifismo di fondo di molti di questi temibilissimi combattenti strideva con l&#8217;iconografia \u00abpatriottica\u00bb di maniera, risalente pi\u00f9 ai tempi dei <em>Komi<\/em><em>tadz\u00ecdes <\/em>delle guerre balcaniche (1912-13), o al tempo della spedizione di Asia Minore (1922) prima della di\u00adsfatta del Sangario, che non allo spirito della seconda guerra mondiale, soprattutto antifascista e antidittatoriale.<\/p>\n<p>Molti dei canti popolari anonimi fioriti nelle retrovie del fronte albanese, in alcuni dei quali pure prevale la giusta fierezza per aver contrastato l&#8217;invasione, sono la migliore dimostrazione delle considerazioni esposte finora:<\/p>\n<p>\u00abChe cos&#8217;hai, nero corvo, da gracchiare e strillare? Forse hai sete di sangue? O vuoi delle carogne? Vattene su ad Elbas\u00e0n, Morava, Tepeleni, e vedrai corpi greci sepolti tutti in fila. Vattene sullo Sm\u00f2lika, sopra la Samarina: vedrai corpi italiani, ne son pieni i burroni\u00bb<sup>7<\/sup>.<\/p>\n<p>Dove traspare l&#8217;orgoglio di chi ha avuto il tempo di seppellire i propri morti, ma anche la piet\u00e0 per gli scon\u00adfitti insepolti.<\/p>\n<p>In altri prevale invece nettamente il giudizio politico sulle responsabilit\u00e0 della guerra: \u00abNon passeranno i barbari sopra la terra greca: Con la grazia di Dio combatteranno i greci. Porco italiano, vattene e prendi un&#8217;altra strada e quello che ci hai chiesto prendilo con la spada. [&#8230;]<\/p>\n<p>Scaglia, mio Dio, la folgore e brucia Mussolini, che noi ci liberiamo, si salvano anche loro. Abbi piet\u00e0 dei giovani, di quel sangue innocente e scaglia gi\u00f9 la folgore, brucialo Mussolini perch\u00e9 la colpa \u00e8 sua, che piangon tante madri e giovani ai confini si ammazzano a migliaia.<\/p>\n<p>Aiuta il nostro esercito glorioso, tu, mio Dio,<\/p>\n<p>e sia la fine della guerra buona come l&#8217;inizio. [&#8230;]\u00bb<\/p>\n<p>Del resto, i curatori dell\u2019<em>Antologia <\/em>del 1964 lo dicono apertamente nell&#8217;introduzione, che lo spirito che anima questa letteratura di guerra e di resistenza \u00e8 tutt&#8217;altro che guerrafondaio:<\/p>\n<p>\u00abI curatori fanno notare due aspetti di questa edizio\u00adne e del loro lavoro.<\/p>\n<p>Primo, l&#8217;alto livello artistico dei testi [&#8230;]<\/p>\n<p>Secondo. In tutti si trova diffuso lo spirito pacifista del nostro popolo.<\/p>\n<p>Il nostro \u00e8 s\u00ec un popolo di combattenti, ma non di guerrafondai. E\u2019 di pace che parlano tutti, in quel tempo di guerra: dall&#8217;interno della guerra vedono la Pace come unico bene di questa terra [&#8230;]\u00bb<sup>9<\/sup>.<\/p>\n<p>Quanto alla qualit\u00e0 artistica delle opere antologizzate, in realt\u00e0 si osserva una notevole discontinuit\u00e0 <em>nell&#8217;Antologia <\/em>del 1964, che vuole essere onnicomprensiva e uni\u00adsce autori grandi e grandissimi a nomi sconosciuti, ma difetta anche di scrupolo filologico: fra i pi\u00f9 interessanti brani antologizzati c&#8217;\u00e8 comunque una delle ultime poe\u00adsie di Iorgos Sarandaris, poeta greco cresciuto in Italia e morto di tifo nel 1941, dopo essere stato al fronte a com\u00adbattere contro i suoi amici di giovinezza, stordito dall&#8217;im\u00adprovvisa consapevolezza della realt\u00e0 della morte: \u00abNON HO POTUTO ANCORA<br \/>\nNon ho potuto ancora versare una lacrima<br \/>\nSulla catastrofe<\/p>\n<p>Non ho guardato ancora bene i morti della mia compagnia,<br \/>\nCome hanno perso l&#8217;aria che io respiro,<\/p>\n<p>come la musica dei fiori<br \/>\nIl ronzio dei nomi che hanno le cose<br \/>\nNon arriva alle loro orecchie.<br \/>\nAncora non hanno nitrito i cavalli<br \/>\nChe mi porteranno vicino a loro.<br \/>\nGli parler\u00f2.<br \/>\nPianger\u00f2 con loro<br \/>\nPoi li rialzer\u00f2 in piedi:<br \/>\nCi rialzeremo tutti insieme<br \/>\nCome se niente fosse, e la battaglia<br \/>\nNon fosse passata sopra le nostre teste\u00bb <sup>10<\/sup>.<\/p>\n<p>Al fronte, insieme con Sarandaris, c&#8217;era anche il suo amico poeta Odisseas Elitis, sopravvissuto a quella tragedia e poi insignito del premio Nobel per la letteratura (1979). Elitis ha lasciato testimonianze letterarie di quel\u00adl&#8217;esperienza anche in una delle sue opere maggiori, il <em>Dignum Est <\/em>del 1959<sup>11<\/sup>. Prima ancora, per\u00f2, aveva scritto il <em>Canto eroico e funebre per il Sottotenente caduto in <\/em><em>Albania<sup>12<\/sup> <\/em>e un \u00abpoema per due voci\u00bb, l\u2019<em>Albaniade, <\/em>in cui due voci monologano alternativamente, dal punto di vi\u00adsta delle sentinelle, l&#8217;una greca e italiana l&#8217;altra:<br \/>\n\u00ab[&#8230;] &#8211; <em>Non c&#8217;\u00e8 nessuno tranne Dio<br \/>\n<\/em><em>Che sappia la strada<br \/>\nDel sangue, o sappia come<\/em><\/p>\n<p>&#8211;    Mentre nell&#8217;aria si bilancia in cerca di un agnello l&#8217;aquila<em><\/em><\/p>\n<p><em>E gi\u00e0 l&#8217;agnello ha gli artigli e afferra<\/em><em><br \/>\nSulla schiena gli spuntano le ali<br \/>\nDell&#8217;Ossa <\/em>e <em>del Parnaso!<\/em><\/p>\n<p>&#8211;    \u201cGiovinezza giovinezza, primavera di bellezza!&#8217;<em><\/em><\/p>\n<p>&#8211;    <em>Ragazzi dell&#8217;Ossa e del Parnaso!<br \/>\nMitsos! Vanghelis! I\u00f2rgaros! Kanellos!<br \/>\n<\/em>&#8211; Carlo! Giovanni! Guido! Alberto!<\/p>\n<p>&#8211;    Il ferro<em> si scontra col ferro, un tuono crocifigge la mente<br \/>\n<\/em><em>Stridono i denti, la memoria \u00e8 giudicala dal futuro<br \/>\n<\/em>ORA <em>SI GIOCA IL TUTTO PER TUTTO!\u00bb<sup>13<\/sup>.<\/em><\/p>\n<p>I  due monologhi si intrecciano restando separati,<br \/>\neppure le linee del pensiero dei giovani che combattono<br \/>\nsu opposti fronti non sono totalmente aliene: l&#8217;una e l&#8217;altra invocano i nomi dei compagni. Fra i prosatori che hanno vissuto l&#8217;esperienza della guerra al fronte, e che ne hanno fatto oggetto di rielaborazione letteraria, il pi\u00f9 emblematico \u00e8 probabilmente Iannis Beratis, che nel suo <em>Il largo fiume <\/em>ha lasciato pagine indimenticabili, purtrop\u00adpo quasi totalmente ignote in Italia<sup>14<\/sup>. Anche Beratis par\u00adla della guerra senza fanatismi guerrafondai n\u00e9 odio: in guerra si uccide e si muore, si combatte per difendere la propria terra, ma non c&#8217;\u00e8 spazio per l&#8217;odio contro il ne\u00admico, che pure \u00e8 un invasore: \u00abTornammo dentro. Erano entrati anche molti altri soldati e parlavano tutti insie\u00adme. Stavano tutti intorno a un soldato bassotto, piccino, vivace, che continuava a ridere allegramente e si cavava varie cose dalle tasche.<\/p>\n<p>Era appena arrivato. Voleva assolutamente vedere il suo fratellino che era l\u00ec. L&#8217;allarme l&#8217;aveva colto per strada &#8211; ma chi se ne importa! &#8211; non si era fermato neanche un momento. E mitragliavano sodo, quei cornuti.<\/p>\n<p>Aveva preso per la vita suo fratello, che era molto pi\u00f9 alto di lui, e lo teneva abbracciato.<\/p>\n<p>E adesso, sergente &#8211; eh, Nikol\u00f2s? dicevano tutti gli altri soldati intorno a lui. Raccontaci, dai, raccontaci un po&#8217;. Ne abbiamo sentito parlare ieri all&#8217;Ordine del Giorno.<\/p>\n<p>Rideva, alzava le spalle e chinava la testa, come se fosse timido.<\/p>\n<p>Eh, cosa doveva dire&#8230; Ecco, quelle cose l\u00ec &#8211; quella stilografica d&#8217;oro, quell&#8217;orologio da polso e quello da tasca, quella tabacchiera l\u00ec e quelle due pistole, piccole ma eccellenti&#8230; Le aveva portate per spartirsele col suo fratellino&#8230; Le aveva trovate l\u00e0, nelle tasche degli ufficiali italiani uccisi. Non potevamo immaginare che roba avevano addosso. Ecco, anche quel portafoglio l\u00ec. C&#8217;era dentro anche la sua fotografia &#8211; un bel giovanotto! &#8211; e anche quell&#8217;altra, che si vede che era sua moglie. (Le fotografie adesso giravano di mano in mano). L&#8217;aveva ammazzato. Non aveva potuto far altro, perch\u00e9 in quel momento l&#8217;aveva visto con una bomba a mano, pronto a tirarla. Gli era saltato addosso di fianco e gli aveva spa\u00adrato. Perci\u00f2 aveva preso per ricordo quel portafoglio.<\/p>\n<p>Il soldato bassotto si era interrotto un momento, perch\u00e9 tutti gli altri adesso si erano chinati sulle due pistole e le osservavano incuriositi, e lui voleva mostrare qualcosa nel meccanismo. Si tirava fuori dalle tasche delle pallottole, che teneva l\u00ec sfuse, e le caricava.<\/p>\n<p>Ah, avevano lavorato bene, benissimo, quella volta l\u00ec. Il loro reparto era stato costretto a ripiegare all&#8217;improvviso. Loro, una decina in tutto, compresi i due ufficiali che erano davanti a tutti, non era possibile che lo raggiungessero. Si erano buttati nell\u2019acqua, si erano nasco\u00adsti sotto il ponte. L&#8217;acqua gli arrivava al petto, e anche pi\u00f9 su. La loro fatica pi\u00f9 grande era di non far bagnare le armi, lui in particolare la sua mitragliatrice. Le tenevano in spalla, sopra la testa. Sopra di loro, sul ponte, sentivano passare tutto il tempo gli italiani. Passavano, passavano, non la finivano mai. L&#8217;acqua era gelata, di ghiaccio. Tutta la notte non aveva fatto altro che muovere i piedi dentro gli stivali. Erano rimasti otto ore cos\u00ec dentro l&#8217;acqua. Alla fine avevano sentito di nuovo rumore di battaglia.<\/p>\n<p>&#8220;Era il nostro reparto, che si era riorganizzato e tor\u00adnava all&#8217;assalto. Gli italiani hanno cominciato a ritirarsi. Li sentivamo correre come matti sul ponte. Allora siamo saltati fuori anche noi e abbiamo occupato il pi\u00f9 in fretta possibile l&#8217;altro capo, abbiamo piazzato le mitragliatrici e abbiamo cominciato a falciarli per non farli passare. Non ne \u00e8 passato pi\u00f9 neanche uno &#8211; e quelli rimasti vivi sono stati tutti presi prigionieri. Ah s\u00ec &#8211; mentre stavamo per andarcene mi sono detto: andiamo a vedere anche sotto il ponte. Mi sono buttato nell&#8217;acqua e, dalla parte opposta a quella dove prima stavamo noi, dentro fin quasi al collo, c&#8217;erano un colonnello italiano e tre capitani. Appena mi hanno visto hanno alzato le mani. Li ho disarmati tutti, l\u00ec dentro l&#8217;acqua, e li ho fatti salire su uno dietro l&#8217;altro, come tacchini, facendo tutto il tempo segno che non avessero paura. <em>Greco bono, bono, <\/em>gli dicevo dandomi dei colpetti sul petto. <em>Bono, bono, <\/em>dicevano anche loro intanto che andavamo avanti. Eh, tutto qui&#8230;&#8221;. [&#8230;]<\/p>\n<p>Nikol\u00f2s, da civile, faceva il commesso\u00bb<sup>15<\/sup>.<\/p>\n<p>Dopo il ripristino della democrazia, naturalmente, molti altri autori hanno parlato della Guerra d&#8217;Albania e dell&#8217;Occupazione: uno dei pi\u00f9 interessanti \u00e8 Christ\u00f2foros Milionis, epirota di un paesino subito fuori del confine di Kakavi\u00e0 con l&#8217;Albania.<\/p>\n<p>Ecco come Milionis, che allo scoppio della guerra era un bambino di otto anni racconta il primo impatto dei greci con gli italiani invasori, all&#8217;indomani del 28 ottobre: \u00abTutto questo finch\u00e9 non cominci\u00f2 la guerra, che cambi\u00f2 tutto. L&#8217;ultima volta, domenica sera, venne a veglia zia Marina da sola, perch\u00e9 Katerina era andata dalla nonna, all&#8217;altro capo del paese. Dopo cena, il padre tor\u00adn\u00f2 al telefono, nella segreteria della scuola. Torn\u00f2 a mezzanotte. &#8220;Non va per niente bene, disse: stanotte suc\u00adceder\u00e0 qualcosa. Al confine c&#8217;\u00e8 un gran movimento&#8221;. Aprirono la finestra a ovest. File di luci si trascinavano, dall&#8217;altra parte, in Albania, per la strada di Argirocastro. Nastri luminosi si srotolavano nel cielo, e di tanto in tanto formavano delle lune vacillanti. &#8220;Sono riflettori&#8221;, disse il padre. Trattennero zia Marina a casa loro. All&#8217;alba, sul confine scoppi\u00f2 la fucileria. La gente usc\u00ec per le strade, e se ne stava l\u00ec con le mani in mano. &#8220;Cosa stiamo qui a fare?&#8221; dissero. &#8220;Verranno gli aeroplani a bombardare, \u00e8 meglio che andiamo nelle buche&#8221;. Radunarono un po&#8217; di roba, si fecero prestare del pane da chi ne aveva, perch\u00e9 era luned\u00ec: la maggior parte avrebbe fatto il pane quel giorno, ed erano rimasti senza. Suo padre si caric\u00f2 in spalla la nonna, e and\u00f2 con lui anche zio Nikolas, per aiutarlo. Se ne andarono in una grotta vicina. Zia Marina torn\u00f2 indietro, per andare a chiamare Katerina ancora una volta. Sentirono la sua voce venire di lontano, insieme al crepit\u00eco delle mitragliatrici, come da un altro mon\u00addo: &#8220;Io resto con la nonna, andiamo alla Griza&#8221;. Zia Marina torn\u00f2 imprecando. E quando le pass\u00f2 la stizza disse: &#8220;Ho incontrato per la strada due dei nostri, a ca\u00advallo, del posto di confine. Non dobbiamo andare da nessuna parte, dice, solo starcene a casa!&#8221;. A quel punto si accorsero che l\u00ec non erano affatto al sicuro, e che erano in piena vista da tutte le parti. Tornarono indietro. Non erano ancora arrivati davanti alla casa di zio Nikolas che apparvero gli aeroplani. Erano tre, volavano alti e luccicavano al sole. Si rintanarono al piano terra, insieme con le pecore. Fu allora che si sentirono le mitraglia\u00adtrici subito fuori, sulla strada, e loro rimasero chiusi in quello scantinato, seduti in terra in mezzo al letame. Non smisero per tutta la notte. Doveva essere ormai vicina l&#8217;alba, quando zia Marina disse: &#8220;Che strano sogno ho fatto! E ho appena chiuso gli occhi! Era come se fossi fuori della porta di casa di mia madre, e l\u00ec c&#8217;era un sol\u00addato italiano, alto e roseo. Il cielo era pieno di stelle. Guarda, mi dice l&#8217;italiano: alza il fucile e spara in alto. E dal cielo sono cadute delle stelle&#8221;.<\/p>\n<p>Quando uscirono al mattino, finita la sparatoria, seppero del macello che era successo alla grotta della Griza. Degli italiani c&#8217;erano passati davanti, li avevano scambia\u00adti per soldati e avevano sparato. Poi, dalle grida, avevano capito e si erano avvicinati. C&#8217;era un mucchio insangui\u00adnato. Fra gli altri, anche Katerina e la sua nonna. Un italiano aveva preso in braccio la ragazzina, piangendo come un bambino\u00bb<sup>16<\/sup>.<\/p>\n<p>Nell&#8217;opera di Christ\u00f2foros Milionis il ricordo della guerra, dell&#8217;Occupazione e della guerra civile \u00e8 ricorrente: non solo in <em>Acrocerauni, <\/em>che \u00e8 del 1976, ma anche nei primi racconti di <em>Dissonanza <\/em>(1962), nel bellissimo ro\u00admanzo <em>Rione Occidentale <\/em>(1982) e nella raccolta di rac\u00adconti <em>Kalam\u00e0s e Acheronte <\/em>(1984). Anche se nulla viene edulcorato, e le immagini sono spesso terribili, per\u00f2, il sentimento che ne traspare nei confronti degli invasori italiani non \u00e8 mai l&#8217;odio: prevale anzi una specie di sim\u00adpatia per quei soldati, contadini e popolani sentiti come affini anche quando entravano allegri e impennacchiati al momento dell&#8217;invasione: tutta un&#8217;altra cosa rispetto ai nazisti, che invece porteranno solo morte e terrore e saranno odiati a morte: \u00abII 28 ottobre gli italiani entraro\u00adno anche da noi. Verso mezzogiorno erano gi\u00e0 arrivati in paese, tutti eleganti, ben stirati e rosei, con un sacco di stellette di metallo all&#8217;occhiello. Come a nozze. Fra le altre cose, che non \u00e8 il momento di ricordare, ci fu la catastro\u00adfe delle galline. Le incantonavano in un vicolo, le acchiappavano e gli tiravano il collo. Poi passavano di casa in casa, con in spalla un mazzo di galline, le teste slogate penzolanti, in cerca del proprietario, da risarcire pagan\u00addo con <em>lek <\/em>albanesi, nichelini che su una faccia avevano Vittorio Emanuele con l&#8217;elmetto e sull&#8217;altra i fasci con la scure del fascismo &#8211; cinque <em>lek <\/em>per gallina. Quanto va\u00adlessero, non facemmo in tempo a scoprirlo. Del resto, anche per gli italiani era una scusa, per girare per le case, attaccare discorso, gli occhi attaccati alle finestre, chiss\u00e0 mai che spuntasse qualche <em>ragazza <\/em>romantica, con rose e colombe, come quelle delle lucide cartoline che gli spedivano da Roma e da Napoli, e che facevano vedere ai contadini. E cos\u00ec, pian piano, prendevano confidenza, gli uni e gli altri [&#8230;]\u00bb<sup>17<\/sup>.<\/p>\n<p>A prevalere \u00e8 poi la piet\u00e0, durante la disperata ritirata verso l&#8217;Albania e anche dopo la guerra, quando la missione militare incaricata del recupero dei caduti torna in quelle terre martoriate: \u00abArrivarono per\u00f2 le loro musi\u00adche, che installarono in un campicello, dove tutti i pome\u00adriggi suonavano <em>O campagnola bella, <\/em>quella che poi di\u00advent\u00f2 <em>Buffone Mussolini &#8211; <\/em>pochi giorni dopo, cio\u00e8, verso il 20 novembre. Processioni interminabili di soldati ita\u00adliani che adesso se ne tornavano in Albania, attaccati alle code dei cavalli, tutta la notte, e noi guardavamo di na\u00adscosto, pieni di terrore e di gioia insieme, sollevando un poco il lembo della coperta che avevamo appeso alla fi\u00adnestra. E quando fece giorno, e i contadini cominciaro\u00adno a mettere fuori il naso dal paese per razziare, trovava\u00adno morti ammazzati sotto ogni albero. Alcuni semisepolti e altri insepolti del tutto, restarono l\u00ec a marcire, senza musiche e senza fiori, perch\u00e9 quell&#8217;inverno fu duro, tut\u00adto neve e gelate. E quando cominci\u00f2 la primavera &#8211; quel\u00adla cupa primavera &#8211; tutto era finito.<\/p>\n<p>Finito, cio\u00e8, si fa per dire. Tornarono gli italiani, ma cambiati, senza quell&#8217;aria della prima volta, e mogi. Le loro prime parole: <em>&#8220;No bono guerra&#8221;. <\/em>Si chiusero in fret\u00adta nelle loro carabinierie e lasciarono campo libero ad altri. Un breve intervallo. [&#8230;]<\/p>\n<p>Quanto agli italiani, quasi ce li dimenticammo anche loro, con tutto il resto, e le loro ossa rimasero sparse nelle forre a marcire, o le calcinava il sole d&#8217;estate. Per quasi dieci anni. Finch\u00e9 nel 1951 venne una missione italiana a raccoglierle per rimpatriarle. Li aiutammo, per quanto possibile. Andarono fino a Tepel\u00e8n, Klisura eccetera. A capo, un generale: <em>Il generale dell&#8217;armata morta <\/em>del mio amico Kadar\u00e8, che col suo libro mi ha ricordato queste e molte altre cose. Ma cosa vuoi dire, o confessare. Sono storie per balcanici. Noi adesso ce la passiamo alla gran\u00adde. <em>Let&#8217;s go, boys. &#8220;Let&#8217;s go West&#8217;\u00bb <\/em><sup>18<\/sup>.<\/p>\n<p>Anche Odisseas Elitis, nella <em>Lettura Prima <\/em>del suo poema <em>Dignum Est, <\/em>racconta la durezza dell&#8217;inverno e delle marce nel fango, e l&#8217;incontro con i soldati italiani gi\u00e0 ricacciati in Albania e in rotta, ma pur sempre meglio equipaggiati e nutriti dei greci vincitori, nel gennaio del &#8217;41: \u00abAll&#8217;alba di San Giovanni, il giorno dopo l&#8217;Epifania, ricevemmo l&#8217;ordine di muovere ancora in avanti, per quei posti dove non c&#8217;\u00e8 n\u00e9 feste n\u00e9 giorni di lavoro. Si doveva, a quanto pare, occupare le linee che fino allora avevano tenuto quelli di Arta, da Ch\u00ecmarra a Tepel\u00e8n. In quanto loro combattevano fin dal primo giorno, di continuo, ed erano ridotti quasi alla met\u00e0, e non ce la facevano pi\u00f9.<\/p>\n<p>Dodici giorni gi\u00e0 eravamo stati pi\u00f9 indietro, nei paesi. E proprio quando il nostro orecchio ricominciava ad abituarsi agli scricchiolii dolci della terra, e sillabavamo timidamente l&#8217;abbaiare del cane o il suono di una campa\u00adna remota, ecco che bisognava, a quanto pare, ritornare al solo suono che conoscevamo: quello lento e profondo del cannone, quello secco e veloce delle mitragliatrici.<\/p>\n<p>Notte su notte avevamo camminato incessantemente, uno dietro l&#8217;altro, come ciechi. Scollando a fatica il piede dal fango, dove a volte sprofondava completamente fino al ginocchio. Perch\u00e9 il pi\u00f9 delle volte piovigginava, fuori sulle strade, come pure dentro la nostra anima. [&#8230;]<\/p>\n<p>E\u2019 che ormai eravamo molto vicini ai posti dove non c&#8217;\u00e8 ne feste n\u00e9 giorni di lavoro, n\u00e9 malati n\u00e9 sani, n\u00e9 poveri e ricchi, lo capivamo. Perch\u00e9 laggi\u00f9 anche il frastuono, una cosa come una tempesta dietro la montagna, cresceva sempre pi\u00f9, tanto che alla fine leggevamo chiaramen\u00adte il rumore lento e profondo del cannone, quello secco e veloce delle mitragliatrici. Poi perch\u00e9, sempre pi\u00f9 spes\u00adso, ci capitava ora di incontrare, provenienti dall&#8217;altra parte, le lente processioni dei feriti. [&#8230;]<\/p>\n<p>C&#8217;erano delle volte che si trascinavano dietro anche dei prigionieri, appena catturati da poche ore, negli attacchi improvvisi che facevano le pattuglie. Il loro fiato puzzava di vino, e le loro tasche erano piene di scatolette e di cioccolate. Noi per\u00f2 non ne avevamo, che i ponti erano tagliati dietro di noi, e i nostri pochi muli erano anche loro impotenti fra la neve e la fanghiglia scivolosa.<\/p>\n<p>Finalmente, a un certo punto, apparvero di lontano i fumi che salivano qua e l\u00e0, e i primi bengala all&#8217;orizzonte, rossi, luminosi\u00bb<sup>19<\/sup>.<\/p>\n<p>Traspare, nei testi di chi la guerra l&#8217;ha vissuta, l&#8217;estrema miseria dell&#8217;esercito greco vittorioso in Albania: il freddo, la fame, i pidocchi e le cimici, la difficolt\u00e0 degli approvvigionamenti, la necessit\u00e0 di improvvisare e di arrangiarsi, in mancanza di organizzazione e di mezzi. E poi la morte: degli amici, delle bestie da soma e anche dei nemici &#8211; fatale e pur sempre incomprensibile, quasi inaccettabile, sia per gli amici che per i nemici.<\/p>\n<p>Ci vuole un bambino di dodici anni per rallegrarsi candidamente della distruzione del nemico, in un diario intimo dei primi giorni di guerra, scritto naturalmente molto lontano dal fronte: si tratta del futuro poeta Titos Patrikios, allora interno in un collegio dell&#8217;isola di Spetzes e naturalmente ben imbottito di retorica e propaganda dai suoi professori, com&#8217;\u00e8 naturale:<br \/>\n<em>\u00abVenerd\u00ec 8 novem<\/em><em>bre. <\/em>Le notizie sono molto piacevoli. Corizza \u00e8 stata oc\u00adcupata<sup>20<\/sup> [&#8230;]. Dopo un violento combattimento. Aspetta\u00advamo un allarme anche oggi, ma non c&#8217;\u00e8 stato. La sera ho imparato che Corizza non \u00e8 stata occupata, ma che \u00e8 questione di ore. Come pure che l&#8217;occupazione di Argirocastro \u00e8 questione di ore. Gli italiani hanno lanciato cibi con l&#8217;aeroplano, in zone fulmineamente occupate dai gre\u00adci. Oggi sono venuti taluni operai e hanno cominciato a scavare nuovi rifugi molto migliori di quelli vecchi.<\/p>\n<p><em>Sabato 9 novembre. <\/em>Corizza non \u00e8 stata occupata, ma \u00e8 come se avessimo preso il Parnete, la Penteli e l\u2019Imetto di Atene [&#8230;] Il direttore ci ha detto molte cose. La Di\u00advisione degli alpini \u00e8 stata decimata sul Pindos. Era avan\u00adzata eccessivamente e in seguito \u00e8 rimasta tagliata fuori e viene decimata. Su tutti i fronti i greci sono all&#8217;attacco. I prigionieri italiani fanno pena.<\/p>\n<p><em>Domenica 10 novembre. <\/em>[&#8230;] Prima che ce ne andassimo il direttore ci ha detto che sono scadute le prime due settimane di guerra, che siamo all&#8217;attacco dappertut\u00adto e che la Divisione degli alpini \u00e8 stata completamente distrutta. [&#8230;] C&#8217;\u00e8 stato anche uno spettacolo di Karaghiozis. La commedia era &#8220;Il matrimonio di Morfoni\u00f2s&#8221;. Nell&#8217;intervallo Zukis ha detto che la giustizia divina pu\u00adnisce gli italiani, perch\u00e9 molti dei resti degli italiani si sono affogati nel Kalam\u00e0s straripato\u00bb<sup>21<\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>Lucia Marcheselli Loukas<\/em><br \/>\ndocente di lingua e letteratura neogreca all\u2019<a href=\"http:\/\/www.univ.trieste.it\/\">Universit\u00e0 di Trieste<\/a><\/p>\n<h3>Riferimenti<\/h3>\n<p><sup>1 <\/sup><em>Antologia di testi letterari sull\u2019epoca 1940-1941. Epopea d&#8217;Al\u00ad<\/em><em>bania \u2013 Invasione tedesca \u2013 Creta, <\/em>a cura di Panos N. Panaghiotunis Pavlos Nathasail: <em>Il canto popolare \u2013 La poesia \u2013 La prosa \u2013 Il saggio \u2013 La pittura<\/em><em>, <\/em>Atene, Ed. Dod\u00e8kati Ora, 1964 (= <em>Ant. <\/em>&#8217;64).<\/p>\n<p><sup>2 <\/sup>Elli Alexic, <em>Anthologie der Literatur der Griechischen Widerslandsbeuregung von 1941 bis 1945. <\/em>Band I. <em>Prosa. <\/em>Berlin, Akademic-Verlag \/ Atene, Iridan\u00f2s, 1965.<\/p>\n<p><sup>3 <\/sup>Gliker\u00eca Protopapa-Bubulidu&#8217;, <em>Testi in prosa sulla guerra<\/em> e <em>sull&#8217;Occupazione, <\/em>Gi\u00e0nnina, Universit\u00e0 (Appendice N. 1 dell\u2019Annuario della Facolt\u00e0 di Lettere), 1974.<\/p>\n<p><sup>4 <\/sup>Al 1945 risale <em>To Mnima tis Gri\u00e0s (La Tomba della Vecchia) <\/em>di<br \/>\nAnghelos Vlachos; la prima parte di <em>To plat\u00ec potani (Il largo fiu<\/em><em>me) <\/em>di Ianis Beratis, <em>Anthropi tu mithu. Tetradia ap\u00f3 ton palano <\/em><em>(Uomini del mito. Quaderni di guerra) <\/em>di Stei.ios Xefludas, <em>Aprilis. T<\/em><em>o vivl\u00eco tu ghi\u00f9 mu (Aprile. Il libro di mio figlio), <\/em>una specie di autobiografia, di A. Terzakis, che nel 1964 avrebbe condensato i suoi ricordi ed esperienze di guerra in un libro di divulgazione sto\u00adrica, <em>Epopea greca 1940-41; <\/em>del 1947 gli <em>Armatomeli! (Uomini in <\/em><em>armi) <\/em>di Lukis Akritas. Della vita militare al margine della guerra, nelle retrovie, parla <em>I sklir\u00ec vroch\u00ec (La pioggia battente) <\/em>di Michalis Peranthis, del 1952. Del 1961 sono poi due libri diseguali: I <em>Panthei .<\/em><em>I Kerk\u00f2porta (La saga dei Panthei. I cancelli dell&#8217;arena) <\/em>di Thasos Athanasiadis e O <em>italik\u00f2s l\u00f2fos (La collina italiana) <\/em>di N. Galazis, libro violentemente antimilitarista, in cui italiani e greci sono raf\u00adfigurati intenti a scannarsi per mesi per il possesso di una collina, finch\u00e9 vengono presi alle spalle dall&#8217;invasione tedesca, che dimo\u00adstra quanto inutili fossero i loro combattimenti. Al 1963-64, infi\u00adne, appartengono altri tre titoli: <em>St\u00e0vrosi chor\u00ecs andstasi (Crocifis\u00ad<\/em><em>sione senza resurrewne), <\/em>di Nikos Athanasiadis; <em>Asthen\u00ecs ke <\/em><em>Odipori <\/em>di Ghiorgos Theotokas, che vi riprende i temi del suo precedente I<em>er\u00e0 Od\u00f2s (Via Sacra, <\/em>1950); <em>I foni tis ghij (La voce della terra, <\/em>Bologna, Cappelli, 1966) di Ev\u00e0nghelos Averoff Tossitsa.<\/p>\n<p><sup>5 <\/sup>II 4 agosto 1936 Metax\u00e0s, con l&#8217;appoggio del re, instaur\u00f2 in Grecia una dittatura di tipo fascista, continuata, dopo l\u2019invasione nazista dell&#8217;aprile 1941, da un regime \u00abquisling\u00bb durato fino alla ritirata delle forze naziste, nell&#8217;ottobre del 1944.<\/p>\n<p><sup>6 <\/sup>Iorgos Seferi, <em>Manoscritto Sett \u201841<\/em>. Atene, Ikaros, 1<sup>a<\/sup> ed. 1972 (ora in <em>Dokim\u00e8s. <\/em>III, 1993, passim.<\/p>\n<p><sup>7<\/sup> Ctr. <em>Ant. <\/em>&#8217;64, cit. p. 10.<\/p>\n<p><sup>s<\/sup> Cfr. <em>ivi, <\/em>p. 11.<\/p>\n<p><sup>9<\/sup> Cfr. <em>ivi, <\/em>p. 6.<\/p>\n<p><sup>10<\/sup> Cfr. <em>ivi, <\/em>pp. 92-93.<\/p>\n<p><sup>11<\/sup> O. Elitis. <em>Axion Est\u00ec, <\/em>Atene, Ikaros, 1959.<\/p>\n<p><sup>12<\/sup> O. Elitis. <em>Poesie precedute dal Canto eroico e funebre per il Sottotenente caduto in Albania, <\/em>a cura di Mario Vitti, Roma, Il Presente, 1952 (1<sup>a<\/sup> ed. greca 1945).<\/p>\n<p><sup>13<\/sup> Cf. <em>Ant. <\/em>&#8217;64, cit., p. 44.<\/p>\n<p><em><sup>14<\/sup><\/em><em> <\/em>Un brano del <em>Largo fiume, <\/em>raffrontato a un passo corrispondente de <em>La linea del Tomori <\/em>di Manlio Cancogni \u00e8 stato tradotto e presentato da Fany Kiskira Kazantzi, <em>Due itinerari opposti e con\u00ad<\/em><em>vergenti, <\/em>in \u00abLetterature di Frontiera\u00bb (Roma), IV, l, genn.-giu. 1994, pp. 169-177.<\/p>\n<p><sup>15<\/sup> Iannis Beratis, <em>To plat\u00ec potani <\/em>(Parte II: Monti, bestie e uomini), Atene, Ed. \u00abTachidromos\u00bb, 1965, pp. 169-171.<\/p>\n<p><sup>1<\/sup><sup>6 <\/sup>Cfr. Ch. Milionis, <em>Sotto l&#8217;azzurra superficie. Racconti, <\/em>Trieste, Ed. Ricerche 199 , pp. 67 ss. (trad. L. Marcheselli Loukas).<\/p>\n<p><sup>17 <\/sup>Cfr. Ch. Milionis, <em>Il mio amico d&#8217;infamia Isma\u00ecl Kadar\u00e8, <\/em>in \u00abItaloellinik\u00e0\u00bb (Napoli), III, 1990, pp. 81-90 (trad. L. Marcheselli Loukas).<\/p>\n<p><sup>18<\/sup><sup> <\/sup><em>Ibid.<\/em><\/p>\n<p><sup>19 <\/sup>O. Elitis, <em>Axion est\u00ec, <\/em>cit., pp. 30-32.<\/p>\n<p><sup>20<\/sup><sup> <\/sup>In realt\u00e0, Corizza fu occupata il 28 novembre del 1940. Sulla Guerra d&#8217;Albania e sulle vicende precedenti e successive della Gre\u00adcia si veda Rocco Aprile, <em>Storia della Grecia moderna (1453-1981), <\/em>Lecce, Capone Editore, 1984.<\/p>\n<p><sup>21<\/sup><sup> <\/sup>Titos Patrikios, <em>I Simmor\u00eca ton 13. Imerol\u00f2ghio tou 1940 ki alla graft\u00e0, <\/em>Atene, Diatton, 1992, pp. 33-34.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lucia Marcheselli, senigalliese, \u00e8 docente di lingua e letteratura neogreca all\u2019Universit\u00e0 di Trieste. 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